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Scena Ottava

VALENTINIANO
Varo, eseguisti?

VARO
Eseguito è il tuo cenno:
Ezio morì.

FULVIA
Come! che dici?

VARO
(a Valentiniano)
Al varco
L’attesero i miei fidi: ei venne; e prima
Che potesse temerne, il sen trafitto
Si vide; sospirò, cadde fra loro.

MASSIMO
(fra sè)
Oh sorte inaspettata!

FULVIA
Oh Dio! mi moro.

(si appoggia ad una scena, coprendosi il volto)

VALENTINIANO
(a Varo)
Corri; l’esangue spoglia
Nascondi ad ogni sguardo: ignota resti
D’Ezio la morte ad ogni suo seguace.

VARO
Sarà legge il tuo cenno.

(parte)

VALENTINIANO
E Fulvia tace?
Or è tempo che parli. E perché mai
«Generoso monarca» or non mi dice?

FULVIA
(come sopra)
Ah, tiranno! Io vorrei...
Sposo infelice!

MASSIMO
Un primo sfogo al suo dolore ingiusto
Lascia, o signor.

Scena Nona

ONORIA
Liete novelle, Augusto.

VALENTINIANO
Che reca Onoria? Il volto suo ridente
Felicità promette.

ONORIA
Ezio è innocente.

VALENTINIANO
Come?

ONORIA
Emilio parlò. L’empio ministro
Nelle mie stanze io ritrovai celato,
Già vicino a morir.

MASSIMO
(fra sè)
Son disperato.

VALENTINIANO
Nelle tue stanze?

ONORIA
Sì. Da te ferito,
La scorsa notte ivi s’ascose. Intesi
Dal labbro suo ch’Ezio è innocente. Augusto,
Non mentisce chi more.

VALENTINIANO
E l’alma rea,
Che gli commise il colpo,
Almen ti palesò?

ONORIA
Mi disse: ‘È quella
Che a Cesare è più cara, e che da lui
Fu oltraggiata in amor.’

VALENTINIANO
Ma il nome?

ONORIA
Emilio
A dirlo si accingea, tutta su i labbri
L’anima fuggitiva egli raccolse;
Ma l’estremo sospiro il nome involse.

VALENTINIANO
Oh sventura!

MASSIMO
(fra sè)
Oh periglio!

FULVIA
(a Valentiniano)
Or di’, tiranno,
S’era infido il mio sposo,
Se fu giusto il punirlo. Or che mi giova
Che tu il pianga innocente? Or chi la vita,
Empio! gli renderà?

ONORIA
Fulvia, che dici?
Ezio morì?

FULVIA
Sì, principessa. Ah! Fuggi dal barbaro germano:
egli è una fiera che si pasce di sangue,
E di sangue innocente. Ognun si guardi;
Egli ha vinto i rimorsi; orror non sente
Della sua crudeltà, gloria non cura:
Pur la tua vita, Onoria, è mal sicura.

ONORIA
Ah, inumano! E potesti...

VALENTINIANO
Onoria, oh Dio!
Non insultarmi: io lo conosco, errai;
Ma di pietà son degno
Più che d’accuse. Il mio timor consiglia.
Son questi i miei più cari: in qual di loro
Cercherò il traditor,
s’io non gli offesi?

ONORIA
Chi mai non offendesti? Il tuo pensiero
Il passato raccolga, e non si scordi
Di Massimo la sposa, i folli amori,
L’insidiata onestà.

MASSIMO
(fra sè)
Come salvarmi!

VALENTINIANO
E dovrò figurarmi
Che i benefìci miei meno ei rammenti
Che un giovanil trasporto?

ONORIA
E ancor non sai
Che l’offensore oblia,
Ma non l’offeso, i ricevuti oltraggi?

FULVIA
(fra sè)
Ecco il padre in periglio.

VALENTINIANO
Ah! che pur troppo
Tu dici il ver; ma che farò?

ONORIA
Consigli or pretendi da me? Se fosti solo
A fabbricarti il danno,
Solo al riparo tuo pensa, o tiranno.

(parte)

Scena Decima

MASSIMO
Cesare, alla mia fede
Troppo ingrato sei tu, se ne sospetti.

VALENTINIANO
Ah! che d’Onoria ai detti
Dal mio sonno io mi desto:
Massimo, di scolparti il tempo è questo.
Fin che il reo non si trova,
Il reo ti crederò.

MASSIMO
Perché? Qual fallo?
Sol perché Onoria il dice?
Che ingiustizia è la tua!

FULVIA
(fra sè)
Padre infelice!

VALENTINIANO
Giusto è il timor. Disse morendo Emilio
Che il traditor m’è caro,
Ch’io l’offesi in amor: tutto conviene,
Massimo, a te. Se tu innocente sei,
Pensa a provarlo: assicurarmi intanto
Di te vogl’io.

FULVIA
(fra sè)
M’assista il Ciel!

VALENTINIANO
Qual altro insidiar mi potea?
Olà!

FULVIA
Barbaro, ascolta: io son la rea.
Io commisi ad Emilio
La morte tua. Quella son io, che tanto
Cara ti fui per mia fatal sventura.
Io, perfido! son quella
Che oltraggiasti in amor, quando ad Onoria
Offristi il mio consorte. Ah! se nemici
Non eran gli astri a’ desiderii miei,
Vendicata sarei,
Regnerebbe il mio sposo; il mondo e Roma
Non gemerebbe oppressa
Da un cor tiranno e da una destra imbelle.
Oh sognate speranze! oh avverse stelle!

MASSIMO
(fra sè)
Ingegnosa pietade!

VALENTINIANO
Io mi confondo.

FULVIA
(fra sè)
Il genitor si salvi,
e pera il mondo.

VALENTINIANO
Tradimento sì reo pensar potesti?
Eseguirlo, vantarlo?

FULVIA
Ezio innocente
Morì per colpa mia: non vuo’ che mora
Innocente, per Fulvia, il padre ancora.

VALENTINIANO
Massimo è fido almeno.

MASSIMO
Adesso, Augusto,
Colpevole son io. Se quell’indegna
Tanto obliar la fedeltà poteo,
Nell’error della figlia il padre è reo.
Puniscimi, assicura
I giorni tuoi col mio morir. Potrebbe
Il naturale affetto,
Che per la prole in ogni petto eccede,
Del padre un dì contaminar la fede.

VALENTINIANO
A suo piacer la sorte
Di me disponga: io m’abbandono a lei.
Son stanco di temer. Se tanto affanno
La vita ha da costar, no, non la curo.
Nelle dubbiezze estreme
Per mancanza di speme io m’assicuro.

Per tutto il timore
Perigli m’addita.
Si perda la vita,
Finisca il martire;
È meglio morire
Che viver così.
La vita mi spiace,
Se il fato nemico
La speme, la pace,
L’amante, l’amico
Mi toglie in un dì.

(parte)

Scena Undicesima

MASSIMO
Partì una volta. Io per te vivo, o figlia
Io respiro per te. Con quanta forza
Celai fin or la tenerezza! Ah, lascia,
Mia speme, mio sostegno,
Cara difesa mia, che al fin t’abbracci.

(vuole abbracciar Fulvia)

FULVIA
Vanne, padre crudel.

MASSIMO
Perché mi scacci?

FULVIA
Tutte le mie sventure
Io riconosco in te. Basta ch’io seppi,
Per salvarti, accusarmi.
Vanne; non rammentarmi
Quanto per te perdei,
Qual son io per tua colpa, e qual tu sei.

MASSIMO
E contrastar pretendi al grato genitor
questo d’affetto testimonio verace? Vieni...

(vuole abbracciarla)

FULVIA
Ma per pietà lasciami in pace.
Se grato esser mi vuoi, stringi quel ferro:
Svenami, o genitor. Questa mercede
Col pianto in su le ciglia
Al padre, che salvò, chiede una figlia.

MASSIMO
Tergi le ingiuste lagrime;
Dilegua il tuo martirio,
Ché, s’io per te respiro,
Tu regnerai per me.
Di raddolcirti io spero
Questo penoso affanno
Col dono d’un impero,
Col sangue d’un tiranno,
Che delle nostre ingiurie
Punito ancor non è.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
Misera, dove son! L’aure del Tebro
Son queste ch’io respiro?
Per le strade m’aggiro
Di Tebe e d’Argo; o dalle greche sponde
Di tragedie feconde,
Vennero a questi lidi
Le domestiche Furie
Della prole di Cadmo e degli Atridi?
Là d’un monarca ingiusto
L’ingrata crudeltà m’empie d’orrore:
D’un padre traditore
Qua la colpa m’agghiaccia;
E lo sposo innocente ho sempre in faccia.
Oh immagini funeste!
Oh memorie! oh martirio!
Ed io parlo, infelice, ed io respiro?

Ah! non son io che parlo,
È il barbaro dolore,
Che mi divide il core,
Che delirar mi fa.
Non cura il ciel tiranno
L’affanno in cui mi vedo:
Un fulmine gli chiedo,
E un fulmine non ha.

(parte)

Scena Tredicesima

(Campidoglio antico, con popolo)

MASSIMO
Inorridisci, o Roma:
D’Attila lo spavento, il duce invitto,
Il tuo liberator cadde trafitto.
E chi l’uccise?
Ah! l’omicida ingiusto fu l’invidia d’Augusto.
Ecco in qual guisa premia un tiranno.
Or che farà di noi
Chi tanto merto opprime? Ah! vendicate,
Romani, il vostro eroe. La gloria antica
Rammentatevi omai: da un giogo indegno
Liberate la patria, e difendete
Dai vicini perigli
L’onor, la vita, le consorti e i figli.

(in atto di partire)

VARO
Massimo, ferma: e qual desio ribelle,
Qual furor ti consiglia?

MASSIMO
Varo, t’accheta, o al mio pensier t’appiglia.
Chi vuol salva la patria
Stringa il ferro e mi segua.

(tutti snudan la spada accennando il Campidoglio)

Ecco il sentiero,
Onde avrà libertà
Roma e l’impero.

(parte, seguìto da tutti, verso il Campidoglio)

VARO
Che indegno! Egli la morte
D’un innocente affretta,
E poi Roma solleva alla vendetta.
Va pur: forse il disegno
A chi lo meditò sarà funesto:
Va, traditor... Ma qual tumulto è questo?

(s’ode brevissimo strepito di trombe e timpani)

Già risonar d’intorno a Campidoglio io sento
Di cento voci e cento
Lo strepito guerrier.
Che fo? Si vada, e sia
Stimolo all’alma mia
Il debito d’amico,
Di suddito il dover.

(parte)

Scena Quattordicesima

(Si vedono scendere dal Campidoglio, combattendo, le guardie imperiali coi sollevati. Siegue zuffa, la quale terminata, esce Valentiniano senza manto, con spada rotta, difendendosi da due congiurati; e poi Massimo colla spada alla mano, indi Fulvia)

VALENTINIANO
(a Massimo)
Ah, traditori! Amico,
Soccorri il tuo signor.

MASSIMO
Fermate! Io voglio il tiranno svenar.

FULVIA
(si frappone)
Padre, che fai?

MASSIMO
Punisco un empio.

VALENTINIANO
È questa di Massimo la fede?

MASSIMO
Assai fin ora
Finsi con te. Se il mio comando Emilio
Mal eseguì, per questa man cadrai.

VALENTINIANO
Ah, iniquo!

FULVIA
Al sen d’Augusto
Non passerà quel ferro,
Se me di vita il genitor non priva.

MASSIMO
Cesare morirà.

Scena Ultima

(Ezio e Varo con spade nude, popolo e soldati; indi Onoria e detti)

EZIO, VARO
Cesare viva.

FULVIA
Ezio!

VALENTINIANO
Che veggo!

MASSIMO
Oh sorte!

(getta la spada)

ONORIA
È salvo Augusto?

VALENTINIANO
(accenna Ezio)
Vedi chi mi salvò!

ONORIA
(ad Ezio)
Duce, qual nume
Ebbe cura di te?

EZIO
Di Varo amico il zelo e la pietà.

VALENTINIANO
Come?

VARO
Eseguita
Finsi di lui la morte: io t’ingannai;
Ma in Ezio il tuo liberator serbai.

FULVIA
Provvida infedeltà!

EZIO
Permette il Cielo
Che tu debba i tuoi giorni,
Cesare, a questa mano,
Che credesti infedel. Vivi: io non curo
Maggior trionfo; e, se ti resta ancora
Per me qualche dubbiezza in mente accolta,
Eccomi prigioniero un’altra volta.

VALENTINIANO
Anima grande, eguale
Solamente a te stessa! In questo seno
Della mia tenerezza,
Del pentimento mio ricevi un pegno:

(accenna Fulvia)

Eccoti la tua sposa.
Onoria al nodo d’Attila si prepari:
io so che lieta la tua man
generosa a Fulvia cede.

ONORIA
È poco il sacrificio a tanta fede.

EZIO
Oh contento!

FULVIA
Oh piacer!

EZIO
Concedi, Augusto, la salvezza di Varo,
Di Massimo la vita ai nostri prieghi.

VALENTINIANO
A tanto intercessor nulla si nieghi.

CORO
Della vita nel dubbio cammino
Si smarrisce l’umano pensier.
L’innocenza è quell’astro divino,
Che rischiara fra l’ombre il sentier.
Scena Ottava

VALENTINIANO
Varo, eseguisti?

VARO
Eseguito è il tuo cenno:
Ezio morì.

FULVIA
Come! che dici?

VARO
(a Valentiniano)
Al varco
L’attesero i miei fidi: ei venne; e prima
Che potesse temerne, il sen trafitto
Si vide; sospirò, cadde fra loro.

MASSIMO
(fra sè)
Oh sorte inaspettata!

FULVIA
Oh Dio! mi moro.

(si appoggia ad una scena, coprendosi il volto)

VALENTINIANO
(a Varo)
Corri; l’esangue spoglia
Nascondi ad ogni sguardo: ignota resti
D’Ezio la morte ad ogni suo seguace.

VARO
Sarà legge il tuo cenno.

(parte)

VALENTINIANO
E Fulvia tace?
Or è tempo che parli. E perché mai
«Generoso monarca» or non mi dice?

FULVIA
(come sopra)
Ah, tiranno! Io vorrei...
Sposo infelice!

MASSIMO
Un primo sfogo al suo dolore ingiusto
Lascia, o signor.

Scena Nona

ONORIA
Liete novelle, Augusto.

VALENTINIANO
Che reca Onoria? Il volto suo ridente
Felicità promette.

ONORIA
Ezio è innocente.

VALENTINIANO
Come?

ONORIA
Emilio parlò. L’empio ministro
Nelle mie stanze io ritrovai celato,
Già vicino a morir.

MASSIMO
(fra sè)
Son disperato.

VALENTINIANO
Nelle tue stanze?

ONORIA
Sì. Da te ferito,
La scorsa notte ivi s’ascose. Intesi
Dal labbro suo ch’Ezio è innocente. Augusto,
Non mentisce chi more.

VALENTINIANO
E l’alma rea,
Che gli commise il colpo,
Almen ti palesò?

ONORIA
Mi disse: ‘È quella
Che a Cesare è più cara, e che da lui
Fu oltraggiata in amor.’

VALENTINIANO
Ma il nome?

ONORIA
Emilio
A dirlo si accingea, tutta su i labbri
L’anima fuggitiva egli raccolse;
Ma l’estremo sospiro il nome involse.

VALENTINIANO
Oh sventura!

MASSIMO
(fra sè)
Oh periglio!

FULVIA
(a Valentiniano)
Or di’, tiranno,
S’era infido il mio sposo,
Se fu giusto il punirlo. Or che mi giova
Che tu il pianga innocente? Or chi la vita,
Empio! gli renderà?

ONORIA
Fulvia, che dici?
Ezio morì?

FULVIA
Sì, principessa. Ah! Fuggi dal barbaro germano:
egli è una fiera che si pasce di sangue,
E di sangue innocente. Ognun si guardi;
Egli ha vinto i rimorsi; orror non sente
Della sua crudeltà, gloria non cura:
Pur la tua vita, Onoria, è mal sicura.

ONORIA
Ah, inumano! E potesti...

VALENTINIANO
Onoria, oh Dio!
Non insultarmi: io lo conosco, errai;
Ma di pietà son degno
Più che d’accuse. Il mio timor consiglia.
Son questi i miei più cari: in qual di loro
Cercherò il traditor,
s’io non gli offesi?

ONORIA
Chi mai non offendesti? Il tuo pensiero
Il passato raccolga, e non si scordi
Di Massimo la sposa, i folli amori,
L’insidiata onestà.

MASSIMO
(fra sè)
Come salvarmi!

VALENTINIANO
E dovrò figurarmi
Che i benefìci miei meno ei rammenti
Che un giovanil trasporto?

ONORIA
E ancor non sai
Che l’offensore oblia,
Ma non l’offeso, i ricevuti oltraggi?

FULVIA
(fra sè)
Ecco il padre in periglio.

VALENTINIANO
Ah! che pur troppo
Tu dici il ver; ma che farò?

ONORIA
Consigli or pretendi da me? Se fosti solo
A fabbricarti il danno,
Solo al riparo tuo pensa, o tiranno.

(parte)

Scena Decima

MASSIMO
Cesare, alla mia fede
Troppo ingrato sei tu, se ne sospetti.

VALENTINIANO
Ah! che d’Onoria ai detti
Dal mio sonno io mi desto:
Massimo, di scolparti il tempo è questo.
Fin che il reo non si trova,
Il reo ti crederò.

MASSIMO
Perché? Qual fallo?
Sol perché Onoria il dice?
Che ingiustizia è la tua!

FULVIA
(fra sè)
Padre infelice!

VALENTINIANO
Giusto è il timor. Disse morendo Emilio
Che il traditor m’è caro,
Ch’io l’offesi in amor: tutto conviene,
Massimo, a te. Se tu innocente sei,
Pensa a provarlo: assicurarmi intanto
Di te vogl’io.

FULVIA
(fra sè)
M’assista il Ciel!

VALENTINIANO
Qual altro insidiar mi potea?
Olà!

FULVIA
Barbaro, ascolta: io son la rea.
Io commisi ad Emilio
La morte tua. Quella son io, che tanto
Cara ti fui per mia fatal sventura.
Io, perfido! son quella
Che oltraggiasti in amor, quando ad Onoria
Offristi il mio consorte. Ah! se nemici
Non eran gli astri a’ desiderii miei,
Vendicata sarei,
Regnerebbe il mio sposo; il mondo e Roma
Non gemerebbe oppressa
Da un cor tiranno e da una destra imbelle.
Oh sognate speranze! oh avverse stelle!

MASSIMO
(fra sè)
Ingegnosa pietade!

VALENTINIANO
Io mi confondo.

FULVIA
(fra sè)
Il genitor si salvi,
e pera il mondo.

VALENTINIANO
Tradimento sì reo pensar potesti?
Eseguirlo, vantarlo?

FULVIA
Ezio innocente
Morì per colpa mia: non vuo’ che mora
Innocente, per Fulvia, il padre ancora.

VALENTINIANO
Massimo è fido almeno.

MASSIMO
Adesso, Augusto,
Colpevole son io. Se quell’indegna
Tanto obliar la fedeltà poteo,
Nell’error della figlia il padre è reo.
Puniscimi, assicura
I giorni tuoi col mio morir. Potrebbe
Il naturale affetto,
Che per la prole in ogni petto eccede,
Del padre un dì contaminar la fede.

VALENTINIANO
A suo piacer la sorte
Di me disponga: io m’abbandono a lei.
Son stanco di temer. Se tanto affanno
La vita ha da costar, no, non la curo.
Nelle dubbiezze estreme
Per mancanza di speme io m’assicuro.

Per tutto il timore
Perigli m’addita.
Si perda la vita,
Finisca il martire;
È meglio morire
Che viver così.
La vita mi spiace,
Se il fato nemico
La speme, la pace,
L’amante, l’amico
Mi toglie in un dì.

(parte)

Scena Undicesima

MASSIMO
Partì una volta. Io per te vivo, o figlia
Io respiro per te. Con quanta forza
Celai fin or la tenerezza! Ah, lascia,
Mia speme, mio sostegno,
Cara difesa mia, che al fin t’abbracci.

(vuole abbracciar Fulvia)

FULVIA
Vanne, padre crudel.

MASSIMO
Perché mi scacci?

FULVIA
Tutte le mie sventure
Io riconosco in te. Basta ch’io seppi,
Per salvarti, accusarmi.
Vanne; non rammentarmi
Quanto per te perdei,
Qual son io per tua colpa, e qual tu sei.

MASSIMO
E contrastar pretendi al grato genitor
questo d’affetto testimonio verace? Vieni...

(vuole abbracciarla)

FULVIA
Ma per pietà lasciami in pace.
Se grato esser mi vuoi, stringi quel ferro:
Svenami, o genitor. Questa mercede
Col pianto in su le ciglia
Al padre, che salvò, chiede una figlia.

MASSIMO
Tergi le ingiuste lagrime;
Dilegua il tuo martirio,
Ché, s’io per te respiro,
Tu regnerai per me.
Di raddolcirti io spero
Questo penoso affanno
Col dono d’un impero,
Col sangue d’un tiranno,
Che delle nostre ingiurie
Punito ancor non è.

(parte)

Scena Dodicesima

FULVIA
Misera, dove son! L’aure del Tebro
Son queste ch’io respiro?
Per le strade m’aggiro
Di Tebe e d’Argo; o dalle greche sponde
Di tragedie feconde,
Vennero a questi lidi
Le domestiche Furie
Della prole di Cadmo e degli Atridi?
Là d’un monarca ingiusto
L’ingrata crudeltà m’empie d’orrore:
D’un padre traditore
Qua la colpa m’agghiaccia;
E lo sposo innocente ho sempre in faccia.
Oh immagini funeste!
Oh memorie! oh martirio!
Ed io parlo, infelice, ed io respiro?

Ah! non son io che parlo,
È il barbaro dolore,
Che mi divide il core,
Che delirar mi fa.
Non cura il ciel tiranno
L’affanno in cui mi vedo:
Un fulmine gli chiedo,
E un fulmine non ha.

(parte)

Scena Tredicesima

(Campidoglio antico, con popolo)

MASSIMO
Inorridisci, o Roma:
D’Attila lo spavento, il duce invitto,
Il tuo liberator cadde trafitto.
E chi l’uccise?
Ah! l’omicida ingiusto fu l’invidia d’Augusto.
Ecco in qual guisa premia un tiranno.
Or che farà di noi
Chi tanto merto opprime? Ah! vendicate,
Romani, il vostro eroe. La gloria antica
Rammentatevi omai: da un giogo indegno
Liberate la patria, e difendete
Dai vicini perigli
L’onor, la vita, le consorti e i figli.

(in atto di partire)

VARO
Massimo, ferma: e qual desio ribelle,
Qual furor ti consiglia?

MASSIMO
Varo, t’accheta, o al mio pensier t’appiglia.
Chi vuol salva la patria
Stringa il ferro e mi segua.

(tutti snudan la spada accennando il Campidoglio)

Ecco il sentiero,
Onde avrà libertà
Roma e l’impero.

(parte, seguìto da tutti, verso il Campidoglio)

VARO
Che indegno! Egli la morte
D’un innocente affretta,
E poi Roma solleva alla vendetta.
Va pur: forse il disegno
A chi lo meditò sarà funesto:
Va, traditor... Ma qual tumulto è questo?

(s’ode brevissimo strepito di trombe e timpani)

Già risonar d’intorno a Campidoglio io sento
Di cento voci e cento
Lo strepito guerrier.
Che fo? Si vada, e sia
Stimolo all’alma mia
Il debito d’amico,
Di suddito il dover.

(parte)

Scena Quattordicesima

(Si vedono scendere dal Campidoglio, combattendo, le guardie imperiali coi sollevati. Siegue zuffa, la quale terminata, esce Valentiniano senza manto, con spada rotta, difendendosi da due congiurati; e poi Massimo colla spada alla mano, indi Fulvia)

VALENTINIANO
(a Massimo)
Ah, traditori! Amico,
Soccorri il tuo signor.

MASSIMO
Fermate! Io voglio il tiranno svenar.

FULVIA
(si frappone)
Padre, che fai?

MASSIMO
Punisco un empio.

VALENTINIANO
È questa di Massimo la fede?

MASSIMO
Assai fin ora
Finsi con te. Se il mio comando Emilio
Mal eseguì, per questa man cadrai.

VALENTINIANO
Ah, iniquo!

FULVIA
Al sen d’Augusto
Non passerà quel ferro,
Se me di vita il genitor non priva.

MASSIMO
Cesare morirà.

Scena Ultima

(Ezio e Varo con spade nude, popolo e soldati; indi Onoria e detti)

EZIO, VARO
Cesare viva.

FULVIA
Ezio!

VALENTINIANO
Che veggo!

MASSIMO
Oh sorte!

(getta la spada)

ONORIA
È salvo Augusto?

VALENTINIANO
(accenna Ezio)
Vedi chi mi salvò!

ONORIA
(ad Ezio)
Duce, qual nume
Ebbe cura di te?

EZIO
Di Varo amico il zelo e la pietà.

VALENTINIANO
Come?

VARO
Eseguita
Finsi di lui la morte: io t’ingannai;
Ma in Ezio il tuo liberator serbai.

FULVIA
Provvida infedeltà!

EZIO
Permette il Cielo
Che tu debba i tuoi giorni,
Cesare, a questa mano,
Che credesti infedel. Vivi: io non curo
Maggior trionfo; e, se ti resta ancora
Per me qualche dubbiezza in mente accolta,
Eccomi prigioniero un’altra volta.

VALENTINIANO
Anima grande, eguale
Solamente a te stessa! In questo seno
Della mia tenerezza,
Del pentimento mio ricevi un pegno:

(accenna Fulvia)

Eccoti la tua sposa.
Onoria al nodo d’Attila si prepari:
io so che lieta la tua man
generosa a Fulvia cede.

ONORIA
È poco il sacrificio a tanta fede.

EZIO
Oh contento!

FULVIA
Oh piacer!

EZIO
Concedi, Augusto, la salvezza di Varo,
Di Massimo la vita ai nostri prieghi.

VALENTINIANO
A tanto intercessor nulla si nieghi.

CORO
Della vita nel dubbio cammino
Si smarrisce l’umano pensier.
L’innocenza è quell’astro divino,
Che rischiara fra l’ombre il sentier.

(libretto: Metastasio)



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