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ATTO II


Scena Prima

(Cortile Del Palazzo Delle Amazzoni Ippolita, poi Antiope)

IPPOLITA
Onde chiare che sussurrate,
ruscelletti che mormorate,
consolate
il mio desio;
dite almeno all'idol mio
la mia pena e la mia brama.
"Ama," risponde il rio,
"Ama," la tortorella,
"Ama," la rondinella.
Vieni, vieni, o mio diletto,
ch'il mio core
tutto affetto
già t'aspetta e già ti chiama.

Quanto per me fatale
fu la pietà di chi mi tolse al morso
del fiero orribil orso:
ah fosse almen presente,
come al pensiero, anche agli sguardi miei!

ANTIOPE
(entrando)
Germana: il Ciel, gli dei
secondar le nostri armi.

IPPOLITA
Alla causa più giusta arrise il Ciel.

ANTIOPE
Ma la rapita prole
io pur sospiro, e nel comun contento
sola Antiope si duole.

IPPOLITA
Spera, chi sa?

ANTIOPE
Pur ora intesi
esser tra i greci schiavi uno che al volto
e alle belle armi molto sembra tra lor distinto.

IPPOLITA
(Fra sè)
Ah fosse almeno l'idolo del mio cor.

ANTIOPE
E il destinai a placar
il furor che ascondo in seno.

IPPOLITA
Si, ricomprar con esso vuoi la figlia diletta.

ANTIOPE
Anzi giurai svenarlo,
vittima a Cinzia e alla mia vendetta.

IPPOLITA
Pensa al periglio
a cui la figlia esponi.

ANTIOPE
A' greci ignoto
è per anche il mio voto.
Men vò; tra i prigionieri
poi sceglierò chi più convien che fia
vittima al mio furore.

IPPOLITA
(Fra sè)
Non fate, o numi,
che scelga mai chi adora l'alma mia.

ANTIOPE
Bel piacer ch'è la vendetta
quando alletta
un nobil core,
se l'offesa con offesa
giunger puote a vendicar.
Di giust'ira un'alma accesa
il suo vindice furore
con ragione solo aspetta
l'empio sangue dissetar.

IPPOLITA
Palpita per timore il core amante
che riveder vorria l'amato bene,
ma nol vorria veder fra le catene.

Da due venti un mal' turbato
sembra il misero mio seno:
il veleno del timore,
e la speme dell'amor.
Ma sospirando
vado cercando
quel che più teme
il cor che geme
di due tiranni
sotto gl'affanni
speme e timor.

Scena Seconda

(Tempio Di Diana. Piazza avanti il regio palazzo. Antiope, Ippolita, Teseo ed altri schiavi e guardie)

ANTIOPE
Olà: doppie ritorte stringano il prigioniero.

IPPOLITA
Olà: togliete a quel piede gentile
ogni laccio servil.

ANTIOPE
Traggasi a morte.

IPPOLITA
Rendasi in libertà.

ANTIOPE
Con quale orgoglio
Ippolita s'oppone al cenno mio?

IPPOLITA
Con quello di regina.

ANTIOPE
Io sol dal soglio le leggi detto.

IPPOLITA
E qui commando anch'io.

TESEO
(Fra sè)
O destino! In due cori
gareggiano per me gl'odi e gl'amori.

IPPOLITA
Cieca, tu non rifletti
di Martesia al periglio?

ANTIOPE
Di natura il consiglio
luogo non ha ne' voti fatti al cielo.

IPPOLITA
A sì barbaro zelo io m'opporrò.

ANTIOPE
Vedrem chi avrà più forza.

IPPOLITA
Ugual teco mi diero
la sorte e il natal possanza e impero.

ANTIOPE
Pur che appaghi un giusto sdegno
la vendetta ancor mi piace,
che tormenta e dà dolor.
E alla mia fortuna ria
offro lieta e vita e regno
per dar pace al mio furor.

(parte)

IPPOLITA
Prence, tu prigioniero?

TESEO
Bella, mi vedi
trofeo d'Amor più che di Marte;
io diedi il piede volontario alle ritorte
sol per dar vita al core,
ch'era, lungi da te, vicino a morte.

IPPOLITA
E quali arti infelici,
prence, son mai le tue?
Per conservare un cor perderne due?

TESEO
Perché?

IPPOLITA
Dunque non sai che Antiope irata
giurò svenarti, vittima al suo sdegno?

TESEO
Sarà men disperata
almen la morte mia quand'io sia degno
di spirar, bella mia, sugl'occhi tuoi.

IPPOLITA
Ingrato: e creder puoi,
ch'io possa mai soffrire
di vederti morire e non morire?

TESEO
No, vivi, e in te conserva
di me la miglior parte; un tuo sospiro,
una lacrima sola
ch'esca dal petto tuo, da' tuoi bei lumi,
tutto l'orrore alla mia morte invola.

IPPOLITA
No, no: vanne, Teseo, e a miglior sorte
serba la vita tua, e in un la mia;
ritorna in libertà.

TESEO
Che tirannia!
È l'istesso che dir: "vanne a morire."

IPPOLITA
Crudel: dunque ricusi
dalla mia man di libertade il dono?

TESEO
Ah, questo è un don che dà morte al cor mio,
s'accettar nol poss'io,
chieggio, o cara, perdono.

IPPOLITA
Che risolvi?

TESEO
Disponga,
Amor, di me come gl’aggrada e piace;
so che lungi da te l'amante core
né viver sa, né sa trovar mai pace:
ma tu, perché non m'ami?
Vuoi, col falso pretesto
di darmi libertà, che da te lungi
porti le meste piante?

IPPOLITA
Non t'amo?

TESEO
No; che mai l'oggetto amato
da sé non può bandire un core amante.

IPPOLITA
Sì, bel volto, che ti adoro,
sì begl'occhi, per voi moro,
né giammai vi lascierò.
Credi a me,
mio ben, per te
il mio core è tutto amore
e morir ancor saprò.

Scena Terza

(Spiaggia Delle Amazzoni. Padiglioni del esercito greco in veduta della città. Martesia, Alceste e soldati, e poi Telamone e guardie)

ALCESTE
Bella, di Sparta il trono
è spregievol così che il tuo rifiuto
meriti, allor ch'io tel presento in dono?

MARTESIA
Ma per farmi reina
tu vuoi che a te mi renda schiava e il core
cambi col tuo?

ALCESTE
Tu non l'intendi; Amore
con invisibil mano
fa questo cambio. Io degl'affetti tuoi
divengo unico oggetto, e tu de' miei.

MARTESIA
Dunque allora non potrei
amar'altri, che te?

ALCESTE
Sì d'Imeneo dispongono le leggi.

MARTESIA
E neppur lice amar la genitrice?

ALCESTE
La Madre amar si dee, ma questo affetto,
non men che amor, si può chiamar rispetto:
quel che unisce al consorte
è un altro forte laccio,
che tien gl’animi avvinti insino a morte.

MARTESIA
Se così fosse, io l'alma men ritrosa
già sentirei di divenir tua sposa.

ALCESTE
Dunque mia tu sarai?

MARTESIA
Chi sa? Il mio core non vi ripugna.

ALCESTE
Io ti ringrazio, Amore, giacché sperar mi fai;
bella non ingannar la mia speranza,
ch'io spero si, mà temo, né so ancora
se pari alla beltade hai la costanza.

Io sembro appunto
quell'augelletto
ch'al fin scampò
da quella rete, che ritrovò
ascosa trà le fronde.
Ché, se ben sciolto,
solo soletto
volando va;
pur timido non sa
dove rivolga il piè,
sì del passato rischio ei si confonde.

(parte)

TELAMONE
(entrando)
Ad onta della sorte,
che tanto arride al mio rivale, io spero,
Martesia, alfi n di stringerti consorte.

MARTESIA
E Telamone ancora
mi vuol sua sposa? E come, o Ciel, poss'io
per render paghe ancor le brame tue,
divider il mio cor e darlo a due?

TELAMONE
Chi altri mai lo pretende?

MARTESIA
Alceste, e se il mio core a lui dar voglio,
mi fa regina in Sparta.

TELAMONE
Non ha pregio minor d'Itaca il soglio:
tu meco regnerai lieta e felice.

MARTESIA
Ma se amare non lice
allora altri che un solo, e come, o dei,
due consorti in un tempo amar dovrei?

TELAMONE
Se a me t'unisce amore esser
non puoi d'Alceste.

MARTESIA
E perché mai?

TELAMONE
Perché sono d'Imeneo queste le leggi:
or tu di me o di lui,
qual più ti piace, in tuo consorte eleggi.

MARTESIA
Qual più mi piace?

TELAMONE
Sì.

MARTESIA
Siete ambedue di grado e merto uguale,
ma se non lice a me prenderne due,
Alceste nel piacer mi a te prevale.

Ei nel volto ha un non so che,
che m'alletta
e mi piace più di te.
Mi diletta
se lo miro,
ma sospiro,
né so dir come o perché.
ATTO II


Scena Prima

(Cortile Del Palazzo Delle Amazzoni Ippolita, poi Antiope)

IPPOLITA
Onde chiare che sussurrate,
ruscelletti che mormorate,
consolate
il mio desio;
dite almeno all'idol mio
la mia pena e la mia brama.
"Ama," risponde il rio,
"Ama," la tortorella,
"Ama," la rondinella.
Vieni, vieni, o mio diletto,
ch'il mio core
tutto affetto
già t'aspetta e già ti chiama.

Quanto per me fatale
fu la pietà di chi mi tolse al morso
del fiero orribil orso:
ah fosse almen presente,
come al pensiero, anche agli sguardi miei!

ANTIOPE
(entrando)
Germana: il Ciel, gli dei
secondar le nostri armi.

IPPOLITA
Alla causa più giusta arrise il Ciel.

ANTIOPE
Ma la rapita prole
io pur sospiro, e nel comun contento
sola Antiope si duole.

IPPOLITA
Spera, chi sa?

ANTIOPE
Pur ora intesi
esser tra i greci schiavi uno che al volto
e alle belle armi molto sembra tra lor distinto.

IPPOLITA
(Fra sè)
Ah fosse almeno l'idolo del mio cor.

ANTIOPE
E il destinai a placar
il furor che ascondo in seno.

IPPOLITA
Si, ricomprar con esso vuoi la figlia diletta.

ANTIOPE
Anzi giurai svenarlo,
vittima a Cinzia e alla mia vendetta.

IPPOLITA
Pensa al periglio
a cui la figlia esponi.

ANTIOPE
A' greci ignoto
è per anche il mio voto.
Men vò; tra i prigionieri
poi sceglierò chi più convien che fia
vittima al mio furore.

IPPOLITA
(Fra sè)
Non fate, o numi,
che scelga mai chi adora l'alma mia.

ANTIOPE
Bel piacer ch'è la vendetta
quando alletta
un nobil core,
se l'offesa con offesa
giunger puote a vendicar.
Di giust'ira un'alma accesa
il suo vindice furore
con ragione solo aspetta
l'empio sangue dissetar.

IPPOLITA
Palpita per timore il core amante
che riveder vorria l'amato bene,
ma nol vorria veder fra le catene.

Da due venti un mal' turbato
sembra il misero mio seno:
il veleno del timore,
e la speme dell'amor.
Ma sospirando
vado cercando
quel che più teme
il cor che geme
di due tiranni
sotto gl'affanni
speme e timor.

Scena Seconda

(Tempio Di Diana. Piazza avanti il regio palazzo. Antiope, Ippolita, Teseo ed altri schiavi e guardie)

ANTIOPE
Olà: doppie ritorte stringano il prigioniero.

IPPOLITA
Olà: togliete a quel piede gentile
ogni laccio servil.

ANTIOPE
Traggasi a morte.

IPPOLITA
Rendasi in libertà.

ANTIOPE
Con quale orgoglio
Ippolita s'oppone al cenno mio?

IPPOLITA
Con quello di regina.

ANTIOPE
Io sol dal soglio le leggi detto.

IPPOLITA
E qui commando anch'io.

TESEO
(Fra sè)
O destino! In due cori
gareggiano per me gl'odi e gl'amori.

IPPOLITA
Cieca, tu non rifletti
di Martesia al periglio?

ANTIOPE
Di natura il consiglio
luogo non ha ne' voti fatti al cielo.

IPPOLITA
A sì barbaro zelo io m'opporrò.

ANTIOPE
Vedrem chi avrà più forza.

IPPOLITA
Ugual teco mi diero
la sorte e il natal possanza e impero.

ANTIOPE
Pur che appaghi un giusto sdegno
la vendetta ancor mi piace,
che tormenta e dà dolor.
E alla mia fortuna ria
offro lieta e vita e regno
per dar pace al mio furor.

(parte)

IPPOLITA
Prence, tu prigioniero?

TESEO
Bella, mi vedi
trofeo d'Amor più che di Marte;
io diedi il piede volontario alle ritorte
sol per dar vita al core,
ch'era, lungi da te, vicino a morte.

IPPOLITA
E quali arti infelici,
prence, son mai le tue?
Per conservare un cor perderne due?

TESEO
Perché?

IPPOLITA
Dunque non sai che Antiope irata
giurò svenarti, vittima al suo sdegno?

TESEO
Sarà men disperata
almen la morte mia quand'io sia degno
di spirar, bella mia, sugl'occhi tuoi.

IPPOLITA
Ingrato: e creder puoi,
ch'io possa mai soffrire
di vederti morire e non morire?

TESEO
No, vivi, e in te conserva
di me la miglior parte; un tuo sospiro,
una lacrima sola
ch'esca dal petto tuo, da' tuoi bei lumi,
tutto l'orrore alla mia morte invola.

IPPOLITA
No, no: vanne, Teseo, e a miglior sorte
serba la vita tua, e in un la mia;
ritorna in libertà.

TESEO
Che tirannia!
È l'istesso che dir: "vanne a morire."

IPPOLITA
Crudel: dunque ricusi
dalla mia man di libertade il dono?

TESEO
Ah, questo è un don che dà morte al cor mio,
s'accettar nol poss'io,
chieggio, o cara, perdono.

IPPOLITA
Che risolvi?

TESEO
Disponga,
Amor, di me come gl’aggrada e piace;
so che lungi da te l'amante core
né viver sa, né sa trovar mai pace:
ma tu, perché non m'ami?
Vuoi, col falso pretesto
di darmi libertà, che da te lungi
porti le meste piante?

IPPOLITA
Non t'amo?

TESEO
No; che mai l'oggetto amato
da sé non può bandire un core amante.

IPPOLITA
Sì, bel volto, che ti adoro,
sì begl'occhi, per voi moro,
né giammai vi lascierò.
Credi a me,
mio ben, per te
il mio core è tutto amore
e morir ancor saprò.

Scena Terza

(Spiaggia Delle Amazzoni. Padiglioni del esercito greco in veduta della città. Martesia, Alceste e soldati, e poi Telamone e guardie)

ALCESTE
Bella, di Sparta il trono
è spregievol così che il tuo rifiuto
meriti, allor ch'io tel presento in dono?

MARTESIA
Ma per farmi reina
tu vuoi che a te mi renda schiava e il core
cambi col tuo?

ALCESTE
Tu non l'intendi; Amore
con invisibil mano
fa questo cambio. Io degl'affetti tuoi
divengo unico oggetto, e tu de' miei.

MARTESIA
Dunque allora non potrei
amar'altri, che te?

ALCESTE
Sì d'Imeneo dispongono le leggi.

MARTESIA
E neppur lice amar la genitrice?

ALCESTE
La Madre amar si dee, ma questo affetto,
non men che amor, si può chiamar rispetto:
quel che unisce al consorte
è un altro forte laccio,
che tien gl’animi avvinti insino a morte.

MARTESIA
Se così fosse, io l'alma men ritrosa
già sentirei di divenir tua sposa.

ALCESTE
Dunque mia tu sarai?

MARTESIA
Chi sa? Il mio core non vi ripugna.

ALCESTE
Io ti ringrazio, Amore, giacché sperar mi fai;
bella non ingannar la mia speranza,
ch'io spero si, mà temo, né so ancora
se pari alla beltade hai la costanza.

Io sembro appunto
quell'augelletto
ch'al fin scampò
da quella rete, che ritrovò
ascosa trà le fronde.
Ché, se ben sciolto,
solo soletto
volando va;
pur timido non sa
dove rivolga il piè,
sì del passato rischio ei si confonde.

(parte)

TELAMONE
(entrando)
Ad onta della sorte,
che tanto arride al mio rivale, io spero,
Martesia, alfi n di stringerti consorte.

MARTESIA
E Telamone ancora
mi vuol sua sposa? E come, o Ciel, poss'io
per render paghe ancor le brame tue,
divider il mio cor e darlo a due?

TELAMONE
Chi altri mai lo pretende?

MARTESIA
Alceste, e se il mio core a lui dar voglio,
mi fa regina in Sparta.

TELAMONE
Non ha pregio minor d'Itaca il soglio:
tu meco regnerai lieta e felice.

MARTESIA
Ma se amare non lice
allora altri che un solo, e come, o dei,
due consorti in un tempo amar dovrei?

TELAMONE
Se a me t'unisce amore esser
non puoi d'Alceste.

MARTESIA
E perché mai?

TELAMONE
Perché sono d'Imeneo queste le leggi:
or tu di me o di lui,
qual più ti piace, in tuo consorte eleggi.

MARTESIA
Qual più mi piace?

TELAMONE
Sì.

MARTESIA
Siete ambedue di grado e merto uguale,
ma se non lice a me prenderne due,
Alceste nel piacer mi a te prevale.

Ei nel volto ha un non so che,
che m'alletta
e mi piace più di te.
Mi diletta
se lo miro,
ma sospiro,
né so dir come o perché.



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