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ATTO I


Scena Prima

(Fondo selvoso di cupa ed angusta valle, adombrata dall'alto da grandi alberi, che giungono ad intrecciare i rami dall'uno all'altro colle, fra' quali è chiusa)

LICIDA
Ho risoluto, Aminta;
più consigli non vuo'.

AMINTA
Licida, ascolta.
Deh, modera una volta
questo tuo violento
spirito intollerante.

LICIDA
E in chi poss'io
fuor che me più sperar? Megacle istesso,
Megacle m'abbandona
nel bisogno maggiore. Or và, riposa
sulla fè d'un amico.

AMINTA
Ancor non dèi
condannarlo però. Breve cammino
non è quel che divide
Elide, in cui noi siamo,
da Creta, ov' ei restò. L'ali alle piante
non ha Megacle al fin.
In tempo giungerà. Prescritta è l'ora
agli olimpici giuochi
oltre il meriggio, ed or non è l'aurora.

LICIDA
Sai pur che ognun, che aspiri
all'olimpica palma, or sul mattino
dèe presentarsi al tempio.
Il grado, il nome,
la patria palesar;
di Giove all'ara giurar
di non valersi di frode nel cimento.

AMINTA
Il so.

LICIDA
T'è noto
ch'escluso è dalla pugna
chi quest'atto solenne
giunge tardi a compir?
Dunque, che deggio
attender più, che più sperar?

AMINTA
Ma quale sarebbe il tuo disegno?

LICIDA
All'ara innanzi
presentarmi con gli altri.

AMINTA
E poi?

LICIDA
Con gli altri
a suo tempo pugnar.
Se a noi qui fosse
Megacle giunto, a tai contese esperto,
pugnato avria per me: ma, s'ei non viene,
che far degg'io? Non si contrasta, Aminta,
oggi in Olimpia del selvaggio ulivo
la solita corona. Al vincitore
sarà premio Aristea, figlia reale
dell'invitto Clistene, onor primiero
delle greche sembianze: unica e bella
fiamma di questo cor; benchè novella.

AMINTA
Ed Argene?

LICIDA
Ed Argene
più riveder non spero. Amor non vive,
quando muor la speranza.

AMINTA
E pur giurasti tante volte...

LICIDA
T'intendo. In questa fole,
finché l'ora trascorra,
trattener mi vorresti. Addio.

AMINTA
Ma senti.

LICIDA.
Non, no.

AMINTA
Vedi che giunge...

LICIDA
Chi?

AMINTA
Megacle.

LICIDA
Dov'è?

AMINTA
Fra quelle piante
parmi... No... non è desso.

LICIDA
Ah, mi deridi:
e lo merito, Aminta, lo fui sì cieco,
che in Megacle sperai.

(Volendo partire)

Scena Seconda


MEGACLE
Megacle è tecco.

LICIDA
Giuste dei!
MEGACLE
Prence.

LICIDA
Amico.
Vieni, vieni al mio seno. Ecco risorta
la mia speme cadente.

MEGACLE
E sarà vero
che il Ciel m'offra una volta
la via d'esserti grato?

LICIDA
E pace, e vita
tu puoi darmi, se vuoi.

MEGACLE
Come?

LICIDA
Pugnando
nell' olimpico agone
per me, col nome mio.

MEGACLE
Ma tu non sei noto in Elide ancor?

LICIDA
No.

MEGACLE
Quale oggetto ha questa trama?

LICIDA
Il mio riposo. Oh Dio!
non perdiamo i momento. Appunto è l'ora
che de' rivali atleti
si raccolgono i nomi. Ah, vola al tempio;
di' che Licida sei. La tua venuta
inutile sarà, se più soggiorni.
Vanne. Tutto saprai, quando ritorni.

MEGACLE
Superbo di me stesso,
andrò portando in fronte
quel caro nome impresso,
come mi sta nel cor.
Dirà la Grecia poi
che fur comuni a noi
l'opre, i pensier; gli affetti,
e al fine i nomi ancor.

(Megacle parte)

Scena Terza

LICIDA
Oh generoso amico!
Oh Megacle fedel!

AMINTA
Cosi di lui non parlavi poc'anzi.

LICIDA
Eccomi al fine
possessor di Aristea. Vanne, disponi
tutto, mio caro Aminta. Io con la sposa,
prima che il sol tramonti,
voglio quindi partir.

AMINTA
Più lento, o prence,
nel fingerti felice. Ancor vi resta
molto di che temer. Potria l'inganno
esser scoperto; al paragon potrebbe
Megacle soggiacer. So ch'altre volte
fu vincitor; ma un impensato evento
so che talor confonde il vile e'l forte;
né sempre ha la virtù l'istessa sorte.

LICIDA
Oh sei pure importuno
con questo tuo noioso,
perpetuo dubitar. Vicino al porto
vuoi ch'io tema il naufragio? A' dubbi tuoi
chi presta fede intera,
non sa mai quando è l'alba o quando è sera.

Quel destrier, che all'albergo è vicino,
piè veloce s'affretta nel corso;
non l'arresta l'angustia del morso,
non la voce, che legge gli dà.
Tal quest'alma, che piena è di speme,
nulla teme, consiglio non sente;
e si forma una gioia presente
del pensiero che lieta saprà.

(Licida parte)

AMINTA
Pria dell'esito ancor lieto si finge
nell'ardente desio l'incauto amante;
ed io per lui pavento,
nella già ordita frode,
qualche sinistro, e periglioso evento.

Il fidarsi della speme,
è un cercar affanni, e pene:
ci lusinga, e poi ci inganna.
Dell'inganno se ne accorge,
benché tardi, l'alma afflitta;
se ne pente, e se ne affanna.

Scena Quarta

(Vaste campagna alle falde d'un monte, sparsa di capanne pastorali. Ponte rustico sul Fiume Alfeo, composto di tronchi d'alberi, rozzamente commessi. Veduta della Città d'Olimpia in lontano, interrotta da poche piante, che adornano la pianura, ma non l'ingombrano. Argene, in abito di pastorella, sotto nome di Licori, tessendo ghirlande. Coro di Ninfe e Pastori, tutti occupati in lavori pastorali, e poi Aristea con seguito)

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui se un piacer si gode,
parte non v'ha la frode,
ma lo condisce a gara
amore e fedeltà.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui poco ognun possiede,
e ricco ognun si crede:
né più bramando, impara
che cosa è povertà.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Senza custodi o mura
la pace è qui sicura,
che l'altrui voglia avara
onde allettar non ha.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui gl'innocenti amori
di ninfe...

(s'alza da sedere)

Ecco Aristea.

ARISTEA
Siegui, o Licori

ARGENE
Già il rozzo mio soggiorno
torni a render felice, o principessa?

ARISTEA
Ah fuggir da me stessa
potessi ancor, come dagli altri! Amica,
tu non sai qual funesto
giorno per me sia questo.

ARGENE
È questo un giorno
glorioso per te. Di tua bellezza
qual può l'età ventura
prova aver più sicura? A conquistarti
nell'Olimpico agone
tutto il fior della Grecia oggi s'espone.

ARISTEA
Ma chi bramo non v'è. Deh si proponga
men funesta materia
al nostro ragionar

(sede Aristea)

Siedi, Licori:
gl'interrotti lavori
riprendi, e parla. Incominciasti un giorno
a narrami i tuoi casi. Il tempo è questo
di proseguirli. Il mio dolor seduci;
raddolcisci, se puoi,
i miei tormenti in rammentando i tuoi.

ARGENE
Se avran tanta virtù, senza mercede
non va la mia costanza.

(Siede)

A te già dissi
che Argene è il nome mio, che in Creta io nacqui
d'illustre sangue, e che gl'affetti miei
fur più nobili ancor de' miei natali.

ARISTEA
So fin qui.

ARGENE
De' miei mali
ecco il principio. Del cretense soglio
Licida il regio erede
fu la mia fiamma, ed io la sua. Celammo
prudenti un tempo il nostro amor; ma poi
l'amor s'accrebbe, e, come in tutti avviene,
la prudenza scemò. Comprese alcuno
il favella de' nostri sguardi: ad altri
i sensi no spiegò; di voce in voce
tanto in breve si stese
il maligno romor, che il re l'intese:
se no sdegnò, sgridonne il figlio; a lui
vietò di più vedermi, e col divieto
gliene accrebbe il desio.
Ebro d'amore
freme Licida, e pensa
di rapirmi e fuggir. Tutto il disegno
spiega in un foglio: a me l'invia. Tradisco
la fede il messo, e al re lo reca. È chiuso
in custodito albergo
il mio povero amante. A me s'impone
che a straniero consorte
porga la destra. Io lo ricuso.
Altro riparo
che la fuga o la morte
al mio caso non trovo. Il men funesto
credo il più saggio, e l'eseguisco. Ignota
in Elide pervenni. In queste selve
mi proposi abitar. Qui fra pastori
pastorella mi finsi, e or son Licori.

ARISTEA
In ver mi fai pietà. Ma la tua fuga
non approvo però. Donzella e sola
cercar contrade ignote,
abbandonar...

ARGENE
Dunque dovea la mano a Megacle donar?

ARISTEA
Megacle!

(fra sé)

Oh nome!

(in alta voce)

Di qual Megacle parli?

ARGENE
Era lo sposo
questi, che il re mi destinò. Dovea
dunque obbliar...

ARISTEA
Ne sai la patria?

ARGENE
Atene.

ARISTEA
Come in Creta pervenne?

ARGENE
Amor vel trasse,
com'ei stesso dicea, ramingo, afflitto.
Nel giungervi fu colto
da stuol di masnadieri; e oppresso ormai
la vita vi perdea. Licida a sorte
vi si avvenne, e il salvò. Quindi fra loro
fidi amici fur sempre. Amico al figlio,
fu noto al padre; e dal reale impero
destinato mi fu, perchè straniero.

ARISTEA
Ma ti ricordi ancora le sue sembianze?

ARGENE
Io l'ho presente. Avea
bionde le chiome, oscuro il ciglio, i labbri
vermigli sì, ma tumidetti, e forse
oltre il dover; gli sguardi
lenti e pietosi: un arrossir frequente,
un soave parlar... Ma... principessa,
tu cambi di color! Che avvenne?

ARISTEA
Oh Dio!
Quel Megacle, che pingi, è l'idol mio.

ARGENE
Che dici!

ARISTEA
Il vero. A lui,
lunga stagion già mio segreto amante,
perché nato in Atene,
niegommi il padre mio, né volle mai
conoscerlo, vederlo,
ascoltato una volta. Ei disperato
da me parti; più nol rividi: e in questo
punto da te so de' suoi casi il resto.

ARGENE
In ver sembrano i nostri
favolosi accidenti.

ARISTEA
Ah s'ei sapesse
ch'oggi per me qui si combatte!

ARGENE
In Creta
a lui voli un tuo servo: e tu procura
la pugna differir.

ARISTEA
Come?

ARGENE
Clistene è pur tuo padre:
ei qui presiede eletto
arbitro delle cose; ei può, se vuole...

ARISTEA
Ma non vorrà.

ARGENE
Che nuoce,
principessa, il tentarlo?

ARISTEA
E ben, Clistene vadasi a ritrovar.

(S'alzano)

ARGENE
Fermati; ei viene.

Scena Quinta

CLISTENE
Figlia, tutto è compito. I nomi accolti,
le vittime svenate, al gran cimento
l'ora prescritta; e più la pugna ormai,
senza offesa de' numi,
della pubblica fé, dell'onor mio,
differir non si può.

ARISTEA
(fra sé)
Speranze, addio.

CLISTENE
Ragion d'esser superba
io ti darei, se ti dicessi tutti
quei, che a pugnar per te vengono a gara.
V'è Olinto di Megara,
v'è Clearco di Sparta, Ati di Tebe,
Erito di Corinto, e fin di Creta
Licida venne.

ARGENE
Chi?

CLISTENE
Licida, il figlio del re cretense.

ARISTEA
Ei pur mi brama?

CLISTENE
Ei viene con gli altri a prova.

ARGENE
(fra sé)
Ah, si scordò d'Argene!

CLISTENE
Seguimi, o figlia.

ARISTEA
Ah, questa pugna, o padre, si differisca.

CLISTENE
Un impossibil chiedi: dissi perché.
Ma la cagion non trovo di tal richiesta.

ARISTEA
A divenir soggette
sempre v'è tempo. È d'Imeneo per noi
pesante il giogo; e già senz'essi abbiamo
che soffrire abbastanza
nella nostra servil sorte infelice.

CLISTENE
Dice ognuna cosi, ma il ver non dice.

Del destin non vi lagnate
se vi rese a noi soggette;
siete serve, ma regnate
nella vostra servitù.
Forti noi, voi belle siete,
e vincete in ogni impresa,
quando vengono a contesa
la bellezza e la virtù.

(esce)
ATTO I


Scena Prima

(Fondo selvoso di cupa ed angusta valle, adombrata dall'alto da grandi alberi, che giungono ad intrecciare i rami dall'uno all'altro colle, fra' quali è chiusa)

LICIDA
Ho risoluto, Aminta;
più consigli non vuo'.

AMINTA
Licida, ascolta.
Deh, modera una volta
questo tuo violento
spirito intollerante.

LICIDA
E in chi poss'io
fuor che me più sperar? Megacle istesso,
Megacle m'abbandona
nel bisogno maggiore. Or và, riposa
sulla fè d'un amico.

AMINTA
Ancor non dèi
condannarlo però. Breve cammino
non è quel che divide
Elide, in cui noi siamo,
da Creta, ov' ei restò. L'ali alle piante
non ha Megacle al fin.
In tempo giungerà. Prescritta è l'ora
agli olimpici giuochi
oltre il meriggio, ed or non è l'aurora.

LICIDA
Sai pur che ognun, che aspiri
all'olimpica palma, or sul mattino
dèe presentarsi al tempio.
Il grado, il nome,
la patria palesar;
di Giove all'ara giurar
di non valersi di frode nel cimento.

AMINTA
Il so.

LICIDA
T'è noto
ch'escluso è dalla pugna
chi quest'atto solenne
giunge tardi a compir?
Dunque, che deggio
attender più, che più sperar?

AMINTA
Ma quale sarebbe il tuo disegno?

LICIDA
All'ara innanzi
presentarmi con gli altri.

AMINTA
E poi?

LICIDA
Con gli altri
a suo tempo pugnar.
Se a noi qui fosse
Megacle giunto, a tai contese esperto,
pugnato avria per me: ma, s'ei non viene,
che far degg'io? Non si contrasta, Aminta,
oggi in Olimpia del selvaggio ulivo
la solita corona. Al vincitore
sarà premio Aristea, figlia reale
dell'invitto Clistene, onor primiero
delle greche sembianze: unica e bella
fiamma di questo cor; benchè novella.

AMINTA
Ed Argene?

LICIDA
Ed Argene
più riveder non spero. Amor non vive,
quando muor la speranza.

AMINTA
E pur giurasti tante volte...

LICIDA
T'intendo. In questa fole,
finché l'ora trascorra,
trattener mi vorresti. Addio.

AMINTA
Ma senti.

LICIDA.
Non, no.

AMINTA
Vedi che giunge...

LICIDA
Chi?

AMINTA
Megacle.

LICIDA
Dov'è?

AMINTA
Fra quelle piante
parmi... No... non è desso.

LICIDA
Ah, mi deridi:
e lo merito, Aminta, lo fui sì cieco,
che in Megacle sperai.

(Volendo partire)

Scena Seconda


MEGACLE
Megacle è tecco.

LICIDA
Giuste dei!
MEGACLE
Prence.

LICIDA
Amico.
Vieni, vieni al mio seno. Ecco risorta
la mia speme cadente.

MEGACLE
E sarà vero
che il Ciel m'offra una volta
la via d'esserti grato?

LICIDA
E pace, e vita
tu puoi darmi, se vuoi.

MEGACLE
Come?

LICIDA
Pugnando
nell' olimpico agone
per me, col nome mio.

MEGACLE
Ma tu non sei noto in Elide ancor?

LICIDA
No.

MEGACLE
Quale oggetto ha questa trama?

LICIDA
Il mio riposo. Oh Dio!
non perdiamo i momento. Appunto è l'ora
che de' rivali atleti
si raccolgono i nomi. Ah, vola al tempio;
di' che Licida sei. La tua venuta
inutile sarà, se più soggiorni.
Vanne. Tutto saprai, quando ritorni.

MEGACLE
Superbo di me stesso,
andrò portando in fronte
quel caro nome impresso,
come mi sta nel cor.
Dirà la Grecia poi
che fur comuni a noi
l'opre, i pensier; gli affetti,
e al fine i nomi ancor.

(Megacle parte)

Scena Terza

LICIDA
Oh generoso amico!
Oh Megacle fedel!

AMINTA
Cosi di lui non parlavi poc'anzi.

LICIDA
Eccomi al fine
possessor di Aristea. Vanne, disponi
tutto, mio caro Aminta. Io con la sposa,
prima che il sol tramonti,
voglio quindi partir.

AMINTA
Più lento, o prence,
nel fingerti felice. Ancor vi resta
molto di che temer. Potria l'inganno
esser scoperto; al paragon potrebbe
Megacle soggiacer. So ch'altre volte
fu vincitor; ma un impensato evento
so che talor confonde il vile e'l forte;
né sempre ha la virtù l'istessa sorte.

LICIDA
Oh sei pure importuno
con questo tuo noioso,
perpetuo dubitar. Vicino al porto
vuoi ch'io tema il naufragio? A' dubbi tuoi
chi presta fede intera,
non sa mai quando è l'alba o quando è sera.

Quel destrier, che all'albergo è vicino,
piè veloce s'affretta nel corso;
non l'arresta l'angustia del morso,
non la voce, che legge gli dà.
Tal quest'alma, che piena è di speme,
nulla teme, consiglio non sente;
e si forma una gioia presente
del pensiero che lieta saprà.

(Licida parte)

AMINTA
Pria dell'esito ancor lieto si finge
nell'ardente desio l'incauto amante;
ed io per lui pavento,
nella già ordita frode,
qualche sinistro, e periglioso evento.

Il fidarsi della speme,
è un cercar affanni, e pene:
ci lusinga, e poi ci inganna.
Dell'inganno se ne accorge,
benché tardi, l'alma afflitta;
se ne pente, e se ne affanna.

Scena Quarta

(Vaste campagna alle falde d'un monte, sparsa di capanne pastorali. Ponte rustico sul Fiume Alfeo, composto di tronchi d'alberi, rozzamente commessi. Veduta della Città d'Olimpia in lontano, interrotta da poche piante, che adornano la pianura, ma non l'ingombrano. Argene, in abito di pastorella, sotto nome di Licori, tessendo ghirlande. Coro di Ninfe e Pastori, tutti occupati in lavori pastorali, e poi Aristea con seguito)

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui se un piacer si gode,
parte non v'ha la frode,
ma lo condisce a gara
amore e fedeltà.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui poco ognun possiede,
e ricco ognun si crede:
né più bramando, impara
che cosa è povertà.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Senza custodi o mura
la pace è qui sicura,
che l'altrui voglia avara
onde allettar non ha.

CORO
Oh care selve,
oh cara felice libertà!

ARGENE
Qui gl'innocenti amori
di ninfe...

(s'alza da sedere)

Ecco Aristea.

ARISTEA
Siegui, o Licori

ARGENE
Già il rozzo mio soggiorno
torni a render felice, o principessa?

ARISTEA
Ah fuggir da me stessa
potessi ancor, come dagli altri! Amica,
tu non sai qual funesto
giorno per me sia questo.

ARGENE
È questo un giorno
glorioso per te. Di tua bellezza
qual può l'età ventura
prova aver più sicura? A conquistarti
nell'Olimpico agone
tutto il fior della Grecia oggi s'espone.

ARISTEA
Ma chi bramo non v'è. Deh si proponga
men funesta materia
al nostro ragionar

(sede Aristea)

Siedi, Licori:
gl'interrotti lavori
riprendi, e parla. Incominciasti un giorno
a narrami i tuoi casi. Il tempo è questo
di proseguirli. Il mio dolor seduci;
raddolcisci, se puoi,
i miei tormenti in rammentando i tuoi.

ARGENE
Se avran tanta virtù, senza mercede
non va la mia costanza.

(Siede)

A te già dissi
che Argene è il nome mio, che in Creta io nacqui
d'illustre sangue, e che gl'affetti miei
fur più nobili ancor de' miei natali.

ARISTEA
So fin qui.

ARGENE
De' miei mali
ecco il principio. Del cretense soglio
Licida il regio erede
fu la mia fiamma, ed io la sua. Celammo
prudenti un tempo il nostro amor; ma poi
l'amor s'accrebbe, e, come in tutti avviene,
la prudenza scemò. Comprese alcuno
il favella de' nostri sguardi: ad altri
i sensi no spiegò; di voce in voce
tanto in breve si stese
il maligno romor, che il re l'intese:
se no sdegnò, sgridonne il figlio; a lui
vietò di più vedermi, e col divieto
gliene accrebbe il desio.
Ebro d'amore
freme Licida, e pensa
di rapirmi e fuggir. Tutto il disegno
spiega in un foglio: a me l'invia. Tradisco
la fede il messo, e al re lo reca. È chiuso
in custodito albergo
il mio povero amante. A me s'impone
che a straniero consorte
porga la destra. Io lo ricuso.
Altro riparo
che la fuga o la morte
al mio caso non trovo. Il men funesto
credo il più saggio, e l'eseguisco. Ignota
in Elide pervenni. In queste selve
mi proposi abitar. Qui fra pastori
pastorella mi finsi, e or son Licori.

ARISTEA
In ver mi fai pietà. Ma la tua fuga
non approvo però. Donzella e sola
cercar contrade ignote,
abbandonar...

ARGENE
Dunque dovea la mano a Megacle donar?

ARISTEA
Megacle!

(fra sé)

Oh nome!

(in alta voce)

Di qual Megacle parli?

ARGENE
Era lo sposo
questi, che il re mi destinò. Dovea
dunque obbliar...

ARISTEA
Ne sai la patria?

ARGENE
Atene.

ARISTEA
Come in Creta pervenne?

ARGENE
Amor vel trasse,
com'ei stesso dicea, ramingo, afflitto.
Nel giungervi fu colto
da stuol di masnadieri; e oppresso ormai
la vita vi perdea. Licida a sorte
vi si avvenne, e il salvò. Quindi fra loro
fidi amici fur sempre. Amico al figlio,
fu noto al padre; e dal reale impero
destinato mi fu, perchè straniero.

ARISTEA
Ma ti ricordi ancora le sue sembianze?

ARGENE
Io l'ho presente. Avea
bionde le chiome, oscuro il ciglio, i labbri
vermigli sì, ma tumidetti, e forse
oltre il dover; gli sguardi
lenti e pietosi: un arrossir frequente,
un soave parlar... Ma... principessa,
tu cambi di color! Che avvenne?

ARISTEA
Oh Dio!
Quel Megacle, che pingi, è l'idol mio.

ARGENE
Che dici!

ARISTEA
Il vero. A lui,
lunga stagion già mio segreto amante,
perché nato in Atene,
niegommi il padre mio, né volle mai
conoscerlo, vederlo,
ascoltato una volta. Ei disperato
da me parti; più nol rividi: e in questo
punto da te so de' suoi casi il resto.

ARGENE
In ver sembrano i nostri
favolosi accidenti.

ARISTEA
Ah s'ei sapesse
ch'oggi per me qui si combatte!

ARGENE
In Creta
a lui voli un tuo servo: e tu procura
la pugna differir.

ARISTEA
Come?

ARGENE
Clistene è pur tuo padre:
ei qui presiede eletto
arbitro delle cose; ei può, se vuole...

ARISTEA
Ma non vorrà.

ARGENE
Che nuoce,
principessa, il tentarlo?

ARISTEA
E ben, Clistene vadasi a ritrovar.

(S'alzano)

ARGENE
Fermati; ei viene.

Scena Quinta

CLISTENE
Figlia, tutto è compito. I nomi accolti,
le vittime svenate, al gran cimento
l'ora prescritta; e più la pugna ormai,
senza offesa de' numi,
della pubblica fé, dell'onor mio,
differir non si può.

ARISTEA
(fra sé)
Speranze, addio.

CLISTENE
Ragion d'esser superba
io ti darei, se ti dicessi tutti
quei, che a pugnar per te vengono a gara.
V'è Olinto di Megara,
v'è Clearco di Sparta, Ati di Tebe,
Erito di Corinto, e fin di Creta
Licida venne.

ARGENE
Chi?

CLISTENE
Licida, il figlio del re cretense.

ARISTEA
Ei pur mi brama?

CLISTENE
Ei viene con gli altri a prova.

ARGENE
(fra sé)
Ah, si scordò d'Argene!

CLISTENE
Seguimi, o figlia.

ARISTEA
Ah, questa pugna, o padre, si differisca.

CLISTENE
Un impossibil chiedi: dissi perché.
Ma la cagion non trovo di tal richiesta.

ARISTEA
A divenir soggette
sempre v'è tempo. È d'Imeneo per noi
pesante il giogo; e già senz'essi abbiamo
che soffrire abbastanza
nella nostra servil sorte infelice.

CLISTENE
Dice ognuna cosi, ma il ver non dice.

Del destin non vi lagnate
se vi rese a noi soggette;
siete serve, ma regnate
nella vostra servitù.
Forti noi, voi belle siete,
e vincete in ogni impresa,
quando vengono a contesa
la bellezza e la virtù.

(esce)



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