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Scena Quarta

(Tempio Di Diana. Tempio rotondo dedicato à Diana con simulacro della dea nel mezzo: tripode col fuoco, e lumiere ad uso di lampadari. Teseo condotto dall'Amazzoni sacerdotesse, e ministre del tempio, le quali portano urne, projumiere, bende, coltelli, bipenni e bacili, con sopravi una corona d'isopo e un'altra di cipresso Poi viene Antiope con le sue guardie, e poi lppolita)

TESEO
Almen foste presenti
negli'ultimi momenti a dirmi addio
cagion del morir mio, pupille care.

ANTIOPE
Alla suora del sole
giurai svenar di propria mano un Greco
nobil di sangue tanto
che adegui in parte almeno
quel che versai dal sen regio mio pianto.

TESEO
Antiope, il sangue mio
adegua il pianto tuo; per queste vene
del regnante d'Atene
scorre il sangue real: Teseo san io.

ANTIOPE
Che intendo? O sorte! lo sceglier non potea
vittima del mio duol più degna e accetta
di Cinto alla gran dea,
e all'ardente desio di mia vendetta.
Or tu d'Apollo
casta germana,
al cui freddo splendore
delle belle auree stelle il raggio langue
gradisci l'olocausto il di cui sangue
che or sparge il zelo mio più che il mio sdegno,
pace renda al mio core e al mio regno.

(Entra, Ippolita con spada nuda, con molte guerriere, all'arrivo delle quali fuggono le guardie d'Antiope. )

HIPPOLITA
Il fiero colpo arresta,
cruda germana, o che sei morta.

TESEO
O dei! Cosi opportuno in mio soccorso giunge
il bel idolo mio?

ANTIOPE
Da te cosi tradita,
fiera, ingiusta sorella, ora son io?

IPPOLITA
No, che non sei da me tradita; in questo
prence io salvo Martesia, che prigioniera
resta esposta de Greci al fiero sdegno;
s'ella si perde, ah!, che si perde il regno.

TESEO
(Fra sè)
O ingrata liberta,
che mi divide dalla mia bella!

ANTIOPE
Che sento, ohimè, che fa? Qual mi divide
gran contrasto d'affetti il cor nel seno?
o voto! o vendetta!
o Cinzia! o giuramento!
o figlia, o mal da me ricordata!
Mal da me vendicata!
Col vendicarti, ah! ch'io t'uccido e spargo
il tuo col sangue altrui!
O figlia! O figlia, ahi perché qui non sei!
Io ti sento, io ti veggio,
che mi chiedi pietà, ma sento ancora
le voci degli dei; o dei troppo
temuti e troppo avversi! Figlia, dei,
che far deggio? Teseo, libero sei!

(partono tranne Teseo)

TESEO
O libertà crudele!
A qual funesto esiglio
condanni il core amante;
sol per allontanarmi dal mio bene
tu mi sciogli le piante.
O care mie catene!
Deh, perché mi togliete i vostri nodi!
I vostri nodi che tenean ristretto
il piede sol, ma fean godere al ciglio
vicini i rai dell'adorato oggetto.

Scorre il fiume mormorando,
urta in sassi e frange l'onda:
ma, baciando la sua sponda,
tutto lieto al mar sen va.
Il mio cor godea penando,
e correa lieto al periglio
ché il veder quel vago ciglio
val per vita e libertà.

Scena Quinta

(Parte del bosco sacro. Sobborghi di Temiscira rovinati da' Greci, con machine belliche. Ercole e Teseo)

ERCOLE
In libertà Teseo? Sogno? ave sono?

TESEO
Non sogni, no, libero io sono.
Signor, di Temiscira
quando tra poco espugnerai le mura,
almen con la pietà tempera l'ira.

ERCOLE
Pietà mi chiedi? E per chi mai?

TESEO
Per quella a cui debbo la vita.

ERCOLE
La vita? E come!

TESEO
Avea, per la rapita
figlia, Antiope giurato
alla triforme dea di propria mano
svenar un nobil Greco,
sul collo mi pendea di già la scure,
allor che fece Amore
d'Ippolita nel seno
nascer pietade; ella sen corse al tempio,
e opportuna con l'armi
trattenne il colpo e impedì lo scempio.

ERCOLE
Quest'atto generoso
ad Ippolita Alcide
amico render può, nonché pietoso;
anzi ad Antiope istessa
piu nemico non son, s'ella mi cede
quell'armi che Euristeo per me le chiede.

Non sia della vittoria
giammai che oscuri il vanto
ombra di crudeltà.
Di vincere, la gloria
mi basta e mia sarà.

Scena Sesta

(Tempio Di Diana. Atrio regio vicino al giardino con simulacro di Diana. Telamone con soldati e Ippolita, poi Teseo, poi Alceste e Martesia)

TELAMONE
Renditi, o che sei morta.

IPPOLITA
A caro prezzo, fin che armata ho la mano,
spero vender la vita.

TELAMONE
Tu la difendi invano.

TESEO
(entrando)
Telamon, ferma il brando, e a te piaccia
cedermi, o bella, il tuo, ch'io ti assicuro
d'ogni servile oltraggio.

IPPOLITA
A te, signor,
io cedo, e a tuoi lacci
consegno il piè, se m'hai già stretto il cuore.

TELAMONE
Mentre tu la disarmi,
tua prigioniera sia; ch'io volgo altrove
con questi miei seguaci i passi e l'armi.

(parte)

TESEO
Ippolita, ecco il ferro
che mi cedesti, al fianco tuo lo rendo:
per salvarti lo presi,
ma se in ciò pur t'offesi, umil perdono
or ti chiedo.

IPPOLITA
Signor, tua serva sono.

TESEO
Il cor per sua regina
t'elesse già, per tale anche d'Atene
ti sta aspettando il trono.

IPPOLITA
No, mio caro Teseo, tua servo sono,
e di tua serva il titolo mi basta
per compensar la perdita d'un regno.
Ti seguirò fedele ave tu vada,
l'armi ti recherò nella battaglia,
e da nemici strali
riparo ti farò col petto ignudo;
sarò qual più vorrai: scudier o scudo.

TESEO
Ippolita, non più; con tali accenti
troppo tu mi tormenti.
Forse pensi cosi provar s'io t'ami?
Ah, piuttosto per prova
della mia vera fede
dimmi che far degg' io, da me che brami.

IPPOLITA
Se pur qualche mercede
merita l'amor mio, solo ti prega
per Antiope mia suora, a pro di lei
il tuo favor, deh, con Alcide impiega.

TESEO
Va pur di ciò sicura:
ma vanne intanto, e a lui già vincitore,
ch'Antiope ceda l'armi tu procura.

IPPOLITA
Amato ben,
tu sei la mia speranza
e'l mio piacer.
E quella speme che già s'avanza
sento che l'alma
chiama a goder.

Scena Settima

(Parte Del Bosco Sacro. Atrio regio vicino al giardino con simulacro di Diana. Alceste, e Martesia con guardie)

ALCESTE
Bella, rasciuga il pianto;
misera quanto credi, ancor non sei:
Ercole è generoso io sono amante.
e giusti sono i dei.

MARTESIA
Ah, se è ver, che tu m'ami,
ama ancor chi è di mè la miglior parte;
fa che viva la madre, se pur brami,
che non pera la figlia.

ALCESTE
Ogni tirnor discaccia amai dal seno;
vanne, e partite voi; più custodita
non sia, ché libertà le rendo a pieno.
Vanne alla genitrice,
dille, che l'armi ad Euristeo non sdegni
per Alcide mandar, ma viva e regni.

Duetto

ALCESTE
Spera bell'idol mio,
spera e confida in me;
teco morir so anch'io,
non viver senza te.

MARTESIA
Spero, perché il desio
mi fa sperar mercè:
ma non so ancor, ben mio,
se l'Uomo serba fè.

Scena Ottava

(Tempio Di Diana. Reggia, che corrisponde al tempio, dove si vede comparire sopra il suo globo lunare Diana. Antiope sola, poi Martesia, poi gl'altri)

ANTIOPE
Regio mio brando illustre e rea cagione
di tutti i danni miei, giacché degg'io
toglierti al fianco mio,
ceder ti vuò per zelo e per pietade,
ma non già per timore o per viltade.

Casto nume di Cinto,
dea tutelar del regno,
questo acciaro fatal, questo mio cinto
a te consacro, e al braccio tuo consegno.

(Appende la cintura e le spada ad un braccio della statua.)

E tu, fato crudel, che mi togliesti
la figlia, la vendetta, il regno e l'armi,
la vita vuoi lasciarmi
non già per tua pietà, ma per mia pena,
perché in servii catena,
strascinata colà sul greco lito,
dall'attiche donzelle
illustre spoglia io sia mostrata a dito:
ma t'inganni; infelice
tanto non è chi può morir, mi resta
anch'in man questo ferro, or nel mio petto
l'immergo, e a tuo dispetto
morir voglio regina, qual son io;
figlia, io moro, e col cor ti dico - addio.

(Si vuoi ferire collo stile. )

MARTESIA
(entrando)
Ah! Genitrice, il fiero colpo arresta.

ANTIOPE
Martesia, figlia, o Ciel! Sogno, o son desta?
Pur ti riveggo, pur t'abbraccio, e pria
di chiuder gl'occhi miei per sempre al giorno
ti stringo al petto. Or quel che più gli piace
faccia di me il destino,
io chiudo i lumi in pace.

MARTESIA
Fermati.

ANTIOPE
No, lascia che m'apra il petto,
onde l'alma dolente,
se il Ciel la prende a scherno,
corra a cercar pietà nel cieco Averno.

Scenderò, volerò, griderò
sulle sponde di Stige, di Lete
risvegliando furori e vendette
di Megera e d'Aletto nel cor.
Rio destin, del mio sangue la sete
sazia pur, che già Dite m'aspetta
nuova furia del suo cieco orror.

(parte, seguita da Martesia)

(Entrano Ippolita, Ercole, ecc)

IPPOLITA
Invitto Alcide, al cui valor congiunto
va' de regni il destino, il cui sol nome
i tiranni spaventa,
già trionfasti; il nostro
braccio col braccio tuo più non contrasta,
tu mostra a noi che il trionfar ti basta.

ERCOLE
Ippolita, il tuo amore,
la tua pietà, per cui anche rispira
il mio caro Teseo, vince il mio sdegno:
per te salvo il tuo regno e Temiscira;
tutto vi rendo, e l'armi più non chiedo;
valor non chiamo il disprezzar i dei;
non vuò tra i vanti miei
l'aver tolto di mano
a un nume il regio brando e l'aureo cinto.

IPPOLITA
Alcide, or sì trionfi, or sì ch'hai vinto:
eccoti il cinto e'l brando, io te lo dono;
or non temo che i dei
possano avere a sdegno,
se il dono a te, che un altro nume sei.

ERCOLE
Io lo ricevo, e d'amicizia e pace
va che sia tra la Grecia e'l regno vostro
nodo fermo e tenace: ma che vedo!
Che prodigio è mai questo?

IPPOLITA
Cinzia, la nostra dea, pria del costume
sorge piena di lume.

ANTIOPE
(entrando con Martesia)
Ah se fosse ella offesa
dal voto inosservato, d'ira accesa
a noi si mostraria;
amici, i vostri prieghi
faccian che a perdonare ancor si pieghi.

ERCOLE, ANTIOPE
Di Latona illustre prole,
figlia a Giove e suora al sole,
splendi or tu propizia a noi.

CORO
Placa omai, placa lo sdegno,
ché dar pace a questo regno,
bella dea, sola tu puoi.

(Qui comparisce Diana su'l globo lunare,
e dice ad Antiope )

DIANA
Antiope; troppo arditi i voti umani,
che son figli dell'ira, e non del zelo.
o rende vani, o non gradisce il Cielo:
che sian d'Alcide l'armi tue; che resti
Ippolita a Teseo, Martesia a Alceste
d'Imeneo fortunato
in dolci nodi oggi è voler del Fato.

ERCOLE
Prenci, regine, udiste
quali siano del Ciel gl'alti decreti?

ANTIOPE
Io la mia fronte inchina al valer del destino.

TESEO ad IPPOLITA
ALCESTE a MARTESIA
Il mio destino sta sol ne' tuoi bei lumi.

IPPOLITA, MARTESlA
Io fò mia voglia del valer de' numi.

ERCOLE
D'Ippolita la destra
stringi, o Teseo; Martesia, ora ad Alceste
porgi la bella man: sono di queste
nozze si liete e care al vostro core
pronubi Cinzia e Giove, il Fato, e Amore.

CORO
Cinzia e Giove, Amore e Fato
s'han formato
sì bel nodo e sì giocondo,
dall'algente all'arsa riva
canti il viva
e goda il mondo.
Scena Quarta

(Tempio Di Diana. Tempio rotondo dedicato à Diana con simulacro della dea nel mezzo: tripode col fuoco, e lumiere ad uso di lampadari. Teseo condotto dall'Amazzoni sacerdotesse, e ministre del tempio, le quali portano urne, projumiere, bende, coltelli, bipenni e bacili, con sopravi una corona d'isopo e un'altra di cipresso Poi viene Antiope con le sue guardie, e poi lppolita)

TESEO
Almen foste presenti
negli'ultimi momenti a dirmi addio
cagion del morir mio, pupille care.

ANTIOPE
Alla suora del sole
giurai svenar di propria mano un Greco
nobil di sangue tanto
che adegui in parte almeno
quel che versai dal sen regio mio pianto.

TESEO
Antiope, il sangue mio
adegua il pianto tuo; per queste vene
del regnante d'Atene
scorre il sangue real: Teseo san io.

ANTIOPE
Che intendo? O sorte! lo sceglier non potea
vittima del mio duol più degna e accetta
di Cinto alla gran dea,
e all'ardente desio di mia vendetta.
Or tu d'Apollo
casta germana,
al cui freddo splendore
delle belle auree stelle il raggio langue
gradisci l'olocausto il di cui sangue
che or sparge il zelo mio più che il mio sdegno,
pace renda al mio core e al mio regno.

(Entra, Ippolita con spada nuda, con molte guerriere, all'arrivo delle quali fuggono le guardie d'Antiope. )

HIPPOLITA
Il fiero colpo arresta,
cruda germana, o che sei morta.

TESEO
O dei! Cosi opportuno in mio soccorso giunge
il bel idolo mio?

ANTIOPE
Da te cosi tradita,
fiera, ingiusta sorella, ora son io?

IPPOLITA
No, che non sei da me tradita; in questo
prence io salvo Martesia, che prigioniera
resta esposta de Greci al fiero sdegno;
s'ella si perde, ah!, che si perde il regno.

TESEO
(Fra sè)
O ingrata liberta,
che mi divide dalla mia bella!

ANTIOPE
Che sento, ohimè, che fa? Qual mi divide
gran contrasto d'affetti il cor nel seno?
o voto! o vendetta!
o Cinzia! o giuramento!
o figlia, o mal da me ricordata!
Mal da me vendicata!
Col vendicarti, ah! ch'io t'uccido e spargo
il tuo col sangue altrui!
O figlia! O figlia, ahi perché qui non sei!
Io ti sento, io ti veggio,
che mi chiedi pietà, ma sento ancora
le voci degli dei; o dei troppo
temuti e troppo avversi! Figlia, dei,
che far deggio? Teseo, libero sei!

(partono tranne Teseo)

TESEO
O libertà crudele!
A qual funesto esiglio
condanni il core amante;
sol per allontanarmi dal mio bene
tu mi sciogli le piante.
O care mie catene!
Deh, perché mi togliete i vostri nodi!
I vostri nodi che tenean ristretto
il piede sol, ma fean godere al ciglio
vicini i rai dell'adorato oggetto.

Scorre il fiume mormorando,
urta in sassi e frange l'onda:
ma, baciando la sua sponda,
tutto lieto al mar sen va.
Il mio cor godea penando,
e correa lieto al periglio
ché il veder quel vago ciglio
val per vita e libertà.

Scena Quinta

(Parte del bosco sacro. Sobborghi di Temiscira rovinati da' Greci, con machine belliche. Ercole e Teseo)

ERCOLE
In libertà Teseo? Sogno? ave sono?

TESEO
Non sogni, no, libero io sono.
Signor, di Temiscira
quando tra poco espugnerai le mura,
almen con la pietà tempera l'ira.

ERCOLE
Pietà mi chiedi? E per chi mai?

TESEO
Per quella a cui debbo la vita.

ERCOLE
La vita? E come!

TESEO
Avea, per la rapita
figlia, Antiope giurato
alla triforme dea di propria mano
svenar un nobil Greco,
sul collo mi pendea di già la scure,
allor che fece Amore
d'Ippolita nel seno
nascer pietade; ella sen corse al tempio,
e opportuna con l'armi
trattenne il colpo e impedì lo scempio.

ERCOLE
Quest'atto generoso
ad Ippolita Alcide
amico render può, nonché pietoso;
anzi ad Antiope istessa
piu nemico non son, s'ella mi cede
quell'armi che Euristeo per me le chiede.

Non sia della vittoria
giammai che oscuri il vanto
ombra di crudeltà.
Di vincere, la gloria
mi basta e mia sarà.

Scena Sesta

(Tempio Di Diana. Atrio regio vicino al giardino con simulacro di Diana. Telamone con soldati e Ippolita, poi Teseo, poi Alceste e Martesia)

TELAMONE
Renditi, o che sei morta.

IPPOLITA
A caro prezzo, fin che armata ho la mano,
spero vender la vita.

TELAMONE
Tu la difendi invano.

TESEO
(entrando)
Telamon, ferma il brando, e a te piaccia
cedermi, o bella, il tuo, ch'io ti assicuro
d'ogni servile oltraggio.

IPPOLITA
A te, signor,
io cedo, e a tuoi lacci
consegno il piè, se m'hai già stretto il cuore.

TELAMONE
Mentre tu la disarmi,
tua prigioniera sia; ch'io volgo altrove
con questi miei seguaci i passi e l'armi.

(parte)

TESEO
Ippolita, ecco il ferro
che mi cedesti, al fianco tuo lo rendo:
per salvarti lo presi,
ma se in ciò pur t'offesi, umil perdono
or ti chiedo.

IPPOLITA
Signor, tua serva sono.

TESEO
Il cor per sua regina
t'elesse già, per tale anche d'Atene
ti sta aspettando il trono.

IPPOLITA
No, mio caro Teseo, tua servo sono,
e di tua serva il titolo mi basta
per compensar la perdita d'un regno.
Ti seguirò fedele ave tu vada,
l'armi ti recherò nella battaglia,
e da nemici strali
riparo ti farò col petto ignudo;
sarò qual più vorrai: scudier o scudo.

TESEO
Ippolita, non più; con tali accenti
troppo tu mi tormenti.
Forse pensi cosi provar s'io t'ami?
Ah, piuttosto per prova
della mia vera fede
dimmi che far degg' io, da me che brami.

IPPOLITA
Se pur qualche mercede
merita l'amor mio, solo ti prega
per Antiope mia suora, a pro di lei
il tuo favor, deh, con Alcide impiega.

TESEO
Va pur di ciò sicura:
ma vanne intanto, e a lui già vincitore,
ch'Antiope ceda l'armi tu procura.

IPPOLITA
Amato ben,
tu sei la mia speranza
e'l mio piacer.
E quella speme che già s'avanza
sento che l'alma
chiama a goder.

Scena Settima

(Parte Del Bosco Sacro. Atrio regio vicino al giardino con simulacro di Diana. Alceste, e Martesia con guardie)

ALCESTE
Bella, rasciuga il pianto;
misera quanto credi, ancor non sei:
Ercole è generoso io sono amante.
e giusti sono i dei.

MARTESIA
Ah, se è ver, che tu m'ami,
ama ancor chi è di mè la miglior parte;
fa che viva la madre, se pur brami,
che non pera la figlia.

ALCESTE
Ogni tirnor discaccia amai dal seno;
vanne, e partite voi; più custodita
non sia, ché libertà le rendo a pieno.
Vanne alla genitrice,
dille, che l'armi ad Euristeo non sdegni
per Alcide mandar, ma viva e regni.

Duetto

ALCESTE
Spera bell'idol mio,
spera e confida in me;
teco morir so anch'io,
non viver senza te.

MARTESIA
Spero, perché il desio
mi fa sperar mercè:
ma non so ancor, ben mio,
se l'Uomo serba fè.

Scena Ottava

(Tempio Di Diana. Reggia, che corrisponde al tempio, dove si vede comparire sopra il suo globo lunare Diana. Antiope sola, poi Martesia, poi gl'altri)

ANTIOPE
Regio mio brando illustre e rea cagione
di tutti i danni miei, giacché degg'io
toglierti al fianco mio,
ceder ti vuò per zelo e per pietade,
ma non già per timore o per viltade.

Casto nume di Cinto,
dea tutelar del regno,
questo acciaro fatal, questo mio cinto
a te consacro, e al braccio tuo consegno.

(Appende la cintura e le spada ad un braccio della statua.)

E tu, fato crudel, che mi togliesti
la figlia, la vendetta, il regno e l'armi,
la vita vuoi lasciarmi
non già per tua pietà, ma per mia pena,
perché in servii catena,
strascinata colà sul greco lito,
dall'attiche donzelle
illustre spoglia io sia mostrata a dito:
ma t'inganni; infelice
tanto non è chi può morir, mi resta
anch'in man questo ferro, or nel mio petto
l'immergo, e a tuo dispetto
morir voglio regina, qual son io;
figlia, io moro, e col cor ti dico - addio.

(Si vuoi ferire collo stile. )

MARTESIA
(entrando)
Ah! Genitrice, il fiero colpo arresta.

ANTIOPE
Martesia, figlia, o Ciel! Sogno, o son desta?
Pur ti riveggo, pur t'abbraccio, e pria
di chiuder gl'occhi miei per sempre al giorno
ti stringo al petto. Or quel che più gli piace
faccia di me il destino,
io chiudo i lumi in pace.

MARTESIA
Fermati.

ANTIOPE
No, lascia che m'apra il petto,
onde l'alma dolente,
se il Ciel la prende a scherno,
corra a cercar pietà nel cieco Averno.

Scenderò, volerò, griderò
sulle sponde di Stige, di Lete
risvegliando furori e vendette
di Megera e d'Aletto nel cor.
Rio destin, del mio sangue la sete
sazia pur, che già Dite m'aspetta
nuova furia del suo cieco orror.

(parte, seguita da Martesia)

(Entrano Ippolita, Ercole, ecc)

IPPOLITA
Invitto Alcide, al cui valor congiunto
va' de regni il destino, il cui sol nome
i tiranni spaventa,
già trionfasti; il nostro
braccio col braccio tuo più non contrasta,
tu mostra a noi che il trionfar ti basta.

ERCOLE
Ippolita, il tuo amore,
la tua pietà, per cui anche rispira
il mio caro Teseo, vince il mio sdegno:
per te salvo il tuo regno e Temiscira;
tutto vi rendo, e l'armi più non chiedo;
valor non chiamo il disprezzar i dei;
non vuò tra i vanti miei
l'aver tolto di mano
a un nume il regio brando e l'aureo cinto.

IPPOLITA
Alcide, or sì trionfi, or sì ch'hai vinto:
eccoti il cinto e'l brando, io te lo dono;
or non temo che i dei
possano avere a sdegno,
se il dono a te, che un altro nume sei.

ERCOLE
Io lo ricevo, e d'amicizia e pace
va che sia tra la Grecia e'l regno vostro
nodo fermo e tenace: ma che vedo!
Che prodigio è mai questo?

IPPOLITA
Cinzia, la nostra dea, pria del costume
sorge piena di lume.

ANTIOPE
(entrando con Martesia)
Ah se fosse ella offesa
dal voto inosservato, d'ira accesa
a noi si mostraria;
amici, i vostri prieghi
faccian che a perdonare ancor si pieghi.

ERCOLE, ANTIOPE
Di Latona illustre prole,
figlia a Giove e suora al sole,
splendi or tu propizia a noi.

CORO
Placa omai, placa lo sdegno,
ché dar pace a questo regno,
bella dea, sola tu puoi.

(Qui comparisce Diana su'l globo lunare,
e dice ad Antiope )

DIANA
Antiope; troppo arditi i voti umani,
che son figli dell'ira, e non del zelo.
o rende vani, o non gradisce il Cielo:
che sian d'Alcide l'armi tue; che resti
Ippolita a Teseo, Martesia a Alceste
d'Imeneo fortunato
in dolci nodi oggi è voler del Fato.

ERCOLE
Prenci, regine, udiste
quali siano del Ciel gl'alti decreti?

ANTIOPE
Io la mia fronte inchina al valer del destino.

TESEO ad IPPOLITA
ALCESTE a MARTESIA
Il mio destino sta sol ne' tuoi bei lumi.

IPPOLITA, MARTESlA
Io fò mia voglia del valer de' numi.

ERCOLE
D'Ippolita la destra
stringi, o Teseo; Martesia, ora ad Alceste
porgi la bella man: sono di queste
nozze si liete e care al vostro core
pronubi Cinzia e Giove, il Fato, e Amore.

CORO
Cinzia e Giove, Amore e Fato
s'han formato
sì bel nodo e sì giocondo,
dall'algente all'arsa riva
canti il viva
e goda il mondo.



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