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Scena Quinta

FULVIA
Che fo? Dove mi volgo? Egual delitto
È il parlare e il tacer. Se parlo, oh Dio!
Son parricida, e nel pensarlo io tremo.
Se taccio al giorno estremo
Giunge il mio bene. Ah! che all’idea funesta
S’agghiaccia il sangue, e intorno al cor s’arresta!
Ah, qual consiglio mai...
Ezio, dove t’inoltri? ove ten vai?

(vedendo Ezio)

EZIO
In difesa d’Augusto. Intesi...

FULVIA
Ah, fuggi!
In te del tradimento cade il sospetto.

EZIO
In me! Fulvia, t’inganni.
Ha troppe prove il Tebro
Della mia fedeltà. Chi seppe ogni altro
Superar con l’imprese,
Maggior d’ogni calunnia anche si rese.

FULVIA
Ma, se Cesare istesso il reo ti chiama,
S’io stessa l’ascoltai!

EZIO
Può dirlo Augusto,
Ma crederlo non può. S’anche un momento
Giungesse a dubitarne, ove si volga
Vede la mia difesa. Italia, il mondo,
La sua grandezza, il conservato impero
Rinfacciar gli saprà che non è vero.

FULVIA
So che la tua ruina
Vendicata saria; ma chi m’accerta
D’una pronta difesa? Ah! s’io ti perdo,
La più crudel vendetta
Della perdita tua non mi consola.
Fuggi, se m’ami; al mio timor t’invola.

EZIO
Tu, per soverchio affetto, ove non sono
Ti figuri i perigli.

FULVIA
E dove fondi questa tua sicurezza?
Forse nel tuo valore? Ezio, gli eroi
Son pur mortali, e il numero gli opprime.
Forse nel merto? Ah! che per questo, o caro,
Sventure io ti predico:
Il merto appunto è il tuo maggior nemico.

EZIO
La sicurezza mia, Fulvia, è riposta
Nel cor candido e puro,
Che rimorsi non ha; nell’innocenza,
Che paga è di se stessa; in questa mano,
Necessaria all’impero. Augusto al fine
Non è barbaro o stolto:
E, se perde un mio pari,
Conosce anche un tiranno
Qual dura impresa è ristorarne il danno.

Scena Sesta

FULVIA
Varo, che rechi?

EZIO
È salva di Cesare la vita? Al suo riparo
Può giovar l’opra mia? Che fa?

VARO
Cesare appunto a te m’invia.

EZIO
A lui dunque si vada.

VARO
Non vuol questo da te; vuol la tua spada.

EZIO
Come!

FULVIA
Il previdi!

EZIO
E qual follia lo mosse? E possibil sarà?

VARO
Così non fosse.
La tua compiango, amico,
E la sventura mia, che mi riduce
Un uffizio a compir contrario tanto
Alla nostra amicizia, al genio antico.

EZIO
Prendi: Augusto compiangi e non l’amico.

(gli dà la spada)

Recagli quell’acciaro
Che gli difese il trono:
Rammentagli chi sono,
E vedilo arrossir.

(a Fulvia)

E tu serena il ciglio,
Se l’amor mio t’è caro:
L’unico mio periglio
Sarebbe il tuo martìr.

(parte con guardie)

Scena Settima

FULVIA
Varo, se amasti mai, de’ nostri affetti
Pietà dimostra, e d’un oppresso amico
Difendi l’innocenza.

VARO
Or che m’è noto
Il vostro amor, la pena mia s’accresce,
E giovarvi io vorrei; ma troppo, oh Dio!
Ezio è di sé nemico: ei parla in guisa
Che irrita Augusto.

FULVIA
Il suo costume altero
È palese a ciascuno. Omai dovrebbe
Non essergli delitto. Al fin tu vedi
Che, se de’ merti suoi così favella,
Ei non è menzognero.

VARO
Qualche volta è virtù tacere il vero.
Se non lodo il suo fasto,
È segno d’amistà. Saprò per lui
Impiegar l’opra mia:
Ma voglia il Ciel che inutile non sia.

FULVIA
Non dir così. Niega agli afflitti aita
Chi dubbiosa la porge.

VARO
Egli è sicuro,
Sol che tu voglia. A Cesare ti dona,
E, consorte di lui, tutto potrai.

FULVIA
Che ad altri io voglia mai,
Fuor che ad Ezio, donarmi? Ah, non fia vero.

VARO
Ma, Fulvia, per salvarlo, in qualche parte
Ceder convien. Tu puoi l’ira d’Augusto
Sola placar. Non differirlo; e in seno
Se amor non hai per lui, fingilo almeno.

FULVIA
Seguirò il tuo consiglio,
Ma chi sa con qual sorte! È sempre un fallo
Il simulare. Io sento
Che vi ripugna il core.

VARO
In simil caso
Il fingere è permesso;
E poi non è gran pena al vostro sesso.

FULVIA
Quel fingere affetto,
Allor che non s’ama,
Per molti è diletto;
Ma «pena» la chiama
Quest’alma non usa
A fingere amor.
Mi scopre, m’accusa,
Se parla, se tace,
Il labbro, seguace
De’ moti del cor.

(parte)

Scena Ottava

VARO
Folle è colui che al tuo favor si fida,
Instabile Fortuna. Ezio, felice,
Della romana gioventù poc’anzi
Era oggetto all’invidia,
Misura ai voti; e in un momento poi
Così cangia d’aspetto,
Che dell’altrui pietà si rende oggetto.
Pur troppo, o Sorte infida,
Folle è colui che al tuo favor si fida.

Nasce al bosco in rozza cuna
Un felice pastorello,
E con l’aure di fortuna
Giunge i regni a dominar.
Presso al trono in regie fasce
Sventurato un altro nasce,
E fra l’ire della sorte
Va gli armenti a pascolar.

(parte)

Scena Nona

(Galleria di statue e di specchi, con sedili intorno fra’ quali uno innanzi a mano destra, capace di due persone. Gran balcone aperto in prospetto, dal quale vista di Roma)

ONORIA
Massimo, anch’io lo veggo; ogni ragione
Ezio condanna. Egli è rival d’Augusto:
Al suo merto, al suo nome
Crede il mondo soggetto. E poi che giova
Mendicarne argomenti? Io stessa intesi
Le sue minacce: ecco l’effetto. E pure,
Incredulo, il mio core
Reo non sa figurarlo e traditore.

MASSIMO
Oh virtù senza pari! È questo in vero
Eccesso di clemenza. E chi dovrebbe
Più di te condannarlo? Ei ti disprezza;
Ricusa quella mano
Contesa dai monarchi. Ogni altra avria...

ONORIA
Ah, dell’ingiuria mia
Non ragionarmi più. Quella mi punse
Nel più vivo del cor. Superbo! ingrato!
Allor che mel rammento,
Tutto il sangue agitar, Massimo, io sento.
Non già però ch’io l’ami, o che mi spiaccia
Di non essergli sposa...
Il grado offeso...
La gloria... l’onor mio...
Son le cagioni...

MASSIMO
Eh, lo conosco anch’io;
Ma nol conosce ognun. Sai che si crede
Più l’altrui debolezza che la virtude altrui.
La tua clemenza
Può comparire amor. Questo sospetto,
Solo con vendicarti
Puoi dileguar. Non aborrire al fine
Una giusta vendetta:
Tanta clemenza a nuovi oltraggi alletta.

ONORIA
Le mie private offese ora non sono
La maggior cura. Esaminar conviene
Del germano i perigli. Ezio s’ascolti,
Si trovi il reo. Potrebbe
Esser egli innocente.

MASSIMO
È vero; e poi
Potrebbe anche pentirsi;
La tua destra accettar...

ONORIA
La destra mia!
Eh non tanto se stessa Onoria oblia.
Se fosse quel superbo
Anche signor dell’universo intero,
Non mi speri ottener; mai non fia vero.

MASSIMO
Or ve’ com’è ciascuno
Facile a lusingarsi! E pure ei dice
Che ha in pugno il tuo voler, che tu l’adori,
Che a suo piacer dispone
D’Onoria innamorata;
Che, s’ei vuol, basta un guardo,
e sei placata.

ONORIA
Temerario! Ah! non voglio
Che lungamente il creda. Al primo sposo,
Che suddito non sia,
saprò donarmi.
Ei vedrà se mancarmi
Possan regni e corone;
E s’ei d’Onoria a suo piacer dispone.

(in atto di partire)

Scena Decima

VALENTINIANO
Onoria, non partir. Per mio riposo
Tu devi ad uno sposo,
Forse poco a te caro, offrir la mano.
Questi ci offese, è ver; ma il nostro stato
Assicurar dobbiamo. Ei ti richiede;
E al pacifico invito
Acconsentir conviene.

HONORIA
(fra sè)
Ezio è pentito

(a Valentiniano)

M’è noto il nome suo?

VALENTINIANO
Pur troppo. Ho pena,
Germana in profferirlo. Io dal tuo labbro
Rimproveri ne attendo. A me dirai
Ch’è un’anima superba,
Ch’è reo di poca fé, che son gli oltraggi
Troppo recenti: io lo conosco; e pure,
Rammentando i perigli,
È forza che a tal nodo io ti consigli.

ONORIA
(fra sè)
Rifiutarlo or dovrei; ma...

(a Valentiniano)

Senti. Al fine,
Se giova alla tua pace,
Disponi del mio cor come a te piace.

MASSIMO
Signore, il tuo disegno
Io non intendo. Ezio t’insidia, e pensi
Solamente a premiarlo?

VALENTINIANO
Ad Ezio io non pensai:
d’Attila io parlo.

ONORIA
(fra sè)
Oh inganno!

(forte)

Attila!

MASSIMO
E come?

VALENTINIANO
Un messaggier di lui
Me ne recò pur ora la richiesta in un foglio.
È questo un segno
Che il suo fasto mancò. Non è l’offerta
Vergognosa per te. Stringi uno sposo,
A cui servono i re: barbaro, è vero;
Ma che può, raddolcito dal tuo nobile amore,
La barbarie cangiar tutta in valore.

ONORIA
Ezio sa la richiesta?

VALENTINIANO
E che! Degg’io
Consigliarmi con lui?
Questo a che giova?

ONORIA
Giova per avvilirlo e perché meno
Necessario si creda:
Giova perché s’avveda
Che al popolo romano
Utile più d’ogni altra è questa mano.

VALENTINIANO
Egli il saprà; ma intanto
Posso del tuo consenso
Attila assicurar?

ONORIA
No: prima io voglio
Vederti salvo. Il traditor si cerchi,
Ezio favelli, e poi
Onoria spiegherà gli affetti suoi.

Fin che per te mi palpita
Timido in petto il cor,
Accendersi d’amor
Non sa quest’alma.
Nell’amorosa face
Qual pace ho da sperar,
Se comincio ad amar
Priva di calma?

(parte)
Scena Quinta

FULVIA
Che fo? Dove mi volgo? Egual delitto
È il parlare e il tacer. Se parlo, oh Dio!
Son parricida, e nel pensarlo io tremo.
Se taccio al giorno estremo
Giunge il mio bene. Ah! che all’idea funesta
S’agghiaccia il sangue, e intorno al cor s’arresta!
Ah, qual consiglio mai...
Ezio, dove t’inoltri? ove ten vai?

(vedendo Ezio)

EZIO
In difesa d’Augusto. Intesi...

FULVIA
Ah, fuggi!
In te del tradimento cade il sospetto.

EZIO
In me! Fulvia, t’inganni.
Ha troppe prove il Tebro
Della mia fedeltà. Chi seppe ogni altro
Superar con l’imprese,
Maggior d’ogni calunnia anche si rese.

FULVIA
Ma, se Cesare istesso il reo ti chiama,
S’io stessa l’ascoltai!

EZIO
Può dirlo Augusto,
Ma crederlo non può. S’anche un momento
Giungesse a dubitarne, ove si volga
Vede la mia difesa. Italia, il mondo,
La sua grandezza, il conservato impero
Rinfacciar gli saprà che non è vero.

FULVIA
So che la tua ruina
Vendicata saria; ma chi m’accerta
D’una pronta difesa? Ah! s’io ti perdo,
La più crudel vendetta
Della perdita tua non mi consola.
Fuggi, se m’ami; al mio timor t’invola.

EZIO
Tu, per soverchio affetto, ove non sono
Ti figuri i perigli.

FULVIA
E dove fondi questa tua sicurezza?
Forse nel tuo valore? Ezio, gli eroi
Son pur mortali, e il numero gli opprime.
Forse nel merto? Ah! che per questo, o caro,
Sventure io ti predico:
Il merto appunto è il tuo maggior nemico.

EZIO
La sicurezza mia, Fulvia, è riposta
Nel cor candido e puro,
Che rimorsi non ha; nell’innocenza,
Che paga è di se stessa; in questa mano,
Necessaria all’impero. Augusto al fine
Non è barbaro o stolto:
E, se perde un mio pari,
Conosce anche un tiranno
Qual dura impresa è ristorarne il danno.

Scena Sesta

FULVIA
Varo, che rechi?

EZIO
È salva di Cesare la vita? Al suo riparo
Può giovar l’opra mia? Che fa?

VARO
Cesare appunto a te m’invia.

EZIO
A lui dunque si vada.

VARO
Non vuol questo da te; vuol la tua spada.

EZIO
Come!

FULVIA
Il previdi!

EZIO
E qual follia lo mosse? E possibil sarà?

VARO
Così non fosse.
La tua compiango, amico,
E la sventura mia, che mi riduce
Un uffizio a compir contrario tanto
Alla nostra amicizia, al genio antico.

EZIO
Prendi: Augusto compiangi e non l’amico.

(gli dà la spada)

Recagli quell’acciaro
Che gli difese il trono:
Rammentagli chi sono,
E vedilo arrossir.

(a Fulvia)

E tu serena il ciglio,
Se l’amor mio t’è caro:
L’unico mio periglio
Sarebbe il tuo martìr.

(parte con guardie)

Scena Settima

FULVIA
Varo, se amasti mai, de’ nostri affetti
Pietà dimostra, e d’un oppresso amico
Difendi l’innocenza.

VARO
Or che m’è noto
Il vostro amor, la pena mia s’accresce,
E giovarvi io vorrei; ma troppo, oh Dio!
Ezio è di sé nemico: ei parla in guisa
Che irrita Augusto.

FULVIA
Il suo costume altero
È palese a ciascuno. Omai dovrebbe
Non essergli delitto. Al fin tu vedi
Che, se de’ merti suoi così favella,
Ei non è menzognero.

VARO
Qualche volta è virtù tacere il vero.
Se non lodo il suo fasto,
È segno d’amistà. Saprò per lui
Impiegar l’opra mia:
Ma voglia il Ciel che inutile non sia.

FULVIA
Non dir così. Niega agli afflitti aita
Chi dubbiosa la porge.

VARO
Egli è sicuro,
Sol che tu voglia. A Cesare ti dona,
E, consorte di lui, tutto potrai.

FULVIA
Che ad altri io voglia mai,
Fuor che ad Ezio, donarmi? Ah, non fia vero.

VARO
Ma, Fulvia, per salvarlo, in qualche parte
Ceder convien. Tu puoi l’ira d’Augusto
Sola placar. Non differirlo; e in seno
Se amor non hai per lui, fingilo almeno.

FULVIA
Seguirò il tuo consiglio,
Ma chi sa con qual sorte! È sempre un fallo
Il simulare. Io sento
Che vi ripugna il core.

VARO
In simil caso
Il fingere è permesso;
E poi non è gran pena al vostro sesso.

FULVIA
Quel fingere affetto,
Allor che non s’ama,
Per molti è diletto;
Ma «pena» la chiama
Quest’alma non usa
A fingere amor.
Mi scopre, m’accusa,
Se parla, se tace,
Il labbro, seguace
De’ moti del cor.

(parte)

Scena Ottava

VARO
Folle è colui che al tuo favor si fida,
Instabile Fortuna. Ezio, felice,
Della romana gioventù poc’anzi
Era oggetto all’invidia,
Misura ai voti; e in un momento poi
Così cangia d’aspetto,
Che dell’altrui pietà si rende oggetto.
Pur troppo, o Sorte infida,
Folle è colui che al tuo favor si fida.

Nasce al bosco in rozza cuna
Un felice pastorello,
E con l’aure di fortuna
Giunge i regni a dominar.
Presso al trono in regie fasce
Sventurato un altro nasce,
E fra l’ire della sorte
Va gli armenti a pascolar.

(parte)

Scena Nona

(Galleria di statue e di specchi, con sedili intorno fra’ quali uno innanzi a mano destra, capace di due persone. Gran balcone aperto in prospetto, dal quale vista di Roma)

ONORIA
Massimo, anch’io lo veggo; ogni ragione
Ezio condanna. Egli è rival d’Augusto:
Al suo merto, al suo nome
Crede il mondo soggetto. E poi che giova
Mendicarne argomenti? Io stessa intesi
Le sue minacce: ecco l’effetto. E pure,
Incredulo, il mio core
Reo non sa figurarlo e traditore.

MASSIMO
Oh virtù senza pari! È questo in vero
Eccesso di clemenza. E chi dovrebbe
Più di te condannarlo? Ei ti disprezza;
Ricusa quella mano
Contesa dai monarchi. Ogni altra avria...

ONORIA
Ah, dell’ingiuria mia
Non ragionarmi più. Quella mi punse
Nel più vivo del cor. Superbo! ingrato!
Allor che mel rammento,
Tutto il sangue agitar, Massimo, io sento.
Non già però ch’io l’ami, o che mi spiaccia
Di non essergli sposa...
Il grado offeso...
La gloria... l’onor mio...
Son le cagioni...

MASSIMO
Eh, lo conosco anch’io;
Ma nol conosce ognun. Sai che si crede
Più l’altrui debolezza che la virtude altrui.
La tua clemenza
Può comparire amor. Questo sospetto,
Solo con vendicarti
Puoi dileguar. Non aborrire al fine
Una giusta vendetta:
Tanta clemenza a nuovi oltraggi alletta.

ONORIA
Le mie private offese ora non sono
La maggior cura. Esaminar conviene
Del germano i perigli. Ezio s’ascolti,
Si trovi il reo. Potrebbe
Esser egli innocente.

MASSIMO
È vero; e poi
Potrebbe anche pentirsi;
La tua destra accettar...

ONORIA
La destra mia!
Eh non tanto se stessa Onoria oblia.
Se fosse quel superbo
Anche signor dell’universo intero,
Non mi speri ottener; mai non fia vero.

MASSIMO
Or ve’ com’è ciascuno
Facile a lusingarsi! E pure ei dice
Che ha in pugno il tuo voler, che tu l’adori,
Che a suo piacer dispone
D’Onoria innamorata;
Che, s’ei vuol, basta un guardo,
e sei placata.

ONORIA
Temerario! Ah! non voglio
Che lungamente il creda. Al primo sposo,
Che suddito non sia,
saprò donarmi.
Ei vedrà se mancarmi
Possan regni e corone;
E s’ei d’Onoria a suo piacer dispone.

(in atto di partire)

Scena Decima

VALENTINIANO
Onoria, non partir. Per mio riposo
Tu devi ad uno sposo,
Forse poco a te caro, offrir la mano.
Questi ci offese, è ver; ma il nostro stato
Assicurar dobbiamo. Ei ti richiede;
E al pacifico invito
Acconsentir conviene.

HONORIA
(fra sè)
Ezio è pentito

(a Valentiniano)

M’è noto il nome suo?

VALENTINIANO
Pur troppo. Ho pena,
Germana in profferirlo. Io dal tuo labbro
Rimproveri ne attendo. A me dirai
Ch’è un’anima superba,
Ch’è reo di poca fé, che son gli oltraggi
Troppo recenti: io lo conosco; e pure,
Rammentando i perigli,
È forza che a tal nodo io ti consigli.

ONORIA
(fra sè)
Rifiutarlo or dovrei; ma...

(a Valentiniano)

Senti. Al fine,
Se giova alla tua pace,
Disponi del mio cor come a te piace.

MASSIMO
Signore, il tuo disegno
Io non intendo. Ezio t’insidia, e pensi
Solamente a premiarlo?

VALENTINIANO
Ad Ezio io non pensai:
d’Attila io parlo.

ONORIA
(fra sè)
Oh inganno!

(forte)

Attila!

MASSIMO
E come?

VALENTINIANO
Un messaggier di lui
Me ne recò pur ora la richiesta in un foglio.
È questo un segno
Che il suo fasto mancò. Non è l’offerta
Vergognosa per te. Stringi uno sposo,
A cui servono i re: barbaro, è vero;
Ma che può, raddolcito dal tuo nobile amore,
La barbarie cangiar tutta in valore.

ONORIA
Ezio sa la richiesta?

VALENTINIANO
E che! Degg’io
Consigliarmi con lui?
Questo a che giova?

ONORIA
Giova per avvilirlo e perché meno
Necessario si creda:
Giova perché s’avveda
Che al popolo romano
Utile più d’ogni altra è questa mano.

VALENTINIANO
Egli il saprà; ma intanto
Posso del tuo consenso
Attila assicurar?

ONORIA
No: prima io voglio
Vederti salvo. Il traditor si cerchi,
Ezio favelli, e poi
Onoria spiegherà gli affetti suoi.

Fin che per te mi palpita
Timido in petto il cor,
Accendersi d’amor
Non sa quest’alma.
Nell’amorosa face
Qual pace ho da sperar,
Se comincio ad amar
Priva di calma?

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