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Scena Settima

ONORIA
Importuna grandezza,
Tiranna degli affetti, e perché mai
Ci neghi, ci contrasti
La libertà d’un ineguale amore,
Se a difender non basti il nostro core?

Quanto mai felici siete,
Innocenti pastorelle,
Che in amor non conoscete
Altra legge che l’amor!
Ancor io sarei felice
Se potessi all’idol mio
Palesar, come a voi lice,
Il desio di questo cor.

(parte)

Scena Ottava

VALENTINIANO
(ad una comparsa che, ricevuto l’ordine, parte)
Ezio sappia ch’io bramo
Seco parlar; che qui l’attendo.

(a Massimo)

Amico,
Comincia ad adombrarmi
La gloria di costui. Ciascun mi parla
Delle conquiste sue: Roma lo chiama
Il suo liberatore: egli se stesso
Troppo conosce. Assicurarmi io deggio
Della sua fedeltà. Voglio d’Onoria
Al talamo innalzarlo, acciò che sia
Suo premio il nodo e sicurezza mia.

MASSIMO
Veramente per lui giunge all’eccesso
L’idolatria del volgo. Omai si scorda
Quasi del suo sovrano,
E un suo cenno potria...
Basta: credo che sia
Ezio fedele, e il dubitarne è vano:
Se però tal non fosse, a me parrebbe
Mal sicuro riparo
Tanto innalzarlo.

VALENTINIANO
Un sì gran dono ammorza
L’ambizion d’un’alma.

MASSIMO
Anzi l’accende.
Quando è vasto l’incendio, è l’onda istessa
Alimento alla fiamma.

VALENTINIANO
E come io spero
Sicurezza miglior? Vuoi ch’io m’impegni
Su l’orme de’ tiranni, e ch’io divenga
All’odio universale oggetto e segno?

MASSIMO
La prima arte del regno
È il soffrir l’odio altrui. Giova al regnante
Più l’odio che l’amor.
Con chi l’offende
Ha più ragion d’esercitar l’impero.

VALENTINIANO
Massimo, non è vero.
Chi fa troppo temersi
Teme l’altrui timor. Tutti gli estremi
Confinano fra loro. Un dì potrebbe
Il volgo contumace
Per soverchio timor rendersi audace.

MASSIMO
Signor, meglio d’ogni altro
Sai l’arte di regnare. Hanno i monarchi
Un lume ignoto a noi.
Parlai fin ora
Per zelo sol del tuo riposo, e volli
Rammentar che si deve
Ad un periglio opporsi infin che è lieve.

Se povero il ruscello
Mormora lento e basso,
Un ramoscello, un sasso
Quasi arrestar lo fa.
Ma se alle sponde poi
Gonfio d’umor sovrasta,
Argine oppor non basta,
E co’ ripari suoi
Torbido al mar sen va.

(parte)

Scena Nona

VALENTINIANO
Del Ciel felice dono
Sembra il regno a chi sta lunge dal trono;
Ma sembra il trono istesso
Dono infelice a chi gli sta d’appresso.

EZIO
Eccomi al cenno tuo.

VALENTINIANO
Duce, un momento
Non posso tollerar d’esserti ingrato.
Il Tebro vendicato,
La mia grandezza, il mio riposo è tutto
Del senno tuo, del tuo valore è frutto.
Se prodigo ti sono
Anche del soglio mio, rendo e non dono:
Onde, in tanta ricchezza, allor che bramo
Ricompensare un vincitore amico,
Trovo (chi ‘l crederia?)
ch’io son mendico.

EZIO
Signor, quando fra l’armi
A pro di Roma, a pro di te sudai,
Nell’opra istessa io la mercé trovai.
Che mi resta a bramar? L’amor d’Augusto
Quando ottener poss’io,
Basta questo al mio cor.

VALENTINIANO
Non basta al mio.
Vuo’ che il mondo conosca
Che, se premiarti appieno
Cesare non poté, tentollo almeno.
Ezio, il cesareo sangue
S’unisca al tuo. D’affetto
Darti pegno maggior non posso mai.
Sposo d’Onoria al nuovo dì sarai.

EZIO
(fra sè)
Che ascolto!

VALENTINIANO
Non rispondi?

EZIO
Onor sì grande
Mi sorprende a ragion. D’Onoria il grado
Chiede un re, chiede un trono:
Ed io regni non ho, suddito io sono.

VALENTINIANO
Ma un suddito tuo pari
È maggior d’ogni re. Se non possiedi,
Tu doni i regni; e il possederli è caso,
Il donarli è virtù.

EZIO
La tua germana,
Signor, deve alla terra
Progenie di monarchi; e meco unita
Vassalli produrrà. Sai che con questi
Ineguali imenei
Ella a me scende,
io non m’innalzo a lei.

VALENTINIANO
Il mondo e la germana
Nell’illustre imeneo punto non perde:
E, se perdesse ancor, quando all’imprese
D’un eroe corrispondo,
Non può lagnarsi e la germana e il mondo.

EZIO
No, consentir non deggio
Che comparisca Augusto,
Per esser grato ad uno, a tanti ingiusto.

VALENTINIANO
Duce, fra noi si parli
Con franchezza una volta. Il tuo rispetto
È un pretesto al rifiuto.
Al fin che brami?
Forse è picciolo il dono?
o vuoi per sempre
Cesare debitor? Superbo al paro
Di chi troppo richiede
È colui che ricusa ogni mercede.

EZIO
E ben, la tua franchezza
Sia d’esempio alla mia. Signor, tu credi
Premiarmi, e mi punisci.

VALENTINIANO
Io non sapea
Che a te fosse castigo
Una sposa germana al tuo regnante.

EZIO
Non è gran premio a chi d’un’altra è amante.

VALENTINIANO
Dov’è questa beltà che tanto indietro
Lascia il merto d’Onoria? È a me soggetta?
Onora i regni miei? Stringer vogl’io
Queste illustri catene.
Spiegami il nome suo.

EZIO
Fulvia è il mio bene.

VALENTINIANO
Fulvia!

EZIO
Appunto.

VALENTINIANO
(Si turba, fra sè)
Oh sorte!

(forte)

Ed ella, sa l’amor tuo?

EZIO
Nol credo.

(fra sè)

Contro lei non s’irriti.

VALENTINIANO
Il suo consenso
Prima ottener procura:
Vedi se tel contrasta.

EZIO
Quello sarà mia cura: il tuo mi basta.

VALENTINIANO
Ma potrebbe altro amante
Ragione aver sopra gli affetti suoi.

EZIO
Dubitarne non puoi. Dov’è chi ardisca
Involar temerario una mercede
Alla man che di Roma il giogo scosse?
Costui non veggo.

VALENTINIANO
E se costui vi fosse?

EZIO
Vedria ch’Ezio difende
Gli affetti suoi, come gl’imperi altrui:
Temer dovrebbe...

VALENTINIANO
E se foss’io costui?

EZIO
Saria più grande il dono,
Se costasse uno sforzo
al cor d’Augusto.

VALENTINIANO
Ma non chiede un vassallo al suo sovrano
Uno sforzo in mercede.

EZIO
Ma Cesare è il sovrano: Ezio lo chiede.
Ezio che fin ad ora
Senza premio servì: Cesare, a cui
È noto il suo dover, che i suoi riposi
Sa che gode per me, che al voler mio,
Quando il soglio abbandona,
Sa che rende e non dona,
e che un momento
Non prova fortunato
Per tema sol di comparirmi ingrato.

VALENTINIANO
(fra sè)
Temerario!

(Ad Ezio)

Credea,
Nel rammentare io stesso i merti tuoi,
Di scemartene il peso.

EZIO
Io li rammento
Quando in premio pretendo...

VALENTINIANO
Non più: dicesti assai;
tutto comprendo.

So chi t’accese:
Basta per ora.
Cesare intese:
Risolverà
Ma tu procura
D’esser più saggio.
Fra l’armi e l’ire
Giova il coraggio:
Pompa d’ardire
Qui non si fa.

(parte)

Scena Decima

EZIO
Vedrem se ardisce ancora
D’opporsi all’amor mio.

FULVIA
Ti leggo in volto,
Ezio, l’ire del cor. Forse ad Augusto
Ragionasti di me?

EZIO
Sì, ma celai
A lui che m’ami; onde temer non dei.

FULVIA
Che disse alla richiesta e che rispose?

EZIO
Non cedé, non s’oppose:
Si turbò; me n’avvidi a qualche segno;
Ma non osò di palesar lo sdegno.

FULVIA
Questo è il peggior presagio. A vendicarsi
Cauto le vie disegna
Chi ha ragion di sdegnarsi e non si sdegna.

EZIO
Troppo timida sei.

Scena Undicesima

ONORIA
Ezio, gli obblighi miei
Sono immensi con te.
Volle il germano
Avvilir la mia mano
Sino alla tua; ma tu però, più giusto,
D’esserne indegno hai persuaso Augusto.

EZIO
No, l’obbligo d’Onoria
Questo non è. L’obbligo grande è quello
Ch’io fui cagion, nel conservarle il soglio,
Ch’or mi possa parlar con quest’orgoglio.

ONORIA
È ver, ti deggio assai: perciò mi spiace
Che ad onta mia mi rendano le stelle
Al tuo amore infelice
Di funeste novelle apportatrice.

(a Fulvia)

Fulvia, ti vuol sua sposa
Cesare al nuovo dì.

FULVIA
Come!

EZIO
Che sento!

ONORIA
Di recartene il cenno
Egli stesso or m’impose. Ezio, dovresti
Consolartene al fin: veder soggetto
Tutto il mondo al suo ben pur è diletto.

EZIO
Ah, questo è troppo! A troppo gran cimento
D’Ezio la fedeltà Cesare espone.
Qual dritto, qual ragione
Ha su gli affetti miei? Fulvia rapirmi?
Disprezzarmi così? Forse pretende
Ch’io lo sopporti? o pure
Vuol che Roma si faccia
Di tragedie per lui scena funesta?

ONORIA
Ezio minaccia; e la sua fede è questa?

EZIO
Se fedele mi brama il regnante,
Non offenda quest’anima amante
Nella parte più viva del cor.
Non si lagni se in tanta sventura
Un vassallo non serba misura,
Se il rispetto diventa furor.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
A Cesare nascondi,
Onoria, i suoi trasporti. Ezio è fedele:
Parla così da disperato amante.

ONORIA
Mostri, Fulvia, al sembiante
Troppa pietà per lui, troppo timore.
Fosse mai la pietà segno d’amore?

FULVIA
Principessa, m’offendi. Assai conosco
A chi deggio l’affetto.

ONORIA
Non ti sdegnar così: questo è un sospetto.

FULVIA
Se prestar si dovesse
Tanta fede ai sospetti, Onoria ancora
Dubitar ne faria. Ben da’ tuoi sdegni,
Come soffri un rifiuto, anch’io m’avvedo:
Dovrei crederti amante, e pur nol credo.

ONORIA
Anch’io, quando m’oltraggi
Con un sospetto al fasto mio nemico,
Dovrei dirti «arrogante», e pur nol dico.

Ancor non premi il soglio,
E già nel tuo sembiante
Sollecito l’orgoglio
Comincia a comparir.
Così tu mi rammenti
Che i fortunati eventi
Son più d’ogni sventura
Difficili a soffrir.

(parte)

Scena Tredicesima

FULVIA
Via, per mio danno aduna,
O barbara Fortuna,
Sempre nuovi disastri. Onoria irrita;
Rendi Augusto geloso, Ezio infelice;
Toglimi il padre ancor: toglier giammai
L’amor non mi potrai; ché a tuo dispetto
Sarà per questo core
Trionfo di costanza il tuo rigore.

Fin che un zeffiro soave
Tien del mar l’ira placata,
Ogni nave è fortunata
È felice ogni nocchier.
È ben prova di coraggio
Incontrar l’onde funeste,
Navigar fra le tempeste,
E non perdere il sentier.
Scena Settima

ONORIA
Importuna grandezza,
Tiranna degli affetti, e perché mai
Ci neghi, ci contrasti
La libertà d’un ineguale amore,
Se a difender non basti il nostro core?

Quanto mai felici siete,
Innocenti pastorelle,
Che in amor non conoscete
Altra legge che l’amor!
Ancor io sarei felice
Se potessi all’idol mio
Palesar, come a voi lice,
Il desio di questo cor.

(parte)

Scena Ottava

VALENTINIANO
(ad una comparsa che, ricevuto l’ordine, parte)
Ezio sappia ch’io bramo
Seco parlar; che qui l’attendo.

(a Massimo)

Amico,
Comincia ad adombrarmi
La gloria di costui. Ciascun mi parla
Delle conquiste sue: Roma lo chiama
Il suo liberatore: egli se stesso
Troppo conosce. Assicurarmi io deggio
Della sua fedeltà. Voglio d’Onoria
Al talamo innalzarlo, acciò che sia
Suo premio il nodo e sicurezza mia.

MASSIMO
Veramente per lui giunge all’eccesso
L’idolatria del volgo. Omai si scorda
Quasi del suo sovrano,
E un suo cenno potria...
Basta: credo che sia
Ezio fedele, e il dubitarne è vano:
Se però tal non fosse, a me parrebbe
Mal sicuro riparo
Tanto innalzarlo.

VALENTINIANO
Un sì gran dono ammorza
L’ambizion d’un’alma.

MASSIMO
Anzi l’accende.
Quando è vasto l’incendio, è l’onda istessa
Alimento alla fiamma.

VALENTINIANO
E come io spero
Sicurezza miglior? Vuoi ch’io m’impegni
Su l’orme de’ tiranni, e ch’io divenga
All’odio universale oggetto e segno?

MASSIMO
La prima arte del regno
È il soffrir l’odio altrui. Giova al regnante
Più l’odio che l’amor.
Con chi l’offende
Ha più ragion d’esercitar l’impero.

VALENTINIANO
Massimo, non è vero.
Chi fa troppo temersi
Teme l’altrui timor. Tutti gli estremi
Confinano fra loro. Un dì potrebbe
Il volgo contumace
Per soverchio timor rendersi audace.

MASSIMO
Signor, meglio d’ogni altro
Sai l’arte di regnare. Hanno i monarchi
Un lume ignoto a noi.
Parlai fin ora
Per zelo sol del tuo riposo, e volli
Rammentar che si deve
Ad un periglio opporsi infin che è lieve.

Se povero il ruscello
Mormora lento e basso,
Un ramoscello, un sasso
Quasi arrestar lo fa.
Ma se alle sponde poi
Gonfio d’umor sovrasta,
Argine oppor non basta,
E co’ ripari suoi
Torbido al mar sen va.

(parte)

Scena Nona

VALENTINIANO
Del Ciel felice dono
Sembra il regno a chi sta lunge dal trono;
Ma sembra il trono istesso
Dono infelice a chi gli sta d’appresso.

EZIO
Eccomi al cenno tuo.

VALENTINIANO
Duce, un momento
Non posso tollerar d’esserti ingrato.
Il Tebro vendicato,
La mia grandezza, il mio riposo è tutto
Del senno tuo, del tuo valore è frutto.
Se prodigo ti sono
Anche del soglio mio, rendo e non dono:
Onde, in tanta ricchezza, allor che bramo
Ricompensare un vincitore amico,
Trovo (chi ‘l crederia?)
ch’io son mendico.

EZIO
Signor, quando fra l’armi
A pro di Roma, a pro di te sudai,
Nell’opra istessa io la mercé trovai.
Che mi resta a bramar? L’amor d’Augusto
Quando ottener poss’io,
Basta questo al mio cor.

VALENTINIANO
Non basta al mio.
Vuo’ che il mondo conosca
Che, se premiarti appieno
Cesare non poté, tentollo almeno.
Ezio, il cesareo sangue
S’unisca al tuo. D’affetto
Darti pegno maggior non posso mai.
Sposo d’Onoria al nuovo dì sarai.

EZIO
(fra sè)
Che ascolto!

VALENTINIANO
Non rispondi?

EZIO
Onor sì grande
Mi sorprende a ragion. D’Onoria il grado
Chiede un re, chiede un trono:
Ed io regni non ho, suddito io sono.

VALENTINIANO
Ma un suddito tuo pari
È maggior d’ogni re. Se non possiedi,
Tu doni i regni; e il possederli è caso,
Il donarli è virtù.

EZIO
La tua germana,
Signor, deve alla terra
Progenie di monarchi; e meco unita
Vassalli produrrà. Sai che con questi
Ineguali imenei
Ella a me scende,
io non m’innalzo a lei.

VALENTINIANO
Il mondo e la germana
Nell’illustre imeneo punto non perde:
E, se perdesse ancor, quando all’imprese
D’un eroe corrispondo,
Non può lagnarsi e la germana e il mondo.

EZIO
No, consentir non deggio
Che comparisca Augusto,
Per esser grato ad uno, a tanti ingiusto.

VALENTINIANO
Duce, fra noi si parli
Con franchezza una volta. Il tuo rispetto
È un pretesto al rifiuto.
Al fin che brami?
Forse è picciolo il dono?
o vuoi per sempre
Cesare debitor? Superbo al paro
Di chi troppo richiede
È colui che ricusa ogni mercede.

EZIO
E ben, la tua franchezza
Sia d’esempio alla mia. Signor, tu credi
Premiarmi, e mi punisci.

VALENTINIANO
Io non sapea
Che a te fosse castigo
Una sposa germana al tuo regnante.

EZIO
Non è gran premio a chi d’un’altra è amante.

VALENTINIANO
Dov’è questa beltà che tanto indietro
Lascia il merto d’Onoria? È a me soggetta?
Onora i regni miei? Stringer vogl’io
Queste illustri catene.
Spiegami il nome suo.

EZIO
Fulvia è il mio bene.

VALENTINIANO
Fulvia!

EZIO
Appunto.

VALENTINIANO
(Si turba, fra sè)
Oh sorte!

(forte)

Ed ella, sa l’amor tuo?

EZIO
Nol credo.

(fra sè)

Contro lei non s’irriti.

VALENTINIANO
Il suo consenso
Prima ottener procura:
Vedi se tel contrasta.

EZIO
Quello sarà mia cura: il tuo mi basta.

VALENTINIANO
Ma potrebbe altro amante
Ragione aver sopra gli affetti suoi.

EZIO
Dubitarne non puoi. Dov’è chi ardisca
Involar temerario una mercede
Alla man che di Roma il giogo scosse?
Costui non veggo.

VALENTINIANO
E se costui vi fosse?

EZIO
Vedria ch’Ezio difende
Gli affetti suoi, come gl’imperi altrui:
Temer dovrebbe...

VALENTINIANO
E se foss’io costui?

EZIO
Saria più grande il dono,
Se costasse uno sforzo
al cor d’Augusto.

VALENTINIANO
Ma non chiede un vassallo al suo sovrano
Uno sforzo in mercede.

EZIO
Ma Cesare è il sovrano: Ezio lo chiede.
Ezio che fin ad ora
Senza premio servì: Cesare, a cui
È noto il suo dover, che i suoi riposi
Sa che gode per me, che al voler mio,
Quando il soglio abbandona,
Sa che rende e non dona,
e che un momento
Non prova fortunato
Per tema sol di comparirmi ingrato.

VALENTINIANO
(fra sè)
Temerario!

(Ad Ezio)

Credea,
Nel rammentare io stesso i merti tuoi,
Di scemartene il peso.

EZIO
Io li rammento
Quando in premio pretendo...

VALENTINIANO
Non più: dicesti assai;
tutto comprendo.

So chi t’accese:
Basta per ora.
Cesare intese:
Risolverà
Ma tu procura
D’esser più saggio.
Fra l’armi e l’ire
Giova il coraggio:
Pompa d’ardire
Qui non si fa.

(parte)

Scena Decima

EZIO
Vedrem se ardisce ancora
D’opporsi all’amor mio.

FULVIA
Ti leggo in volto,
Ezio, l’ire del cor. Forse ad Augusto
Ragionasti di me?

EZIO
Sì, ma celai
A lui che m’ami; onde temer non dei.

FULVIA
Che disse alla richiesta e che rispose?

EZIO
Non cedé, non s’oppose:
Si turbò; me n’avvidi a qualche segno;
Ma non osò di palesar lo sdegno.

FULVIA
Questo è il peggior presagio. A vendicarsi
Cauto le vie disegna
Chi ha ragion di sdegnarsi e non si sdegna.

EZIO
Troppo timida sei.

Scena Undicesima

ONORIA
Ezio, gli obblighi miei
Sono immensi con te.
Volle il germano
Avvilir la mia mano
Sino alla tua; ma tu però, più giusto,
D’esserne indegno hai persuaso Augusto.

EZIO
No, l’obbligo d’Onoria
Questo non è. L’obbligo grande è quello
Ch’io fui cagion, nel conservarle il soglio,
Ch’or mi possa parlar con quest’orgoglio.

ONORIA
È ver, ti deggio assai: perciò mi spiace
Che ad onta mia mi rendano le stelle
Al tuo amore infelice
Di funeste novelle apportatrice.

(a Fulvia)

Fulvia, ti vuol sua sposa
Cesare al nuovo dì.

FULVIA
Come!

EZIO
Che sento!

ONORIA
Di recartene il cenno
Egli stesso or m’impose. Ezio, dovresti
Consolartene al fin: veder soggetto
Tutto il mondo al suo ben pur è diletto.

EZIO
Ah, questo è troppo! A troppo gran cimento
D’Ezio la fedeltà Cesare espone.
Qual dritto, qual ragione
Ha su gli affetti miei? Fulvia rapirmi?
Disprezzarmi così? Forse pretende
Ch’io lo sopporti? o pure
Vuol che Roma si faccia
Di tragedie per lui scena funesta?

ONORIA
Ezio minaccia; e la sua fede è questa?

EZIO
Se fedele mi brama il regnante,
Non offenda quest’anima amante
Nella parte più viva del cor.
Non si lagni se in tanta sventura
Un vassallo non serba misura,
Se il rispetto diventa furor.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
A Cesare nascondi,
Onoria, i suoi trasporti. Ezio è fedele:
Parla così da disperato amante.

ONORIA
Mostri, Fulvia, al sembiante
Troppa pietà per lui, troppo timore.
Fosse mai la pietà segno d’amore?

FULVIA
Principessa, m’offendi. Assai conosco
A chi deggio l’affetto.

ONORIA
Non ti sdegnar così: questo è un sospetto.

FULVIA
Se prestar si dovesse
Tanta fede ai sospetti, Onoria ancora
Dubitar ne faria. Ben da’ tuoi sdegni,
Come soffri un rifiuto, anch’io m’avvedo:
Dovrei crederti amante, e pur nol credo.

ONORIA
Anch’io, quando m’oltraggi
Con un sospetto al fasto mio nemico,
Dovrei dirti «arrogante», e pur nol dico.

Ancor non premi il soglio,
E già nel tuo sembiante
Sollecito l’orgoglio
Comincia a comparir.
Così tu mi rammenti
Che i fortunati eventi
Son più d’ogni sventura
Difficili a soffrir.

(parte)

Scena Tredicesima

FULVIA
Via, per mio danno aduna,
O barbara Fortuna,
Sempre nuovi disastri. Onoria irrita;
Rendi Augusto geloso, Ezio infelice;
Toglimi il padre ancor: toglier giammai
L’amor non mi potrai; ché a tuo dispetto
Sarà per questo core
Trionfo di costanza il tuo rigore.

Fin che un zeffiro soave
Tien del mar l’ira placata,
Ogni nave è fortunata
È felice ogni nocchier.
È ben prova di coraggio
Incontrar l’onde funeste,
Navigar fra le tempeste,
E non perdere il sentier.



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