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ATTO II


Scena Prima

(Grottesco con fontane, contiguo al bosco)

ARGENE
Ed ancor della pugna l’esito non si sa?

ARISTEA
No, bella Argene.
È pur dura la legge, onde n’è tolto
d’esserne spettatrici!

ARGENE
Ah, che sarebbe
forse pena maggior veder chi s’ama
in cimento si grande, e non potergli
porger soccorso: esser presente...

ARISTEA
Io sono
presente ancor lontana: anzi mi fingo
forse quel che non è. Se tu vedessi
come stà questo cor! Qui dentro, amica,
qui dentro si combatte; e più che altrove
qui la pugna è crudele.
Oh, come io tremo!
Come palpito adesso!

ARGENE
E la cagione?

ARISTEA
È deciso il mio fato:
vedi Alcandro, che arriva.

ARGENE
Alcandro, ah corri;

(verso la scena)

consolane. Che rechi?

Scena Seconda

ALCANDRO
Fortunate novelle. Il re m’invia
nunzio felice, o principessa. Ed io...

ARISTEA
La pugna terminò?

ALCANDRO
Sì; ascolta. Intorno già impazienti...

ARGENE
(ad Alcandro)
Il vincitor si chiede.

ALCANDRO
Tutto dirò. Già impazienti intorno
le turbe spettatrici...

ARISTEA
(con impazienza)
Eh ch’io non cerco questo da te.

ALCANDRO
Ma in ordine distinto...

ARISTEA
(con isdegno)
Chi vinse dimmi sol.

ALCANDRO
Licida ha vinto.

ARISTEA
Licida!

ALCANDRO
Appunto.

ARGENE
Il principe di Creta!

ALCANDRO
Sì, che giunse poc’anzi a queste arena.

ARISTEA
(fra sé)
Sventurata Aristea!

ARGENE
(fra sé)
Povera Argene!

ALCANDRO
(ad Aristea)
Oh, te felice!
Oh quale sposo ti diè la sorte!

ARISTEA
Alcandro, parti.

ALCANDRO
T’attende il re.

ARISTEA
Parti. Verrò.

ALCANDRO
T’attende nel gran tempio adunata...

ARISTEA
(con isdegno)
Nè parti ancor?

ALCANDRO
(fra sé)
Che ricompensa ingrata!

(Ad Aristea)

Se tu sprezzar pretendi
la mia sincera fede,
ingiusta è la mercede,
hai troppo ingrato il cor.
Un sì felice aviso
par che ti renda sdegno;
qual fosse il tuo disegno
non se veder ancor.

Scena Terza

ARGENE
Ah, dimmi, o principessa,
v’è sotto il ciel chi possa dirsi, oh Dio,
più misera di me?

ARISTEA
Sì, vi so io.

ARGENE
Ah, non ti faccia amore
provar mai la mia pene! Ah tu non sai
quai perdita è la mia! Quanto mi costa
quel cor che tu m’involi!

ARISTEA
E tu non senti,
non comprendi abbastanza i miei tormenti.

Sta piangendo la tortorella
finché vedova e smarrita;
ma se torna il suo diletto,
entro il nido o nel boschetto,
dolce canta, e si consola.
Ma per me che non v’è speme,
viver sempre dovrò in pene
sventurata, afflitta, e sola.

Scena Quarta

ARGENE
E trovar non poss’io né pietà, né soccorso?

AMINTA
(a parte nell’uscire)
Eterni dei! Parmi Argene costei.

ARGENE
Vendetta almeno, vendetta si procuri.

(vuol partire)

AMINTA
Argene, e come tu in Elide!
Tu sola! Tu in sì ruvide spoglie!

ARGENE
I neri inganni a secondar del prence
dunque ancor tu venisti?

AMINTA
(fra sé)
Tutto già sa.

(Ad Argene)

Non da’ consigli miei...

ARGENE
Basta... Chi sa: nel cielo
v’è giustizia per tutti; e si ritrova
talvolta anche nel mondo. Io chiederolla
agli uomini, agli dei. S’ei non ha fede,
ritegni io non avrò. Vuo’ che Clistene,
vuo’ che la Grecia, il mondo
sappia ch’è un traditor, acciò per tutto
questa infamia ‘lo siegua; acciò che ognuno
‘l’aborrisca, l’eviti,
e con orrore, a chi nol sa, l’additi.

AMINTA
Non son questi pensieri
degni d’Argene.
È sempre meglio
il riacquistarlo amante
che opprimerlo nemico.

ARGENE
E credi, Aminta, ch’ei tornerebbe a me?

AMINTA
Lo spero. Al fine
fosti l’idolo suo. Per te languiva,
delirava per te. Non ti sovviene,
che cento volte e cento...

ARGENE
Tutto, per pena mia, tutto rammento.

Per que’ tanti suoi sospiri,
al giurarsi ogn’or costante,
ha perduto il cor amante
la sua cara libertà.
Le promesse ed i martiri,
mi raccordo con mia pena:
da quei nacque la catena
onde avvinta l’alma sta.

Scena Quinta

AMINTA
Fra le folle diverse,
de’ qual ripieno è il mondo,
chi può negar che la folla maggiore
in ciascuno non sia quella d’amore?

Siam navi all’onde algenti
lasciate in abbandono:
impetuosi venti
i nostri affetti sono:
ogni diletto è scoglio:
tutta la vita è mar.
Ben, qual nocchiero, in noi
veglia ragion; ma poi
pur dall’ondoso orgoglio
si lascia trasportar.

(parte)

Scena Sesta

(Luogo magnifico. Clistene, preceduto da Licida: Alcandro, Megacle coronato d’ulivo, guardie e Popolo)

CLISTENE
Giovane valoroso,
che in mezzo a tanta gloria umil ti stai,
quell’onorata fronte
lascia ch’io baci e che ti stringa al seno.
Felice il re di Creta,
che un tal figlio sorti! Se avessi anch’io
serbato il mio Filinto,
chi sa, sarebbe tal.

(ad Alcandro)

Rammenti, Alcandro,
con qual dolor tel consegnai? Ma pure...

ALCANDRO
(a Clistene)
Tempo o no è di rammentar sventure.

CLISTENE
(fra sé)
È ver.

(a Megacle)

Premio Aristea sarà del tuo valor.
S’altro donarti Clistene può,
chiedilo pur, che mai
quanto dar ti vorrei non chiederai.

MEGACLE
(fra sé)
Coraggio, o mia virtù.

(A Clistene)

Signor, son figlio
e di tenero padre. Ogni contento,
che con lui non divido,
è insipido per me. Di mie venture
pria d’ogn’altro io vorrei
giungergli apportator: chieder l’assenso
per queste nozze; e lui presente, in Creta
legarmi ad Aristea.

CLISTENE
Giusta è la brama.

MEGACLE
Partirò, se’l concedi,
senz’altro indugio. In vece mia rimanga
questi, della mia sposa

(presentando Licida)

servo, compagno e condottier.

CLISTENE
(fra sé)
Che volto è quello mai!
Nel rimirarlo il sangue
mi si riscuote in ogni vena!

(A Megacle)

E questi
chi è? Come s’appella?

MEGACLE
Egisto ha nome,
Creta è sua patria. Egli deriva ancora
dalla stirpe real: ma più che ‘l sangue,
l’amicizia ne stringe; e son fra noi
si concordi i voleri,
comuni a segno, e l’allegrezza e’l duolo,
che Licida ed Egisto è un nome solo.

LICIDA
(fra sé)
Ingegnosa amicizia!

CLISTENE
E ben, la cura
di condurti la sposa
Egisto avrà. Ma Licida non debbe
partir senza vederla.

MEGACLE
Ah no, sarebbe
pena maggior. Mi sentirei morire
nell’atto di lasciarla. Ancor da lunge
tanta pena io ne provo...

CLISTENE
Ecco che giunge.

MEGACLE
(fra sé)
O me infelice!

Scena Settima

ARISTEA
(non vedendo Megacle, fra sé)
All’odiosa nozze
come vittima lo vengo all’ara avanti.

LICIDA
(fra sé)
Sarà mio quel volto in pochi istanti.

CLISTENE
Avvicinati, o figlia; ecco il tuo sposo.

(tenendo Megacle per mano)

MEGACLE
(fra sé)
Ah! Non è ver.

ARISTEA
Lo sposo mio!

(stupisce vedendo Megacle)

CLISTENE
Sì. Vedi
se giammai più bel nodo in Ciel si strinse.

ARISTEA
(fra sé)
Ma se Licida vinse,
come il mio bene?... Il genitor m’inganna?

LICIDA
(fra sé)
Crede Megacle sposo
e se ne affanna.

ARISTEA
E questi, o padre, è il vincitor?

(additando Megacle)

CLISTENE
Mel chiedi?
Non lo ravvisi al volto
di polve asperso? All’onorate stille,
che gli rigan la fronte? A quelle foglie,
che son di chi trionfa
l’ornamento primiero?

ARISTEA
Ma che dicesti, Alcandro?

ALCANDRO
Io dissi il vero.

CLISTENE
Non più dubbiezze. Ecco il consorte, a cui
il Ciel t’accoppia: e noi potea più degno
ottener dagli Dei l’amor paterno.

ARISTEA
(fra sé)
Che gioia!

MEGACLE
(fra sé)
Che martir!

LICIDA
(fra sé)
Che giorno eterno!

CLISTENE
(a Megacle ed Aristea)
E voi tacete? Onde il silenzio?

MEGACLE
(fra sé)
Oh Dio! Come comincerò?

ARISTEA
Parlar vorrei, ma...

CLISTENE
Intendo. Intempestiva
è la presenza mia. Severo ciglio,
rigida maestà, paterno impero
incomodi compagni
sono agli amanti. Io mi sovvengo ancora
quanto increbbero a me. Restate. Io lodo
quel modesto rossor, che vi trattiene.

MEGACLE
(fra sé)
Sempre lo stato mio peggior diviene.

CLISTENE
Qual serpe tortuosa
s’avvolge a tronco, e il stringe,
cosi lega, e recinge
amore, i vostri cor.
Ma quanto è dolce cosa
esserne avvinto, e stretto,
non sa che sia diletto
chi non intende amor.

Scena Ottava

MEGACLE
(fra sé)
Fra l’amico e l’amante
che farò sventurato!
Ardir mio core:
finiamo di morir.

(a parte a Licida)

Per pochi istanti allontanati, o prence.

LICIDA
E qual ragione?...

MEGACLE
Va: fidati di me.
Tutto conviene ch’io spieghi ad Aristea.

LICIDA
Ma non poss’io esser presente?

MEGACLE
No: più che non credi delicato è l’impegno.

LICIDA
E ben, tu’l vuoi,
io lo farò. Poco mi scosto: un cenno
basterà perch’io torni. Ah! Pensa, amico,
di che parli, e per chi. Se nulla mai
feci per te, se mi sei grato e m’ami,
mostralo adesso. Alla tua fida alta
la mia pace io commetto e la mia vita.
ATTO II


Scena Prima

(Grottesco con fontane, contiguo al bosco)

ARGENE
Ed ancor della pugna l’esito non si sa?

ARISTEA
No, bella Argene.
È pur dura la legge, onde n’è tolto
d’esserne spettatrici!

ARGENE
Ah, che sarebbe
forse pena maggior veder chi s’ama
in cimento si grande, e non potergli
porger soccorso: esser presente...

ARISTEA
Io sono
presente ancor lontana: anzi mi fingo
forse quel che non è. Se tu vedessi
come stà questo cor! Qui dentro, amica,
qui dentro si combatte; e più che altrove
qui la pugna è crudele.
Oh, come io tremo!
Come palpito adesso!

ARGENE
E la cagione?

ARISTEA
È deciso il mio fato:
vedi Alcandro, che arriva.

ARGENE
Alcandro, ah corri;

(verso la scena)

consolane. Che rechi?

Scena Seconda

ALCANDRO
Fortunate novelle. Il re m’invia
nunzio felice, o principessa. Ed io...

ARISTEA
La pugna terminò?

ALCANDRO
Sì; ascolta. Intorno già impazienti...

ARGENE
(ad Alcandro)
Il vincitor si chiede.

ALCANDRO
Tutto dirò. Già impazienti intorno
le turbe spettatrici...

ARISTEA
(con impazienza)
Eh ch’io non cerco questo da te.

ALCANDRO
Ma in ordine distinto...

ARISTEA
(con isdegno)
Chi vinse dimmi sol.

ALCANDRO
Licida ha vinto.

ARISTEA
Licida!

ALCANDRO
Appunto.

ARGENE
Il principe di Creta!

ALCANDRO
Sì, che giunse poc’anzi a queste arena.

ARISTEA
(fra sé)
Sventurata Aristea!

ARGENE
(fra sé)
Povera Argene!

ALCANDRO
(ad Aristea)
Oh, te felice!
Oh quale sposo ti diè la sorte!

ARISTEA
Alcandro, parti.

ALCANDRO
T’attende il re.

ARISTEA
Parti. Verrò.

ALCANDRO
T’attende nel gran tempio adunata...

ARISTEA
(con isdegno)
Nè parti ancor?

ALCANDRO
(fra sé)
Che ricompensa ingrata!

(Ad Aristea)

Se tu sprezzar pretendi
la mia sincera fede,
ingiusta è la mercede,
hai troppo ingrato il cor.
Un sì felice aviso
par che ti renda sdegno;
qual fosse il tuo disegno
non se veder ancor.

Scena Terza

ARGENE
Ah, dimmi, o principessa,
v’è sotto il ciel chi possa dirsi, oh Dio,
più misera di me?

ARISTEA
Sì, vi so io.

ARGENE
Ah, non ti faccia amore
provar mai la mia pene! Ah tu non sai
quai perdita è la mia! Quanto mi costa
quel cor che tu m’involi!

ARISTEA
E tu non senti,
non comprendi abbastanza i miei tormenti.

Sta piangendo la tortorella
finché vedova e smarrita;
ma se torna il suo diletto,
entro il nido o nel boschetto,
dolce canta, e si consola.
Ma per me che non v’è speme,
viver sempre dovrò in pene
sventurata, afflitta, e sola.

Scena Quarta

ARGENE
E trovar non poss’io né pietà, né soccorso?

AMINTA
(a parte nell’uscire)
Eterni dei! Parmi Argene costei.

ARGENE
Vendetta almeno, vendetta si procuri.

(vuol partire)

AMINTA
Argene, e come tu in Elide!
Tu sola! Tu in sì ruvide spoglie!

ARGENE
I neri inganni a secondar del prence
dunque ancor tu venisti?

AMINTA
(fra sé)
Tutto già sa.

(Ad Argene)

Non da’ consigli miei...

ARGENE
Basta... Chi sa: nel cielo
v’è giustizia per tutti; e si ritrova
talvolta anche nel mondo. Io chiederolla
agli uomini, agli dei. S’ei non ha fede,
ritegni io non avrò. Vuo’ che Clistene,
vuo’ che la Grecia, il mondo
sappia ch’è un traditor, acciò per tutto
questa infamia ‘lo siegua; acciò che ognuno
‘l’aborrisca, l’eviti,
e con orrore, a chi nol sa, l’additi.

AMINTA
Non son questi pensieri
degni d’Argene.
È sempre meglio
il riacquistarlo amante
che opprimerlo nemico.

ARGENE
E credi, Aminta, ch’ei tornerebbe a me?

AMINTA
Lo spero. Al fine
fosti l’idolo suo. Per te languiva,
delirava per te. Non ti sovviene,
che cento volte e cento...

ARGENE
Tutto, per pena mia, tutto rammento.

Per que’ tanti suoi sospiri,
al giurarsi ogn’or costante,
ha perduto il cor amante
la sua cara libertà.
Le promesse ed i martiri,
mi raccordo con mia pena:
da quei nacque la catena
onde avvinta l’alma sta.

Scena Quinta

AMINTA
Fra le folle diverse,
de’ qual ripieno è il mondo,
chi può negar che la folla maggiore
in ciascuno non sia quella d’amore?

Siam navi all’onde algenti
lasciate in abbandono:
impetuosi venti
i nostri affetti sono:
ogni diletto è scoglio:
tutta la vita è mar.
Ben, qual nocchiero, in noi
veglia ragion; ma poi
pur dall’ondoso orgoglio
si lascia trasportar.

(parte)

Scena Sesta

(Luogo magnifico. Clistene, preceduto da Licida: Alcandro, Megacle coronato d’ulivo, guardie e Popolo)

CLISTENE
Giovane valoroso,
che in mezzo a tanta gloria umil ti stai,
quell’onorata fronte
lascia ch’io baci e che ti stringa al seno.
Felice il re di Creta,
che un tal figlio sorti! Se avessi anch’io
serbato il mio Filinto,
chi sa, sarebbe tal.

(ad Alcandro)

Rammenti, Alcandro,
con qual dolor tel consegnai? Ma pure...

ALCANDRO
(a Clistene)
Tempo o no è di rammentar sventure.

CLISTENE
(fra sé)
È ver.

(a Megacle)

Premio Aristea sarà del tuo valor.
S’altro donarti Clistene può,
chiedilo pur, che mai
quanto dar ti vorrei non chiederai.

MEGACLE
(fra sé)
Coraggio, o mia virtù.

(A Clistene)

Signor, son figlio
e di tenero padre. Ogni contento,
che con lui non divido,
è insipido per me. Di mie venture
pria d’ogn’altro io vorrei
giungergli apportator: chieder l’assenso
per queste nozze; e lui presente, in Creta
legarmi ad Aristea.

CLISTENE
Giusta è la brama.

MEGACLE
Partirò, se’l concedi,
senz’altro indugio. In vece mia rimanga
questi, della mia sposa

(presentando Licida)

servo, compagno e condottier.

CLISTENE
(fra sé)
Che volto è quello mai!
Nel rimirarlo il sangue
mi si riscuote in ogni vena!

(A Megacle)

E questi
chi è? Come s’appella?

MEGACLE
Egisto ha nome,
Creta è sua patria. Egli deriva ancora
dalla stirpe real: ma più che ‘l sangue,
l’amicizia ne stringe; e son fra noi
si concordi i voleri,
comuni a segno, e l’allegrezza e’l duolo,
che Licida ed Egisto è un nome solo.

LICIDA
(fra sé)
Ingegnosa amicizia!

CLISTENE
E ben, la cura
di condurti la sposa
Egisto avrà. Ma Licida non debbe
partir senza vederla.

MEGACLE
Ah no, sarebbe
pena maggior. Mi sentirei morire
nell’atto di lasciarla. Ancor da lunge
tanta pena io ne provo...

CLISTENE
Ecco che giunge.

MEGACLE
(fra sé)
O me infelice!

Scena Settima

ARISTEA
(non vedendo Megacle, fra sé)
All’odiosa nozze
come vittima lo vengo all’ara avanti.

LICIDA
(fra sé)
Sarà mio quel volto in pochi istanti.

CLISTENE
Avvicinati, o figlia; ecco il tuo sposo.

(tenendo Megacle per mano)

MEGACLE
(fra sé)
Ah! Non è ver.

ARISTEA
Lo sposo mio!

(stupisce vedendo Megacle)

CLISTENE
Sì. Vedi
se giammai più bel nodo in Ciel si strinse.

ARISTEA
(fra sé)
Ma se Licida vinse,
come il mio bene?... Il genitor m’inganna?

LICIDA
(fra sé)
Crede Megacle sposo
e se ne affanna.

ARISTEA
E questi, o padre, è il vincitor?

(additando Megacle)

CLISTENE
Mel chiedi?
Non lo ravvisi al volto
di polve asperso? All’onorate stille,
che gli rigan la fronte? A quelle foglie,
che son di chi trionfa
l’ornamento primiero?

ARISTEA
Ma che dicesti, Alcandro?

ALCANDRO
Io dissi il vero.

CLISTENE
Non più dubbiezze. Ecco il consorte, a cui
il Ciel t’accoppia: e noi potea più degno
ottener dagli Dei l’amor paterno.

ARISTEA
(fra sé)
Che gioia!

MEGACLE
(fra sé)
Che martir!

LICIDA
(fra sé)
Che giorno eterno!

CLISTENE
(a Megacle ed Aristea)
E voi tacete? Onde il silenzio?

MEGACLE
(fra sé)
Oh Dio! Come comincerò?

ARISTEA
Parlar vorrei, ma...

CLISTENE
Intendo. Intempestiva
è la presenza mia. Severo ciglio,
rigida maestà, paterno impero
incomodi compagni
sono agli amanti. Io mi sovvengo ancora
quanto increbbero a me. Restate. Io lodo
quel modesto rossor, che vi trattiene.

MEGACLE
(fra sé)
Sempre lo stato mio peggior diviene.

CLISTENE
Qual serpe tortuosa
s’avvolge a tronco, e il stringe,
cosi lega, e recinge
amore, i vostri cor.
Ma quanto è dolce cosa
esserne avvinto, e stretto,
non sa che sia diletto
chi non intende amor.

Scena Ottava

MEGACLE
(fra sé)
Fra l’amico e l’amante
che farò sventurato!
Ardir mio core:
finiamo di morir.

(a parte a Licida)

Per pochi istanti allontanati, o prence.

LICIDA
E qual ragione?...

MEGACLE
Va: fidati di me.
Tutto conviene ch’io spieghi ad Aristea.

LICIDA
Ma non poss’io esser presente?

MEGACLE
No: più che non credi delicato è l’impegno.

LICIDA
E ben, tu’l vuoi,
io lo farò. Poco mi scosto: un cenno
basterà perch’io torni. Ah! Pensa, amico,
di che parli, e per chi. Se nulla mai
feci per te, se mi sei grato e m’ami,
mostralo adesso. Alla tua fida alta
la mia pace io commetto e la mia vita.



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