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ATTO SECONDO


Dov'è ora l'umile casetta tua così modesta e semplice colle sue stuoie colorate e i battenti di quercia, o piccola Iris ? La bianca siepe di biancospine fiorite ? Il sentiero coverto dal fiore delle scabbiose che conduce al rio ?

Dov'è la pace dei campi intorno e il silenzio ristoratore come il riposo della tua vallea entro all'ampia circolare distesa di monti e, in alto, la solenne maestà del Fousiyama ? Dove l'aria purissima ? Dove la luce libera ?

Tu ora giaci nel cuore affannoso della città gaudente ove più accelerato batte il palpito delle esistenze nelle diverse febbri che agitano le genti, quella della gloria, quella del piacere, quella del denaro. La più appariscente delle Case Verdi è ora la tua abitazione ; tu vi riposi sul rialzo di lacca ed oro di un fton ricchissimo, abbandonata la fragile persona alla stanchezza che ti ha affranto, e ti covre un velario trasparente come aria !

Tu sei nel Yoshiwara !

Qui, nella dolcissima ora del drago, non verrà il Sole a dissipare i piccoli sogni paurosi della tua infantile fantasia ! qui, nella misteriosa ora del cignale, non la luna scenderà a posarsi con te !

Qui, ricche stuoie a tessiture fantasiose impediscono alla luce di penetrarvi.

No, il Sole non penetra nelle Case Verdi ! Qui tutto è riflesso di metallo che scoppia a vivi e rapidi sfavilli dalle profumiere cesellate dove brucia esalando l'olio di camelia odorosa, dai vasi smaltati, dalle grandi chimere e mostri di smalto e cobalto che adornano la stanza.

Là, in un angolo, un bouddah ride, i piccoli occhi sfuggenti la enorme epa floscia giù a sfascio sul loto simbolico che gli fa da piedestallo.

Non la luce, non l'armonia del Sole ! Solo, su dalla tumultuante via, per le stuoie che la dimenticanza delle kamouro ha lasciato semiaperte, entra l'affannoso moto della vita cittadina, le strida dei merciaioli, le minaccie dei samouraïs, le ansanti cadenze dei djin, i diversi idiomi dei dragomanni, la bestemmia e la risata. Presso al tuo letto, come spettri, stanno ancora le guèchas.

(Una guècha accosciata sussura un "Anakomitasani" accompagnandosi al suono del sàmisen.)

KYOTO
(Cogliendo le guèchas in oziosa curiosità, le investe con voce concitata ma trattenuta, per non svegliare Iris.)
Là che ci fate
ancora mascherate?
O che siete de' bonzi?
E... stz!

(impedendo loro di parlare)

Tacete! Silenzio!
Non voglio, appena desta,
ch'abbia ricordi tristi,
ognor dolori!
Tutta una festa, un giorno d'ori,
di bronzi e fiore!

(sorpreso nel vedere aperta una della imposte)

Toh! fuori spalancata è ancora
l'impannata?

(Vorrebbe gridare ma si ritiene.)

Silenzio, dico!

(fra i denti)

Rispondermi volete?
Oh, le sfacciate!
Udite!
Dalla strada salgon
le voci chioccie de la gente,
L'andare ed il venire
de' djin correnti!
O che avete gli orecchi
fatti in giada?
Con tal baccano o chi
può mai dormire?
E chete! Mogie!

(irritato)

Vostre voci acute son vespe,
son cicale, son zanzare! Mute,
vi voglio mute e, se possibil,
senza respirare!

(Va a chiudere l'imposta ; guardando nella strada vede un elegante norimon entrare nella casa.)

Toh! Vien gente!
È Osaka in palanchino!
Giù tutti col migliore
nostro inchino!

(Rapidamente tutti si inchinano quasi toccando colle fronti il suolo.)

OSAKA
(Entra con inusata vivacità, indirizzandosi a Kyoto.)
Ch'io vegga ov'è
la mousmè da li occhi
simili a camelie!

KYOTO
(calmandolo)
La voce tua
modula in suon più grave,
come punta d'agave
va ne li orecchi a chi posa!

(L'astuto taikomati mostra all'annoiato signore Iris addormentata.)

Riposa!

(allontando brutalmente le guèchas, che scompaiono rapide)

Donne, vampiri della casa,
via!

(Osaka e Kyoto si avvicinano al letto d'Iris.)

OSAKA
Sollevami il velario !

KYOTO
Parla piano!

(sollevando il velario)

Toh! guardala!
È perfetta! Non ti pare?

OSAKA
Spande l'odor del loto,
la piccina!

KYOTO
Sogguarda a quella bocca porporina!

OSAKA
È ciliegia da cogliere e mangiare!

(Contempla Iris, poi si scosta insieme a Kyoto.)

KYOTO
Vedi che braccio!
E vedi un po' che mano!

OSAKA
(con grande entusiasmo)
Créa in quegli occhi
il lampo d'un desio,
vibri in quegli occhi
il senso, l'uman dio,
una scintilla, un fuoco, una favilla
che di piacer ne incendi la pupilla
e dimmi, come lei ne sai tu alcuna?

KYOTO
Nessuna,

(con finta convinzione)

in fede mia, nessuna!

OSAKA
In questa noia matta
ogni dì soddisfatta
e insoddisfatta, costei nel cuor
m'ha cacciata una spina di brama
Che m'affanna!
Non è mousmè leziosa di città,
oprdigno fatto per la voluttà;
qui c'è l'anima!

(Torna presso il letto a guardare e lascia ricadere il velario sulla fanciulla addormentata, poi trae con sè lontano in disparte Kyoto onde il loro chiacchierio non risvegli Iris.)

Lunga lotta m'annoia;
a ritrosie io mal m'adatto;
s'ella resistesse?

KYOTO
Abbi denaro e il
Paradiso è ovunque!
Comprendi tu?

OSAKA
Parla un linguaggio chiaro!

KYOTO
Son fior le frasi,
le parole foglie,
ma il frutto è l'or
che satolla le voglie.
Comprendi tu?

OSAKA
Abborro tai proverbi!

KYOTO
Regali! Doni appariscenti!
Ricchi! Vistosi!
Mi comprendi?
Larga mano!
Aperto borsellino!
Mi comprendi?
Vesti! Fiori! Gioielli!
Mi comprendi?

OSAKA
Oh, fauce ingorda!
Oh, fauce sazia mai!

KYOTO
Dapprima già ci vuol
qualche moina
per rasciugar gli occhietti
da le lacrime, poi...
Una nuora poi... diventa suocera!

OSAKA
E aggiungi, in oltre,
il più fantasioso
e armonico linguaggio figurato...

KYOTO
(che ha osservato Iris, fa cenno ad Osaka di tacere)
Stz! Desta è la piccina!
Vieni via!
Va a prepararti
un romanzesco viso!
Porta gemme... regali!
Mi comprendi?

(Escono cautamente.)

IRIS
(Si sveglia e guarda intorno a sè sorpresa.)
Ognora sogni,
sogni e sogni...
Oh, il bel velario!
Oh, il lieve drappo
tutto sparso d'iridi...
Or la mia veste è un velo
e ha trasparenze
d'onda e di nube!
Or io cosi ho vergogna!
Non più le mie pianelle
in lacca nera;

(alzandosi e camminando)

Ho sandali dorati,
e il piè vi posa
così morbidamente
che mi pare di camminar
sopra un prato di piume!

(Ed ecco svolgersi nella mente trasognata dell'ingenua fanciulla le scene del teatrino, la danza delle guèchas e... il rapimento.)

Ecco! Or ricordo!
Sì, il teatro! Dhia!
La danza delle guèchas!
Il nero manto m'avvolge
del Vampiro!
Ove son io?
Morta son dunque
sì, sono una morta!

(Guardando intorno più attentamente, mormora fra l'angoscia e la gioia.)

E questa casa bella
è il Paradiso?

(Si ode un dolcissimo suono di sàmisen interno : Iris ascolta. Un sàmisen attira i suoi sgardi.)

Chi è morto tutto sa!
Diceva il bonzo!

(Prende il sàmisen.)

Mi voglio accompagnar
l'Uta di Nániva!
"Sorge dal mar la Luna...

(tentando di accompagnarsi col sàmisen, ma dalle sue dita esce il più discordante e pazzo suono)

È luna piena...
Una giunca laggiù mi mena;
io vo coll'onda che mi porta."

(interrompendo)

La voce canta
ma il suon non l'accompagna!

(Getta indispettita l'istromentao, mentre riprende il suono interno dei sàmisen.)

Dicon di gran bugie
nel mondo ai vivi!
Che da vivo non sa,
non sa da morto.

(Si aggira curiosa e meravigliata ammirando i ricchi paraventi ed i preziosi dipinti. Vede pennelli e colori su di una tavola. Essa vi si accosta ed attratta dal mistero dei colori siede preso la tavola tentando di pingere. Vuole dipingere un fiore, ma invece n'esce un angue ; Iris getta indispettita il foglio di carta. Ed ora vorrebbe dipingere un cielo azzurro, ma le inesperte mani non riescono che a tracciare una macchia grigiastra. Sfiduciata, lascia cadere i pennelli.)

Io pingo... pingo,
ma il mio pennello invano stendo,
intingo!
Va la mia mano invano!
Invano, invano va la mia mano!
Io penso a un fiore,
e n'esce invece un'angue
tutto terrore,
tutto un rosso di sangue!
Se voglio un cielo,
azzurro in mio pensiero,
è un fosco velo,
un velo tinto in nero!
La fantasia con sè m'invola
e porta di casa mia a la
picciola porta;
là la pupilla d'un cieco
finalmente ha una scintilla,
una favilla d'una luce rovente
che fulge e brilla,
ma il lucer d'una lacrima
che lentamente stilla!

(Accasciata, nasconde il viso tra le mani.)

In paradiso, han detto,
non si piange!
Ed io di lacrime...
ho i miei occhi pieni!

(Una cortina si solleva lentamente e Kyoto introduce Osaka. I due uomini si soffermano sul limitare della porta e guardanola la fanciulla seduta davanti al tavolino dei colori.)

OSAKA
(parlando sottovoce a Kyoto)
A un cenno mio manda
le vesti e i doni.

KYOTO
Sì, manderò!

OSAKA
Or quanto a te,
inutil qui... va via!

KYOTO
A meraviglia!
Vo!

(Il taikomati scompare dietro la cortina, lasciando soli il giovane signore voluttuoso e l'ingenua mousmè.)
ATTO SECONDO


Dov'è ora l'umile casetta tua così modesta e semplice colle sue stuoie colorate e i battenti di quercia, o piccola Iris ? La bianca siepe di biancospine fiorite ? Il sentiero coverto dal fiore delle scabbiose che conduce al rio ?

Dov'è la pace dei campi intorno e il silenzio ristoratore come il riposo della tua vallea entro all'ampia circolare distesa di monti e, in alto, la solenne maestà del Fousiyama ? Dove l'aria purissima ? Dove la luce libera ?

Tu ora giaci nel cuore affannoso della città gaudente ove più accelerato batte il palpito delle esistenze nelle diverse febbri che agitano le genti, quella della gloria, quella del piacere, quella del denaro. La più appariscente delle Case Verdi è ora la tua abitazione ; tu vi riposi sul rialzo di lacca ed oro di un fton ricchissimo, abbandonata la fragile persona alla stanchezza che ti ha affranto, e ti covre un velario trasparente come aria !

Tu sei nel Yoshiwara !

Qui, nella dolcissima ora del drago, non verrà il Sole a dissipare i piccoli sogni paurosi della tua infantile fantasia ! qui, nella misteriosa ora del cignale, non la luna scenderà a posarsi con te !

Qui, ricche stuoie a tessiture fantasiose impediscono alla luce di penetrarvi.

No, il Sole non penetra nelle Case Verdi ! Qui tutto è riflesso di metallo che scoppia a vivi e rapidi sfavilli dalle profumiere cesellate dove brucia esalando l'olio di camelia odorosa, dai vasi smaltati, dalle grandi chimere e mostri di smalto e cobalto che adornano la stanza.

Là, in un angolo, un bouddah ride, i piccoli occhi sfuggenti la enorme epa floscia giù a sfascio sul loto simbolico che gli fa da piedestallo.

Non la luce, non l'armonia del Sole ! Solo, su dalla tumultuante via, per le stuoie che la dimenticanza delle kamouro ha lasciato semiaperte, entra l'affannoso moto della vita cittadina, le strida dei merciaioli, le minaccie dei samouraïs, le ansanti cadenze dei djin, i diversi idiomi dei dragomanni, la bestemmia e la risata. Presso al tuo letto, come spettri, stanno ancora le guèchas.

(Una guècha accosciata sussura un "Anakomitasani" accompagnandosi al suono del sàmisen.)

KYOTO
(Cogliendo le guèchas in oziosa curiosità, le investe con voce concitata ma trattenuta, per non svegliare Iris.)
Là che ci fate
ancora mascherate?
O che siete de' bonzi?
E... stz!

(impedendo loro di parlare)

Tacete! Silenzio!
Non voglio, appena desta,
ch'abbia ricordi tristi,
ognor dolori!
Tutta una festa, un giorno d'ori,
di bronzi e fiore!

(sorpreso nel vedere aperta una della imposte)

Toh! fuori spalancata è ancora
l'impannata?

(Vorrebbe gridare ma si ritiene.)

Silenzio, dico!

(fra i denti)

Rispondermi volete?
Oh, le sfacciate!
Udite!
Dalla strada salgon
le voci chioccie de la gente,
L'andare ed il venire
de' djin correnti!
O che avete gli orecchi
fatti in giada?
Con tal baccano o chi
può mai dormire?
E chete! Mogie!

(irritato)

Vostre voci acute son vespe,
son cicale, son zanzare! Mute,
vi voglio mute e, se possibil,
senza respirare!

(Va a chiudere l'imposta ; guardando nella strada vede un elegante norimon entrare nella casa.)

Toh! Vien gente!
È Osaka in palanchino!
Giù tutti col migliore
nostro inchino!

(Rapidamente tutti si inchinano quasi toccando colle fronti il suolo.)

OSAKA
(Entra con inusata vivacità, indirizzandosi a Kyoto.)
Ch'io vegga ov'è
la mousmè da li occhi
simili a camelie!

KYOTO
(calmandolo)
La voce tua
modula in suon più grave,
come punta d'agave
va ne li orecchi a chi posa!

(L'astuto taikomati mostra all'annoiato signore Iris addormentata.)

Riposa!

(allontando brutalmente le guèchas, che scompaiono rapide)

Donne, vampiri della casa,
via!

(Osaka e Kyoto si avvicinano al letto d'Iris.)

OSAKA
Sollevami il velario !

KYOTO
Parla piano!

(sollevando il velario)

Toh! guardala!
È perfetta! Non ti pare?

OSAKA
Spande l'odor del loto,
la piccina!

KYOTO
Sogguarda a quella bocca porporina!

OSAKA
È ciliegia da cogliere e mangiare!

(Contempla Iris, poi si scosta insieme a Kyoto.)

KYOTO
Vedi che braccio!
E vedi un po' che mano!

OSAKA
(con grande entusiasmo)
Créa in quegli occhi
il lampo d'un desio,
vibri in quegli occhi
il senso, l'uman dio,
una scintilla, un fuoco, una favilla
che di piacer ne incendi la pupilla
e dimmi, come lei ne sai tu alcuna?

KYOTO
Nessuna,

(con finta convinzione)

in fede mia, nessuna!

OSAKA
In questa noia matta
ogni dì soddisfatta
e insoddisfatta, costei nel cuor
m'ha cacciata una spina di brama
Che m'affanna!
Non è mousmè leziosa di città,
oprdigno fatto per la voluttà;
qui c'è l'anima!

(Torna presso il letto a guardare e lascia ricadere il velario sulla fanciulla addormentata, poi trae con sè lontano in disparte Kyoto onde il loro chiacchierio non risvegli Iris.)

Lunga lotta m'annoia;
a ritrosie io mal m'adatto;
s'ella resistesse?

KYOTO
Abbi denaro e il
Paradiso è ovunque!
Comprendi tu?

OSAKA
Parla un linguaggio chiaro!

KYOTO
Son fior le frasi,
le parole foglie,
ma il frutto è l'or
che satolla le voglie.
Comprendi tu?

OSAKA
Abborro tai proverbi!

KYOTO
Regali! Doni appariscenti!
Ricchi! Vistosi!
Mi comprendi?
Larga mano!
Aperto borsellino!
Mi comprendi?
Vesti! Fiori! Gioielli!
Mi comprendi?

OSAKA
Oh, fauce ingorda!
Oh, fauce sazia mai!

KYOTO
Dapprima già ci vuol
qualche moina
per rasciugar gli occhietti
da le lacrime, poi...
Una nuora poi... diventa suocera!

OSAKA
E aggiungi, in oltre,
il più fantasioso
e armonico linguaggio figurato...

KYOTO
(che ha osservato Iris, fa cenno ad Osaka di tacere)
Stz! Desta è la piccina!
Vieni via!
Va a prepararti
un romanzesco viso!
Porta gemme... regali!
Mi comprendi?

(Escono cautamente.)

IRIS
(Si sveglia e guarda intorno a sè sorpresa.)
Ognora sogni,
sogni e sogni...
Oh, il bel velario!
Oh, il lieve drappo
tutto sparso d'iridi...
Or la mia veste è un velo
e ha trasparenze
d'onda e di nube!
Or io cosi ho vergogna!
Non più le mie pianelle
in lacca nera;

(alzandosi e camminando)

Ho sandali dorati,
e il piè vi posa
così morbidamente
che mi pare di camminar
sopra un prato di piume!

(Ed ecco svolgersi nella mente trasognata dell'ingenua fanciulla le scene del teatrino, la danza delle guèchas e... il rapimento.)

Ecco! Or ricordo!
Sì, il teatro! Dhia!
La danza delle guèchas!
Il nero manto m'avvolge
del Vampiro!
Ove son io?
Morta son dunque
sì, sono una morta!

(Guardando intorno più attentamente, mormora fra l'angoscia e la gioia.)

E questa casa bella
è il Paradiso?

(Si ode un dolcissimo suono di sàmisen interno : Iris ascolta. Un sàmisen attira i suoi sgardi.)

Chi è morto tutto sa!
Diceva il bonzo!

(Prende il sàmisen.)

Mi voglio accompagnar
l'Uta di Nániva!
"Sorge dal mar la Luna...

(tentando di accompagnarsi col sàmisen, ma dalle sue dita esce il più discordante e pazzo suono)

È luna piena...
Una giunca laggiù mi mena;
io vo coll'onda che mi porta."

(interrompendo)

La voce canta
ma il suon non l'accompagna!

(Getta indispettita l'istromentao, mentre riprende il suono interno dei sàmisen.)

Dicon di gran bugie
nel mondo ai vivi!
Che da vivo non sa,
non sa da morto.

(Si aggira curiosa e meravigliata ammirando i ricchi paraventi ed i preziosi dipinti. Vede pennelli e colori su di una tavola. Essa vi si accosta ed attratta dal mistero dei colori siede preso la tavola tentando di pingere. Vuole dipingere un fiore, ma invece n'esce un angue ; Iris getta indispettita il foglio di carta. Ed ora vorrebbe dipingere un cielo azzurro, ma le inesperte mani non riescono che a tracciare una macchia grigiastra. Sfiduciata, lascia cadere i pennelli.)

Io pingo... pingo,
ma il mio pennello invano stendo,
intingo!
Va la mia mano invano!
Invano, invano va la mia mano!
Io penso a un fiore,
e n'esce invece un'angue
tutto terrore,
tutto un rosso di sangue!
Se voglio un cielo,
azzurro in mio pensiero,
è un fosco velo,
un velo tinto in nero!
La fantasia con sè m'invola
e porta di casa mia a la
picciola porta;
là la pupilla d'un cieco
finalmente ha una scintilla,
una favilla d'una luce rovente
che fulge e brilla,
ma il lucer d'una lacrima
che lentamente stilla!

(Accasciata, nasconde il viso tra le mani.)

In paradiso, han detto,
non si piange!
Ed io di lacrime...
ho i miei occhi pieni!

(Una cortina si solleva lentamente e Kyoto introduce Osaka. I due uomini si soffermano sul limitare della porta e guardanola la fanciulla seduta davanti al tavolino dei colori.)

OSAKA
(parlando sottovoce a Kyoto)
A un cenno mio manda
le vesti e i doni.

KYOTO
Sì, manderò!

OSAKA
Or quanto a te,
inutil qui... va via!

KYOTO
A meraviglia!
Vo!

(Il taikomati scompare dietro la cortina, lasciando soli il giovane signore voluttuoso e l'ingenua mousmè.)



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