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Intrada

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA
Gran piazza della città di Fera terminata dalla facciata del Real palazzo, con gran porta, e sopra di essa balcone praticabile.

BANDITORE
affaciandosi al verone
Popoli che dolenti
della sorte d'Admeto,
in lui piangente più il padre
che il regnante, udite;
È giunto per lui l'ultimo dì,
non ha soccorso, speme non ha;
d'inesorabil morte
preda ugualmente sono
nel tugurio i pastori,
i re sul trono.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno,
giusti dei, che mai sarà?

ISMENE, EVANDRO
Giusti dei, che mai sarà
Ah, per noi del ciel lo sdegno
peggior fulmine non ha.
No! No! peggior fulmine non ha.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.


ISMENE
Infausta reggia
che immersa in gemito
di voci flebili risuonerà!
Patria infelice che un denso turbine
d'armi straniere circonderà!
Patria infelice, infausta reggia!

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

Aria di Pantomime che esprime desolazione e lutto.

EVANDRO
Amorosi vassalli, oggi riceve
di tante sue virtù nel comun lutto
un giusto premio il nostro re,
ma invano per lui si piange:
alle preghiere, ai voti
non son propizii i Numi
Andiamo ai tempi
vittime e doni ad offrir;
si chieda un oracolo almeno,
almen si sappia in si grave periglio
se per noi v'è pietà, se v'è consiglio.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno,ecc.

EVANDRO
Perché a tiranni ride serena
l'adulatrice felicità,
e i giusti gemono nella catena
d'inseparabile avversità?
Perché? Perché?


POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno...


EVANDRO
Tacete:
ah, della reggia s'apron le porte.
Oh Dio' mi trema il cor:
mille funesti oggetti
mi dipinge il pensier.
Venite, andiamo la dolente regina
pietosi a consolar,
ma no, fermate, nel suo dolore oppressa
coi mesti figli suoi
viene ella stessa.

POPOLO
Misero Admeto, povera Alceste,
dolenti immagini, idee funeste
di duol, di lagrime e di pietà.
Chi fra gli amplessi
chi fra i lamenti
dei figli teneri, figli innocenti
l'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
esce dal palazzo tenendo per mano i due suoi figli Eumelo ed Aspasia
Popoli di Tessaglia,
ah mai più giusto fu il vostro pianto;
a voi non men che a questi
innocenti fanciulli Admeto è padre.
lo perdo il caro sposo, e voi l'amato re.
La nostra sola speranza,
il nostro amor,
c'invola questo caso crudel,
né so chi prima in sì grave sciagura
a compianger m'appigli
del regno, di me stessa, o de' miei figli.
La pietà degli dei sola
ci resta d'implorare, d'ottener.
Verrò compagna alle vostre preghiere,
a' vostri sacrifizi avanti all'are
una misera madre, due bambini infelici,
tutto un popolo in pianto presenterò così.
Forse con questo spettacolo funesto,
in cui dolente gli affetti,
i voti suoi dichiara un regno,
placato alfin sarà del ciel lo sdegno.

lo non chiedo, eterni dei
tutto il ciel per me sereno.
Ma il mio duol consoli almeno,
qualche raggio di pietà.
Non comprende mali miei
né il terror che m'empie il petto,
chi di moglie il vivo affetto,
chi di madre il cor non ha.

EUMELO
Madre mia, lieti t'affliger così.
Madre, tu m'insegnasti, tel' rammenti…

ASPASIA
Bella madre, tu mi dicesti,
ti sovvien…

EUMELO, ASPASIA
… che son giusti gli dei,
che son clementi.

ALCESTE
Cari figli, del diletto sposo mio
ritratti espressi,
ah, correte a' dolci amplessi,
ah, stringetevi al mio sen!
Freddo ho il sangue in ogni vena
se a voi penso, oh figli amati!
Ah, di me più sventurati
non vi renda il fato almen.
Non comprende i mali miei, ecc.


POPOLO
Miseri figli! Povera Alceste!
Dolenti immagini, idee funeste, ecc.
Chi? Chi? l'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
Non si perda, oh miei fidi,
l'ora in dolersi.
Insieme la clemenza de' numi
corriamo ad implorar.
Già si prepara per cenno mio
il sacro rito; io stessa a voi darò
l'esempio d'umilità, di rispetto.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Al tempio! Al tempio!
Ah, di questo afflitto regno, ecc.
Ah, per noi del ciel lo sdegno, ecc.



SCENA II
Il tempio di Apollo, con ara s statua del Nume. Il Sommo Sacerdote, sacerdoti e sacerdotesse intorno all'ara. Il popolo si accalca nell'interno del tempio.


SOMMO SACERDOTE
Dilegua il nero turbine
clue Freme al trono intorno.

CORO
Dilegua il nero turbine
che freme al trono intorno.

SOMMO SACERDOTE
Oh fa ritrato, Apolline,
col chiaro tuo splendor.

CORO
Sai che ramingo ed esule
t'accolse Admeto un giorno …


SOMMO SACERDOTE
...che dell'Anfriso al margine
tu fosti il suo pastor.
Sospendete, oh ministri,
il sacrifizio e le preghiere;
al tempio la regina s'avanza:
alla dolente devota pompa
esser vorrà presente.

Entra il seguito della Regina co' doni per il Nume, e s'alloga il Popolo co' sacerdoti a diritta e a sinistra.

ALCESTE
vicina all'ara
Nume, eterno, immortal,
se col tuo sguardo
che de' nostri pensieri scopre i segreti,
in me finor trovasti puro cor,
caste voglie, innocenza e pietà:
se ogni mia sorte da te conobbi,
e se il tuo culto, e questa immagin tua
mai fu da me negletta,
l'offerte, i voti miei benigno accetta.

CORO
Dilegua il nero turbine, ecc.
Oh fa ritrato, ecc.

SOMMO SACERDOTE
I tuoi preghi, oh regina, i doni tuoi
propizio oltre l'usato Apollo accoglie.
A cento segni espressi
già presente io l'affermo.
Ecco che invaso dal suo sacro furor
quel che ragiono oltrepassa il mortale.
Ecco si spande odor celeste,
al simulacro intorno
arde un cerchio di luce.
Ah, già son pieni questi archi
e queste mura della mente del Nume,
i suoi decreti ei stesso detterà.
L'altare ondeggia,
il tripode vacilla,
si sentite il suol,
rimbomba il tempio!
Oh genti, in rispetto, in timore
tacete, udite, e tu deponi, Alceste,
l'orgoglio del diadema;
piega a terra la fronte,
ascolta e trema.

L'ORACOLO
dalla bocca del Nume
Il re morrà
s'altrui per lui non more.

CORO
Che annunzio funesto
di nuovo terrore!
Fuggiamo, fuggiamo
da questo soggiorno d'orrore.


Fuggono tutti dal tempio. Alceste è rimasta solo con i figli.

ALCESTE
Ove son, che ascoltai!
Morrà lo sposo...
Misero Admeto! Prence infelice!
Ove trovar chi voglia
per prolungarti i giorni,
sé stesso e i giorni suoi porre in oblio?
V'è chi t'ami a tal segno?
Ah! vi son io!
Già tutta alla mia mente luminosa
si mostra la grande idea.
Già di sublime ardire mi s'empie il cor.
Chi tanto di me, del mio volere
signor si rende? Ah!
Lo conosco il nume,
il nume in me si muove.
Egli m'inspira il sacrifizio illustre.
Ei vuol che Alceste
un magnanimo esempio oggi assicuri
alle spose fedeli a' dì futuri.
Ombre, larve, compagne di morte,
non vi chiedo, non voglio pietà.
Se vi tolgo l'amato consorte,
v'abbandono una sposa fedel;
non mi lagno di questa mia sorte,
questo cambio non chiamo crudel.
Ombre, larve, compagne di morte,
non v'offendi sì giusta pietà.
Forza ignota che in petto mi sento,
m'avvalora, mi sprona al cimento,
di me stessa più grande mi fa.

Ismene ed Evandro accorrono.


EVANDRO
Ah, t'affretta, oh regina,
in brevi istanti Admeto non vivrà:
l'orror di morte già gli corre sul volto.
Almen rivegga la dolce sposa.

ISMENE
Alceste, ah corri, ah non tardar!
Di te richiede, te chiama il re.
Morir si sente, e seco
la sua sposa non vede,
non trova i figli;
ha sempre sulle labbra il tuo nome
e gira intorno gli occhi gravi
e languenti di te cercando.

ALCESTE
Omai l'atto grande s'adempia!


EVANDRO
Dai numi, ah ben lo sai!
Non v'è più che sperar.
Vieni t'abbracci l'infelice tuo sposo
un'altra volta ancor.
Vada alla tomba con quel dolce
conforto più lieto almen.
Che più gli resta in queste
sue mortali agonie?

ALCESTE
con maestà e risolutezza
Gli resta Alceste.


Alceste parte in fretta co' figli.
Sacerdoti e cittadini circondono Evandro ed Ismene.

DUE CITTADINI
E non s'offerse alcuno?
… E alcuno ancora non si presenta?

ISMENE
È vana questa speranza.


EVANDRO
Ognuno ama se stesso, …

ISMENE
… ama la vita.

ALTRE VOCI
E come...
… i vecchi padri...
… e i figli...
… ei congiunti…
… e le spose …
… amati oggetti,
… amorosi così, …
… teneri tanto, …


TUTTI
… in lutto abbandonar,
lasciare in pianto?

VOCI
Non ho cor,…
… non mi sento tanta virtù.
Tremo in pensarlo.
Oh giorno infausto troppo!
E la regina?
E Alceste?

ISMENE
Corre al consorte...

EVANDRO
Partì. Ah non resiste
misero al suo dolore.

ISMENE
… anche per lei ci rimane
a tremare.

VOCI
Oh Alceste!
Oh Admeto!
Giusto re!
Dolce padre!
Ah non lagnarti
d'un popolo fedel,…
… non incolparlo di finto amor,…
… di menzognera fede.

TUTTI
Troppo domanda il ciel,
troppo ci chiede, troppo ci chiede.
Chi serve e chi regna
è nato alle pene;
il colmo del bene
il trono non è.
I pianti vi sono,
le cure, gli affetti,
gli affanni e i sospetti -
tiranni de' re.

Partono tutti da diverse parti.
ATTO I


Intrada

Scena Prima

(Gran piazza della città di Fera terminata dalla facciata del Real palazzo, con gran porta, e sopra di essa balcone praticabile. All'alzarsi della tenda si vede tutta la piazza ingombrata da folto Popolo, confusamente disposto. Tutti hanno in mano rami di ulivo intrecciati di nastri, simbolo de' supplicanti, e mostrano estrema afflizione. A destra ara su cui bruciano de' profumi; a sinistra Evandro, Ismene, e alcuni de' cittadini più distinti; indi sul balcone del Real palazzo, preceduto da improvviso suono di tromba, un Banditore)

BANDITORE
(affacciandosi al verone)
Popoli che dolenti
Della sorte d'Admeto,
in lui piangete più il padre
che il regnante, udite:
È giunto per lui l'ultimo dì,
non ha soccorso, speme non ha;
d'inesorabil morte
preda ugualmente sono
nel tugurio i pastori,
i re sul trono.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno,
giusti dei, che mai sarà?

ISMENE, EVANDRO
Giusti dei, che mai sarà?
Ah, per noi del ciel lo sdegno
Peggior fulmine non ha.
No! No! Peggior fulmine non ha.

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

ISMENE
Infausta reggia
che immersa nel gemito
di voci flebili risuonerà!
Patria infelice che un denso turbine
D'armi straniere circonderà!
Patria infelice, infausta reggia!

POPOLO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

(Aria di pantomimo che esprime desolazione e lutto)

EVANDRO
Amorosi vassali, oggi riceve
di tante sue virtù nel commun lutto
un giusto premio il nostro re,
ma invano per lui si piange:
alle preghiere, a' voti
non son propizii i Numi.
Andiamo ai tempi
vittime e doni ad offrir;
si chieda un oracolo almeno,
almen si sappia in si grave periglio
se per noi v'è pietà, se v'è consiglio.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

EVANDRO
Perché a' tiranni ride serena
l'adulatrice felicità,
e i giusti gemono nella catena
d'inseparabile avversità?
Perché? Perché?

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Ah, di questo afflitto regno, ecc.

EVANDRO
Tacete:
ah, della reggia s'apron le porte.
Oh Dio! Mi trema il cor:
mille funesti oggetti
mi dipinge il pensier.
Venite, andiamo la dolente regina
pietosi a consolar,
ma no, fermate, nel suo dolor oppressa
co' mesti figli suoi
viene ella stessa.

Scena Seconda

POPOLO
Misero Admeto, povera Alceste,
dolenti immagini, idee funeste
di duol, di lagrime e di pietà.
Chi fra gli amplessi
chi fra i lamenti
dei figli teneri, figli innocenti
l'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
(esce dal palazzo tenendo per mano i due suoi figli Eumelo ed Aspasia)
Popoli di Tessaglia,
ah mai più giusto fu il vostro pianto;
a voi non men che a questi
innocenti fanciulli Admeto è padre.
Io perdo il caro sposo,
e voi l'amato re.
La nostra sola speranza, il nostro amor,
c'invola questo caso crudel,
né so chi prima in si grave sciagura
a compianger m'appigli
del regno, di me stessa, o de' miei figli.
La pietà degli dei sola
ci resta d'implorare, a ottener:
verrò compagna alle vostre preghiere,
a' vostri sacrifizi avanti all'are
una misera madre, due bambini infelici,
tutto un popolo in pianto presenterò così.
Forse con questo spettacolo funesto,
in cui dolente gli affetti,
i voti suoi dichiara un regno,
placato alfin sarà del ciel lo sdegno.
Io non chiedo, eterni dei
tutto il ciel per me sereno.
Ma il mio duol consoli almeno,
qualche raggio di pietà.
Non comprende mali miei
né il terror che m'empie il petto,
chi di moglie il vivo affetto,
chi di madre il cor non ha.

ALCESTE
Misera, o Dio, che pena!
Cari figli, del diletto sposo mio
ritratti espressi,
ah, correte a dolci amplessi,
ah, stringetevi al mio sen!
Freddo ho il sangue ad ogni vena
se a voi penso, oh figli amati!
Ah, di me più sventurati
non vi renda il fato almen.
Non comprende i mali miei, ecc.

POPOLO
Miseri figli! Povera Alceste!
Dolenti immagini, idee funeste, ecc.
Chi? Chi?
L'afflitta madre consolerà?

ALCESTE
Non si perda, o miei fidi,
l'ora in dolersi.
Insieme la clemenza de' numi
corriamo ad implorar.
Già si prepara per cenno mio
il sacro rito; io stessa a voi darò
l'esempio d'umiltà, di rispetto.

POPOLO, ISMENE, EVANDRO
Al tempio! Al tempio!
Ah di questo afflitto regno, ecc.
Ah, per noi dal ciel lo sdegno, ecc.

Scena Terza

(Il tempio di Apollo, con ara e statua del Nume. Il Gran sacerdote, sacerdoti e sacerdotesse intorno all'ara. Il popolo si accalca nell'interno del tempio)

GRAN SECERDOTE
Dilegua il nero turbine
che freme al trono intorno.

CORO
Dilegua il nero turbine
che freme al trono intorno.

GRAN SECERDOTE
Oh, fa ritrato, Apolline,
col chiaro tuo splendor.

CORO
Sai che ramingo ed esule
t'accolse Admeto un giorno...

GRAN SECERDOTE
...che dell'Anfriso al margine
tu fosti il suo pastor.

CORO
Dilegua il nero turbine
col chiaro tuo splendor.

GRAN SECERDOTE
(avvicinandosi all'ara)
A te Nume del Giorno
a te del Cielo ornamento e splendor,
da noi svenate queste vittime sono,
a te consuma la sacra fiamma
arabo odore.
Ingombra colle nere ali sue
l'orrida morte il nostro amore,
il nostro re.
Risplenda un tuo raggio per lui,
tu rasserena la Tessaglia
infelice in pianto involta,
e d'un popolo amante i voti ascolta.

CORO
Dilegua il nero turbine
Che freme al trono intorno.
Oh fa ritrato Apolline,
col chiaro tuo splendor.

GRAN SECERDOTE
Sospendete, o ministri,
il sacrifizio e le preghiere;
al tempio la regina s'avanza:
alla dolente devota pompa
esser vorrà presente.

Scena Quarta

(Entra il seguito della Regina co' doni per il Nume, e s'alloga il Popolo co' sacerdoti a dritta e a sinistra)

ALCESTE
(vicino all'ara)
Nume, eterno, immortal,
se col tuo sguardo
che de' nostri pensieri scopre i segreti,
in me finor trovasti puro cor,
caste voglie, innocenza e pietà:
se ogni mia sorte da te conobbi,
e se il tuo culto, e questa immagin tua
mai fu da me negletta,
l'offerte, i voti miei benigno accetta.

CORO
Dilegua il nero turbine, ecc.
Oh fa ritrato, ecc.

GRAN SECERDOTE
I tuoi prieghi, oh regina, i doni tuoi
propizio oltre l'usato Apollo accoglie.
A cento segni espressi
già presente io l'affermo.
Ecco che invaso dal suo sacro furor
quel che ragiono oltrepassa il mortale.
Ecco si spande odor celeste,
al simulacro intorno
arde un cerchio di luce.
Ah, già son pieni questi archi
e queste mura della mente del Nume,
i suoi decreti ei stesso detterà.
L'altare ondeggia,
il tripode vacilla,
si scuote il suol,
rimbomba il tempio!
Oh genti, in rispetto, in timore
tacete, udite, e tu deponi, Alceste,
l'orgoglio del diadema:
piega a terra la fronte,
ascolta e trema.

L'ORACOLO
(dalla bocca del Nume)
Il re morrà
s'altri per lui non more.

CORO
Che annunzio funesto
di nuovo terrore!
Fuggiamo, fuggiamo
da questo soggiorno d'orrore.

(Fuggono tutti dal tempio. Alceste è rimasta sola con i figli)

Scena Quinta

ALCESTE
Ove son, che ascoltai?
Qual non oscuro oracolo fatale
il Nume pronunziò!
Che fiero istante questo è per me!
Quanti e diversi affetti
mi solleva nel cor!
Rispetto, amore, maraviglia,
spavento, debolezza e virtù:
tutti a vicenda, mi s'affollano in sen.
Son sì smarrita nel turbamento inusitato,
e nuovo, che in me cerco me stessa,
e me non trovo.
Questo dunque è il soccorso
che dal Cielo aspettai!
Morrà lo sposo
s'altri per lui non more!...
A chi proporlo!...
Da chi sperarlo!...
A qual crudel decreto
ciascun m'abbandonò.
De' miei fedeli alcun non veggo...
A tutti cara è la vita...
Il miglior dono è questo
che far possan gli Dei...
Misero Admeto! Prence infelice!
Ove trovar chi voglia
per prolungarti i giorni,
sé stesso e i giorni suoi porre in oblio?
V'è chi t'ami a tal segno?
Ah! Vi son io!
Già tutta alla mia mente luminosa
si mostra la grande idea.
Già di sublime ardire mi s'empie il cor.
Chi tanto di me, del mio volere
Signor si rende? Ah!
Lo conosco il nume,
il nume in me si muove.
Egli m'ispira il sacrifizio illustre.
Ei vuol che Alceste
un magnanimo esempio oggi assicuri
alle spose fedeli a' dì futuri.

Ombre, larve, compagne di morte,
non vi chiedo, non voglio pietà.
Se vi tolgo l'amato consorte,
v'abbandono una sposa fedel;
non mi lagno di questa mia sorte,
questo cambio non chiamo crudel.
Ombre, larve, compagne di morte,
non v'offenda si giusta pietà.
Forza ignota che in petto mi sento,
m'avvalora, mi sprona al cimento,
di me stessa più grande mi fa.

Scena Sesta

(Alceste in atto di partire con Eumelo e Aspasia; indi Evandro che frettoloso accorrendo s'incontra in lei; indi Ismene da un'altra parte, e con fretta)

EVANDRO
Ah, t'affretta oh regina,
in brevi istanti Admeto non vivrà:
l'orror di morte già gli corre sul volto.
Almen rivegga la dolce sposa.

ISMENE
Alceste, ah corri, ah non tardar!
Di te richiede, ti chiama il re.
Morir si sente, e seco
la sua sposa non vede,
non trova i figli;
ha sempre sulle labbra il tuo nome
e gira intorno gli occhi gravi
e languenti di te cercando.

ALCESTE
Omai l'atto grande s'adempia!

EVANDRO
Da' numi, ah ben lo sai!
Non v'è più che sperar.
Vieni, t'abbracci l'infelice tuo sposo
un'altra volta ancor.
Vada alla tomba con quel dolce
conforto più lieto almen.
Che più gli resta in queste
Sue mortali agonie?

ALCESTE
(con maestà e risolutezza)
Gli resta Alceste.

(Parte in fretta co' figli)

Scena Settima

(Evandro, Ismene, e subito a uno, a due, a tre, Ministri del tempio, Sacerdoti, cittadini, uomini, e donne da diverse parti, i quali interrogando i suddetti personaggi, che in atto di partire mostravano di andar dietro ad Alceste, gli fermano sulla scena)

DUE CITTADINI
E non s'offerse alcuno?
... E alcuno ancora non si presenta?

ISMENE
È vana questa speranza.

EVANDRO
Ognuno ama se stesso...

ISMENE
... Ama la vita.

ALTRE VOCI
E come...
... i vecchi padri...
... e i figli...
... e i congiunti...
... e le spose...
... amati oggetti...
... amorosi così...
... teneri tanto...

TUTTI
In lutto abbandonar,
lasciare in pianto?

VOCI
Non ho cor...
... non mi sento tanta virtù.
Tremo in pensarlo.
Oh giorno infausto troppo!
E la regina?
E Alceste?

ISMENE
Corre al consorte...

EVANDRO
Partì. Ah non resiste
misera al suo dolore.

ISMENE
...anche per lei ci rimane a tremare.

VOCI
Oh Alceste!
Oh Admeto!
Giusto re!
Dolce padre!
Ah non lagnarti
d'un popolo fedel,...
...non incolparlo di finto amor,...
...di menzognera fede.

TUTTI
Troppo domanda il ciel.
Troppo ci chiede, troppo ci chiede.
Chi serve e chi regna
è nato alle pene;
il colmo del bene
il trono non è.
I pianti vi sono,
le cure gli affetti,
gli affanni e i sospetti -
tiranni de' re.

(Partono tutti da diverse parti)



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