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ATTO I


Scena Prima

(Folta selva in riva al Termodonte. Antiope. Martesia e schiera d'Amazzoni cacciatrici)

ANTIOPE
Itene, o mie compagni ite, e di fere
spopolate la selva;
In cor guerriero
fan languire il valor l'ozio e la pace;
or che, mercè d'Orizia, il nostro impero
dane guerre straniere
respira alquanto, e addormentato giace
all'ombra degli ulivi il nostro Marte,
nell'ozio e nel riposo
non si perda dell'armi e l'uso e l'arte.

Dea di Delo,
che nel Cielo
sai tra l'ombre balenar,
tu ammaestra
la mia destra
qui le belve a saettar.

Dunque che più si tarda?
Diasi l'usato segno,
sciolgansi i veltri,
ogni sentier più fosco
si penetri del bosco.

ANTIOPE, MARTESIA
Sereno il cielo,
d'ogni stelo
l'erba indora,
e già con Flora.
Zefiro amante scherzando va:
già dalle fronde,
già dall'onde,
l'augelletto,
il ruscelletto
di nobil preda speme a noi dà.

MARTESIA
Antiope, genitrice. io dovrò dunque
tra domestiche mura
far sempre vita neghittosa e oscura?
Né mai verrà quel giorno
che di spade guerriere al chiaro lampo
a pugnar contro l'Uomo io vada in campo?

ANTIOPE
Troppo tenero ancora
per vestirti l'usbergo è quel tuo petto,
troppo grave è l'elmetto
per la tua fronte, o figlia, e la tua destra
per brandir l'asta e per ruotar la spada
non è quanto conviensi ancor maestra.

MARTESIA
Son dunque più feroci
gl'Uomini delle fere a nostri danni?

ANTIOPE
Per domar i tiranni
del nostro sesso è d'uopo
d'altre forze e d'altr'armi.

MARTESIA
Orribil forse
più d'orso, o di cignal l'Uomo ha l'aspetto?

ANTIOPE
Anziché orror, diletto
reca agli sguardi; ma nel crudo seno
egli nasconde poi,
odio contro di noi, rabbia e veleno.

MARTESIA
Dimmi: rugge, mugisce,
latra, freme, nitrisce
questa fera rabbiosa insieme e bella?

ANTIOPE
Anzi al pari di noi ride e favella.

MARTESIA
Che portentosa fera! E da qual mostro
nasce questo tiranno,
e nemico crudel del sesso nostro?

ANTIOPE
Troppo brami sapere, ancor non hai
mente capace a intender ciò;
ma un giorno, Martesia, lo saprai.

MARTESIA
Nel petto mio
di veder questa fera
con la curiosità cresce il desio.

ANTIOPE
Con aspetto lusinghiero
l'Uom minaccia allora che ride.
Quando scherza è allor più fiero;
quando alletta allora uccide.

(parte)

MARTESIA
Mostro di tal natura,
che vago alletta e che allettando uccide,
se incontro mai, da sue lusinghe infide,
or che note mi sono,
saprò schermirmi, e in parte
io deluder saprò l'arte con l'arte.

Certo pensier ch'ho in petto,
e un aura che volando
parte, ritorna, e va.
E quell'istesso oggetto,
che ha da fuggir
bramando, tema e piacer mi dà.

Scena Seconda

(Spiaggia Delle Amazzoni. Al suono di Trombe si accostano al lido alquante navi; sbarca no molti soldati greci al fine. Alceste, Teseo, Ercole, poi Telamone, e poi Ippolita)

ERCOLE
Amici, eccoci ornai
su quel barbaro lido ave la Donna,
ad onta delle leggi di natura,
le ragioni dell'Uomo usurpa e fura.
Qui sol nasce alla vita il debol sesso,
e qui legge inumana
ordina che ogni madre parricida,
appena nati, i maschi parti uccida:
più che per ubbidire agli alti cenni
del regnante Euristeo
venni, amico Teseo,
affin di spegner queste,
queste al sesso viril femmine infeste.

TESEO
Ad Euristeo
basta aver per trofeo
l'arme d'Antiope.

ERCOLE
A Ercole non basta;
io voglio un campo esangue
di femmine mirar.

TESEO
Io per l'imbelle sesso,
amico, te'l confesso,
sento gentil pietà nascermi al core.

ALCESTE
Sovente e la pietà madre d'amore.

TESEO
Amor non é viltade in cor guerriero.

ERCOLE
Non e viltade, e vero,
ma remora ben spesso e del valore.

TELAMONE
(entrando)
Signor, per quarto intesi
da fido esplorator per queste selve
Antiope la regina
scorre in traccia di belve;
di cacciatrici Amazzoni una schiera
la siegue armata sol d'arco, e di strali.

ERCOLE
Telamon, pria che il di giunga alla sera
spero l'armi fatali
rapire alla superba: Amici, intanto
circondate la selva, e a me lasciate
di disarmar colei l'impresa e il vanto.

Vedrà l'empia, vedrà, che qual soglio
domar suo orgoglio
e abbatter sull'erba
ogn'alma superba
col braccio mio forte.
Caderà, se non cede quell'armi;
se vuol contrastarmi
vedrà con orrore,
che indarno al valore
si oppone la sorte.

(partono tranme Teseo)

Scena Terza

(Selva Delle Amazzoni. Ippolita arriva perseguita per un orso)

IPPOLITA
Compagne, Aita, aita!

TESEO
Che miro, o ciel
Da fiero orribil orso nobil donna assalita,
indarno si schernisce; al suo soccorso
Mi sprona il genio, e la pietà mi porta

IPPOLITA
Che dio mi difenderà?

TESEO
Bella, respira ormai, la belva è morta

IPPOLITA
(Fra sè)
Un uomo in mia difesa.

TESEO
(Fra sè)
Ahi, che bel volto!

IPPOLITA
(Fra sè)
Debi, Ippolita, la vita ad un tuo nemico?

TESEO
(Fra sè)
E pur m’ha tolto
Ogni vigor quel ciglio, e vinto io sono.

IPPOLITA
(Fra sè)
E come posso, o dio,
odiare il donatore e amare il dono?

TESEO
(Fra sè)
Ah no, che non posso’io
togliere la vita a chi pur resi il giorno!

IPPOLITA
Straniero, e quale mia sorte
e quale la tua sventura,
qui intorno
dove è pena la morte
a ciascun del tuo sesso?
Ancor non sai,
che qui regnan l'Amazzoni?

TESEO
Pur troppo, bella nemica, il tuo rigor provai.

IPPOLITA
Come?

TESEO
Un sguardo appena verso di me volgesti.
che mi apristi nel sen piaga mortale.

IPPOLITA
Se a te dunque funesti
sono i miei sguardi, or che sarìa il mio strale!

TESEO
No, no, troppo gradite sono al cor le ferite
ch'escon dagl'occhi tuoi.

IPPOLITA
Dimmi chi sei.

TESEO
Del regnante di Atene figlio, Teseo, son io.

IPPOLITA
A queste infauste arene che ti condusse mai?

TESEO
Nobil desio d'onor, di gloria.

IPPOLITA
E quale?

TESEO
Un commando reale del monarca Euristeo
da noi richiede l'armi d'Antiope.

IPPOLITA
(Fra sè)
O Ciel che intendo?

(A Teseo)

E crede sì facile l'impresa?

TESEO
Ove d'Alcide
pugna la destra, ogni difesa è vana.

IPPOLITA
Di tal vanto si ride Antiope, a rne germana.

TESEO
Tu d'Antiope sorella?

(Fra sè)

Che senti, acceso cor?
La fiamma ond'ardi, perché mai non s'estingua,
è troppo bella.

IPPOLITA
(Fra sè)
O Dio! sì dolci sguardi
vibra costei, ch'io già mi sento al core
nascere un certo affetto
che non so se d'amore
o pur di gratitudine sia figlio:
ma convien del periglio
avvertir la regina.

(A Teseo)

Addio, Teseo.

TESEO
Così mi lasci?

IPPOLITA
Ascrivi a .tuo trofeo che Ippolita salvasti.

TESEO
E tu, crudele,
piagasti per mercé poscia il cor mio:
Ippolita...

IPPOLITA, TESEO
(Fra sè)
Che pena!

(forte)

Addio.

IPPOLITA
Un certo non so che
mi punge e passa il cor,
e pur dolor non è.
Se questo è forse amor,
già del suo dolce ardor
mio sen esca si fe'.

(parte)

TESEO
Da sì nobile sfera
scese l'ardor che questo petto infiamma,
che per più bella fiamma arder non posso.

Occhio che il sol rimira,
se altrove il guardo gira,
non scorge altro che orror
e del suo folle error
s'affanna e duole.
Tal, s'io mi volgo intorno,
torbido e oscuro il giorno
l'assembra a' mesti rai
doppoi ch'io rimirai
il mio bel sole.
ATTO I


Scena Prima

(Folta selva in riva al Termodonte. Antiope. Martesia e schiera d'Amazzoni cacciatrici)

ANTIOPE
Itene, o mie compagni ite, e di fere
spopolate la selva;
In cor guerriero
fan languire il valor l'ozio e la pace;
or che, mercè d'Orizia, il nostro impero
dane guerre straniere
respira alquanto, e addormentato giace
all'ombra degli ulivi il nostro Marte,
nell'ozio e nel riposo
non si perda dell'armi e l'uso e l'arte.

Dea di Delo,
che nel Cielo
sai tra l'ombre balenar,
tu ammaestra
la mia destra
qui le belve a saettar.

Dunque che più si tarda?
Diasi l'usato segno,
sciolgansi i veltri,
ogni sentier più fosco
si penetri del bosco.

ANTIOPE, MARTESIA
Sereno il cielo,
d'ogni stelo
l'erba indora,
e già con Flora.
Zefiro amante scherzando va:
già dalle fronde,
già dall'onde,
l'augelletto,
il ruscelletto
di nobil preda speme a noi dà.

MARTESIA
Antiope, genitrice. io dovrò dunque
tra domestiche mura
far sempre vita neghittosa e oscura?
Né mai verrà quel giorno
che di spade guerriere al chiaro lampo
a pugnar contro l'Uomo io vada in campo?

ANTIOPE
Troppo tenero ancora
per vestirti l'usbergo è quel tuo petto,
troppo grave è l'elmetto
per la tua fronte, o figlia, e la tua destra
per brandir l'asta e per ruotar la spada
non è quanto conviensi ancor maestra.

MARTESIA
Son dunque più feroci
gl'Uomini delle fere a nostri danni?

ANTIOPE
Per domar i tiranni
del nostro sesso è d'uopo
d'altre forze e d'altr'armi.

MARTESIA
Orribil forse
più d'orso, o di cignal l'Uomo ha l'aspetto?

ANTIOPE
Anziché orror, diletto
reca agli sguardi; ma nel crudo seno
egli nasconde poi,
odio contro di noi, rabbia e veleno.

MARTESIA
Dimmi: rugge, mugisce,
latra, freme, nitrisce
questa fera rabbiosa insieme e bella?

ANTIOPE
Anzi al pari di noi ride e favella.

MARTESIA
Che portentosa fera! E da qual mostro
nasce questo tiranno,
e nemico crudel del sesso nostro?

ANTIOPE
Troppo brami sapere, ancor non hai
mente capace a intender ciò;
ma un giorno, Martesia, lo saprai.

MARTESIA
Nel petto mio
di veder questa fera
con la curiosità cresce il desio.

ANTIOPE
Con aspetto lusinghiero
l'Uom minaccia allora che ride.
Quando scherza è allor più fiero;
quando alletta allora uccide.

(parte)

MARTESIA
Mostro di tal natura,
che vago alletta e che allettando uccide,
se incontro mai, da sue lusinghe infide,
or che note mi sono,
saprò schermirmi, e in parte
io deluder saprò l'arte con l'arte.

Certo pensier ch'ho in petto,
e un aura che volando
parte, ritorna, e va.
E quell'istesso oggetto,
che ha da fuggir
bramando, tema e piacer mi dà.

Scena Seconda

(Spiaggia Delle Amazzoni. Al suono di Trombe si accostano al lido alquante navi; sbarca no molti soldati greci al fine. Alceste, Teseo, Ercole, poi Telamone, e poi Ippolita)

ERCOLE
Amici, eccoci ornai
su quel barbaro lido ave la Donna,
ad onta delle leggi di natura,
le ragioni dell'Uomo usurpa e fura.
Qui sol nasce alla vita il debol sesso,
e qui legge inumana
ordina che ogni madre parricida,
appena nati, i maschi parti uccida:
più che per ubbidire agli alti cenni
del regnante Euristeo
venni, amico Teseo,
affin di spegner queste,
queste al sesso viril femmine infeste.

TESEO
Ad Euristeo
basta aver per trofeo
l'arme d'Antiope.

ERCOLE
A Ercole non basta;
io voglio un campo esangue
di femmine mirar.

TESEO
Io per l'imbelle sesso,
amico, te'l confesso,
sento gentil pietà nascermi al core.

ALCESTE
Sovente e la pietà madre d'amore.

TESEO
Amor non é viltade in cor guerriero.

ERCOLE
Non e viltade, e vero,
ma remora ben spesso e del valore.

TELAMONE
(entrando)
Signor, per quarto intesi
da fido esplorator per queste selve
Antiope la regina
scorre in traccia di belve;
di cacciatrici Amazzoni una schiera
la siegue armata sol d'arco, e di strali.

ERCOLE
Telamon, pria che il di giunga alla sera
spero l'armi fatali
rapire alla superba: Amici, intanto
circondate la selva, e a me lasciate
di disarmar colei l'impresa e il vanto.

Vedrà l'empia, vedrà, che qual soglio
domar suo orgoglio
e abbatter sull'erba
ogn'alma superba
col braccio mio forte.
Caderà, se non cede quell'armi;
se vuol contrastarmi
vedrà con orrore,
che indarno al valore
si oppone la sorte.

(partono tranme Teseo)

Scena Terza

(Selva Delle Amazzoni. Ippolita arriva perseguita per un orso)

IPPOLITA
Compagne, Aita, aita!

TESEO
Che miro, o ciel
Da fiero orribil orso nobil donna assalita,
indarno si schernisce; al suo soccorso
Mi sprona il genio, e la pietà mi porta

IPPOLITA
Che dio mi difenderà?

TESEO
Bella, respira ormai, la belva è morta

IPPOLITA
(Fra sè)
Un uomo in mia difesa.

TESEO
(Fra sè)
Ahi, che bel volto!

IPPOLITA
(Fra sè)
Debi, Ippolita, la vita ad un tuo nemico?

TESEO
(Fra sè)
E pur m’ha tolto
Ogni vigor quel ciglio, e vinto io sono.

IPPOLITA
(Fra sè)
E come posso, o dio,
odiare il donatore e amare il dono?

TESEO
(Fra sè)
Ah no, che non posso’io
togliere la vita a chi pur resi il giorno!

IPPOLITA
Straniero, e quale mia sorte
e quale la tua sventura,
qui intorno
dove è pena la morte
a ciascun del tuo sesso?
Ancor non sai,
che qui regnan l'Amazzoni?

TESEO
Pur troppo, bella nemica, il tuo rigor provai.

IPPOLITA
Come?

TESEO
Un sguardo appena verso di me volgesti.
che mi apristi nel sen piaga mortale.

IPPOLITA
Se a te dunque funesti
sono i miei sguardi, or che sarìa il mio strale!

TESEO
No, no, troppo gradite sono al cor le ferite
ch'escon dagl'occhi tuoi.

IPPOLITA
Dimmi chi sei.

TESEO
Del regnante di Atene figlio, Teseo, son io.

IPPOLITA
A queste infauste arene che ti condusse mai?

TESEO
Nobil desio d'onor, di gloria.

IPPOLITA
E quale?

TESEO
Un commando reale del monarca Euristeo
da noi richiede l'armi d'Antiope.

IPPOLITA
(Fra sè)
O Ciel che intendo?

(A Teseo)

E crede sì facile l'impresa?

TESEO
Ove d'Alcide
pugna la destra, ogni difesa è vana.

IPPOLITA
Di tal vanto si ride Antiope, a rne germana.

TESEO
Tu d'Antiope sorella?

(Fra sè)

Che senti, acceso cor?
La fiamma ond'ardi, perché mai non s'estingua,
è troppo bella.

IPPOLITA
(Fra sè)
O Dio! sì dolci sguardi
vibra costei, ch'io già mi sento al core
nascere un certo affetto
che non so se d'amore
o pur di gratitudine sia figlio:
ma convien del periglio
avvertir la regina.

(A Teseo)

Addio, Teseo.

TESEO
Così mi lasci?

IPPOLITA
Ascrivi a .tuo trofeo che Ippolita salvasti.

TESEO
E tu, crudele,
piagasti per mercé poscia il cor mio:
Ippolita...

IPPOLITA, TESEO
(Fra sè)
Che pena!

(forte)

Addio.

IPPOLITA
Un certo non so che
mi punge e passa il cor,
e pur dolor non è.
Se questo è forse amor,
già del suo dolce ardor
mio sen esca si fe'.

(parte)

TESEO
Da sì nobile sfera
scese l'ardor che questo petto infiamma,
che per più bella fiamma arder non posso.

Occhio che il sol rimira,
se altrove il guardo gira,
non scorge altro che orror
e del suo folle error
s'affanna e duole.
Tal, s'io mi volgo intorno,
torbido e oscuro il giorno
l'assembra a' mesti rai
doppoi ch'io rimirai
il mio bel sole.



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