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Scena Nona

MEGACLE
(fra sé)
Oh ricordi crudeli!

ARISTEA
Alfin siam soli:
potrò senza ritegni
il mio contento esagerar; chiamarti
mia speme, mio diletto,
luci degli occhi miei...

MEGACLE
No, principessa,
questi soavi nomi
non so per me. Serbali pure ad altro
più fortunato amante.

ARISTEA
E il tempo è questo di parlami così?

MEGACLE
Tutto l’arcano
ecco ti svelo. Il principe di Creta
langue per te d’amor. Pietà mi chiede,
e la vita mi diede. Ah principessa,
se negarla poss’io, dillo tu stessa.

ARISTEA
E pugnasti...

MEGACLE
Per lui.

ARISTEA
Perder mi vuoi...

MEGACLE
Sì, per serbarmi sempre degno di te.

ARISTEA
Dunque lo dovrò...

MEGACLE
Tu dèi
coronar l’opra mia. Sì, generosa,
adorata Aristea, seconda i moti
d’un grato cor. Sia, qual io fui fin ora,
Licida in avvenire.

ARISTEA
Ah qual passaggio è questo! Io dalle stelle
precipito agli abissi. Eh no: si cerchi
miglior compensa. Ah senza te la vita
per me vita non è.

MEGACLE
Bella Aristea,
non congiurar tu ancora
contro la mia virtù.

ARISTEA
E di lasciarmi...

MEGACLE
Ho risoluto.

ARISTEA
Hai risoluto? E quando?

MEGACLE
Questo

(fra sé)

morir mi sento...

(Ad Aristea)

questo è l’ultimo addio.

ARISTEA
L’ultimo! Ingrato...
Soccorretemi, o numi! Il piè vacilla:
freddo sudor mi bagna il volto; e parmi
che una gelida man m’opprima il core.

(sviene sopra un sasso)

MEGACLE
Misero me, che veggo!

(rivolgendosi indietro)

Ah l’oppresse il dolor!

(tornando)

Cara mia speme,
bella Aristea, non avvilirti; ascolta:
Megacle è qui. Non partirò. Sarai...
Che parlo? Ella non m’ode. Avete, o stelle,
più sventure per me? No, questa sola
mi restava a provar. Chi mi consiglia?
Che risolvo? Che fo? Partir? Sarebbe
crudeltà, tirannia. Restar? Che giova?
Forse ad esserle sposo? E il re ingannato,
e l’amico tradito, e la mia fede,
e l’onor mio lo soffrirebbe? Almeno
partiam più tardi. Ah che sarem di nuovo
a quest’orrido passo! Ora è pietade
l’esser crudele. Addio, mia vita: addio,

(le prende la mano e la bacia)

mia perduta speranza. Il Ciel ti renda
più felice di me. Deh, conservate
questa bell’opra vostra, eterni dei;
e i dì, ch’io perderò, donate a lei.
Licida... Dove è mai? Licida.

(verso la scena)

Scena Decima

LICIDA
Intese tutto Aristea?

MEGACLE
Tutto. T’affretta, o prence;
soccorri la tua sposa.

(in atto di partire)

LICIDA
Ahimè, che miro!
Che fu?

(a Megacle)

MEGACLE
Doglia improvvisa
le oppresse i sensi.

(partendo, come sopra)

LICIDA
E tu mi lasci?

MEGACLE
Io vado...

(tornando indietro)

Deh pensa ad Aristea.

(partendo, fra se)

Che dirà mai quando in sè tornerà?

(si ferma)

Tutte ho presenti tutte le smanie sue.

(A Licida)

Licida, ah senti.

Se cerca, se dice:
"L’amico dov’è?"
"L’amico infelice..."
rispondi... "morì."
Ah no! Sì gran duolo
non darle per me:
rispondi ma solo:
"Piangendo partì".
Che abisso di pene
lasciare il suo bene,
lasciarlo per sempre,
lasciarlo così!

(parte)

Scena Undicesima

LICIDA
Che laberinto è questo! Io non l’intendo,
semiviva Aristea... Megacle afflitto...

ARISTEA
Oh Dio!

LICIDA
Ma già quell’alma
torna agli usati uffici. Apri i bei lumi,
principessa, ben mio...

ARISTEA
(senza vederlo)
Sposo infedele!

LICIDA
Ah! Non dirmi così. Di mia costanza
ecco in pegno la destra.

(la prende per la mano)

ARISTEA
Almeno... Oh stelle!

(s‘avvede non esser Megacle, e ritira la mano)

Megacle ov’è?

LICIDA
Partì.

ARISTEA
Partì l’ingrato?
Ebbe cor di lasciarmi in questo stato?

LICIDA
Il tuo sposo restò.

ARISTEA
(s’alza con impeto)
Dunque è perduta
l’umanità, la fede,
l’amore, la pietà! Se questi iniqui
incenerir non sanno,
numi, i fulmini vostri in ciel che fanno?

LICIDA
Son fuor di me!
Di, chi t’offese, o cara?
Parla. Brami vendetta? Ecco il tuo sposo,
ecco Licida...

ARISTEA
Oh Dei!
Tu quel Licida sei! Fuggi, t’invola,
nasconditi da me. Per tua cagione,
perfido, mi ritrovo a questo passo.

LICIDA
E qual colpa ho commessa? Io son di sasso!

ARISTEA
Tu da me dividi;
barbaro, tu m’uccidi:
tutto il dolor, ch’io sento,
tutto mi vien da te.
No, non sperar mai pace.
Odio quel cor fallace:
oggetto di spavento
sempre sarai per me.

(parte)

Scena Dodicesima

LICIDA
A me "barbaro"! Oh numi!
"Perfido" a me! Voglio seguirla; e voglio
sapere almen che strano enigma è questo.

ARGENE
Fermati, traditor.

LICIDA
(riconosce Argene)
Sogno, o son desto!

ARGENE
Non sogni no: son io,
l’abbandonata Argene. Anima ingrata,
riconosci quel volto,
che fu gran tempo il tuo piacer; se pure
in sorte si funesta
delle antiche sembianze orma vi resta.

LICIDA
(fra sé)
Donde viene; in qual punto
mi sorprende costei! Se più mi fermo,
Aristea non raggiungo.

(Ad Argene)

Io non intendo,
bella ninfa, i tuoi detti. Un’altra volta
potrai meglio spiegarti.

(vuol partire)

ARGENE
(trattenendolo)
Indegno, ascolta.

LICIDA
(fra sé)
Misero me!

ARGENE
Tu non mi intendi? Intendo
ben io la tua perfidia. I nuovi amori,
le frodi tue tutte riseppi; e tutto
saprà da me Clistene
per tua vergogna.

(vuol partire)

LICIDA
(trattenendola)
Ah no! Sentimi, Argene.
Non sdegnarti: perdona,
se tardi ti ravviso. Io mi rammento
gli antichi affetti; e, se tacer saprai,
forse... chi sa.

ARGENE
Si può soffrir di questa
ingiuria più crudel? "Chi sa", mi dici?
In vero io son la rea. Picciole prove
di tua bontà non sono
le vie che m’offri a meritar perdono.

LICIDA
Ascolta. Io volli dir...

(vuol prenderla per mano)

ARGENE
(lo rigetta)
Lasciami ingrato: non ti voglio ascoltar.

LICIDA
(fra sé)
Son disperato.

Scena Tredicesima

LICIDA
In angustia più fiera
io non mi vidi mai. Tutto è in ruina,
se parla Argene. È forza
raggiungerla, placarla... E chi trattiene
la principessa intanto? Il solo amico
potria... Ma dove andò? Si cerchi. Almeno
e consiglio e conforto
Megacle mi darà.

(vuol partire)

AMINTA
Megacle è morto.

LICIDA
Che dici, Aminta!

AMINTA
Io dico pur troppo il ver.

LICIDA
Come! Perchè! Qual empio
sì bei giorni troncò? Trovisi: io voglio
ch’esempio di vendetta altrui ne resti.

AMINTA
Principe, noi cercar: tu l’uccidesti.

LICIDA
Io! Deliri?

AMINTA
Volesse
il Ciel ch’io delirassi. Odimi. In traccia
mentre or te venia, fra quelle piante
un gemito improvviso
sento: mi fermo: al suon mi volgo; e miro
uom, che sul nudo acciaro
prono già s’abbandona. Accorro. Al petto
fo d’una man sostegno;
con l’altra il ferro svio. Ma, quando al volto
Megacle ravvisai,
pensa com’ei restò, com’io restai!
Dopo un breve stupore: "Ah qual follia
bramar ti fa la morte!"
io volea dirgli. Ei mi prevenne: "Aminta,
ho vissuto abbastanza."
sospirando mi disse
dal profondo del cor. "Senza Aristea
non so viver, né voglio. Ah! Son due lustri
che non vivo che in lei. Licida, oh Dio!
m’uccide, e non lo sa; ma non m’offende:
suo dono è questa vita, ei la riprende."

LICIDA
Oh amico! E poi?

AMINTA
Fugge da me, ciò detto,
come partico stral. Vedi quel sasso,
signor, colà, che il sottoposto Alfeo
signoreggia ed adombra? Egli v’ascende
in men che non balena. Il mezzo al fiume
si scaglia: io grido in van. L’onda percossa
balzò, s’aperse, in frettolosi giri
si riunì, l’ascose. Il colpo, i gridi
replicaron le sponde; e più non vidi.

LICIDA
Ah qual orrida scena
or si scuopre al mio sguardo!

(rimane stupito)

AMINTA
Almen la spoglia,
che albergò si bell’alma,
vadasi a ricercar.
Da’ mesti amici
questi a lui son dovuti ultimi uffici.

(parte)

Scena Quattordicesima

LICIDA
Dove son! Che m’avvenne!
Ah dunque il cielo tutte sopra il mio capo
rovesciò l’ire sue! Megacle, oh Dio!
Megacle, dove sei? Che fo nel mondo
senza di te? Rendetemi l’amico,
ingiustissimi Dei.

ALCANDRO
Olà!

(Licida non l’ode)

LICIDA
Del guado estremo...

ALCANDRO
Olà!

LICIDA
Chi sei tu,
che audace interrompi le smanie mie?

ALCANDRO
Regio ministro io sono.

LICIDA
Che vuole il re?

ALCANDRO
Che in vergognoso esiglio
quindi lungi tu vada. Il sol candente
se in Elide ti lascia,
sei reo di morte.

LICIDA
A me tal cenno?

ALCANDRO
Impara a mentir nome, a violar la fede,
a deludere il re.

LICIDA
Come! Ed ardisci, temerario...

ALCANDRO
Non più.
Principe, è questo
mio dover; l’ho adempito: adempi il resto.

(parte)

Scena Quindicesima

LICIDA
(snuda la spada)
Con questo ferro indegno, il sen ti passerò...
Folle, che dico?
che fo? Con chi mi sdegno? Il reo son io,
io son lo scellerato. In queste vene
con più ragion l’immergerò. Sì, mori,
Licida sventurato... Ah perchè tremi,
timida man? Chi ti ritiene? Ah questa
è ben miseria estrema.
Ah chi mai vide
anima lacerata
da tanti affetti e sì contrari? Io stesso
non so come si possa
minacciando tremare, arder gelando,
piangere in mezzo all’ire
bramar la morte, e non saper morire.

Gemo in un punto e fremo:
fosco mi sembra il giomo:
ho cento larve intorno;
ho mille furie in sen.
Con la sanguigna face
m’arde Megera il petto;
m’empie ogni vena Aletto
del freddo suo velen.

(parte)
Scena Nona

MEGACLE
(fra sé)
Oh ricordi crudeli!

ARISTEA
Alfin siam soli:
potrò senza ritegni
il mio contento esagerar; chiamarti
mia speme, mio diletto,
luci degli occhi miei...

MEGACLE
No, principessa,
questi soavi nomi
non so per me. Serbali pure ad altro
più fortunato amante.

ARISTEA
E il tempo è questo di parlami così?

MEGACLE
Tutto l’arcano
ecco ti svelo. Il principe di Creta
langue per te d’amor. Pietà mi chiede,
e la vita mi diede. Ah principessa,
se negarla poss’io, dillo tu stessa.

ARISTEA
E pugnasti...

MEGACLE
Per lui.

ARISTEA
Perder mi vuoi...

MEGACLE
Sì, per serbarmi sempre degno di te.

ARISTEA
Dunque lo dovrò...

MEGACLE
Tu dèi
coronar l’opra mia. Sì, generosa,
adorata Aristea, seconda i moti
d’un grato cor. Sia, qual io fui fin ora,
Licida in avvenire.

ARISTEA
Ah qual passaggio è questo! Io dalle stelle
precipito agli abissi. Eh no: si cerchi
miglior compensa. Ah senza te la vita
per me vita non è.

MEGACLE
Bella Aristea,
non congiurar tu ancora
contro la mia virtù.

ARISTEA
E di lasciarmi...

MEGACLE
Ho risoluto.

ARISTEA
Hai risoluto? E quando?

MEGACLE
Questo

(fra sé)

morir mi sento...

(Ad Aristea)

questo è l’ultimo addio.

ARISTEA
L’ultimo! Ingrato...
Soccorretemi, o numi! Il piè vacilla:
freddo sudor mi bagna il volto; e parmi
che una gelida man m’opprima il core.

(sviene sopra un sasso)

MEGACLE
Misero me, che veggo!

(rivolgendosi indietro)

Ah l’oppresse il dolor!

(tornando)

Cara mia speme,
bella Aristea, non avvilirti; ascolta:
Megacle è qui. Non partirò. Sarai...
Che parlo? Ella non m’ode. Avete, o stelle,
più sventure per me? No, questa sola
mi restava a provar. Chi mi consiglia?
Che risolvo? Che fo? Partir? Sarebbe
crudeltà, tirannia. Restar? Che giova?
Forse ad esserle sposo? E il re ingannato,
e l’amico tradito, e la mia fede,
e l’onor mio lo soffrirebbe? Almeno
partiam più tardi. Ah che sarem di nuovo
a quest’orrido passo! Ora è pietade
l’esser crudele. Addio, mia vita: addio,

(le prende la mano e la bacia)

mia perduta speranza. Il Ciel ti renda
più felice di me. Deh, conservate
questa bell’opra vostra, eterni dei;
e i dì, ch’io perderò, donate a lei.
Licida... Dove è mai? Licida.

(verso la scena)

Scena Decima

LICIDA
Intese tutto Aristea?

MEGACLE
Tutto. T’affretta, o prence;
soccorri la tua sposa.

(in atto di partire)

LICIDA
Ahimè, che miro!
Che fu?

(a Megacle)

MEGACLE
Doglia improvvisa
le oppresse i sensi.

(partendo, come sopra)

LICIDA
E tu mi lasci?

MEGACLE
Io vado...

(tornando indietro)

Deh pensa ad Aristea.

(partendo, fra se)

Che dirà mai quando in sè tornerà?

(si ferma)

Tutte ho presenti tutte le smanie sue.

(A Licida)

Licida, ah senti.

Se cerca, se dice:
"L’amico dov’è?"
"L’amico infelice..."
rispondi... "morì."
Ah no! Sì gran duolo
non darle per me:
rispondi ma solo:
"Piangendo partì".
Che abisso di pene
lasciare il suo bene,
lasciarlo per sempre,
lasciarlo così!

(parte)

Scena Undicesima

LICIDA
Che laberinto è questo! Io non l’intendo,
semiviva Aristea... Megacle afflitto...

ARISTEA
Oh Dio!

LICIDA
Ma già quell’alma
torna agli usati uffici. Apri i bei lumi,
principessa, ben mio...

ARISTEA
(senza vederlo)
Sposo infedele!

LICIDA
Ah! Non dirmi così. Di mia costanza
ecco in pegno la destra.

(la prende per la mano)

ARISTEA
Almeno... Oh stelle!

(s‘avvede non esser Megacle, e ritira la mano)

Megacle ov’è?

LICIDA
Partì.

ARISTEA
Partì l’ingrato?
Ebbe cor di lasciarmi in questo stato?

LICIDA
Il tuo sposo restò.

ARISTEA
(s’alza con impeto)
Dunque è perduta
l’umanità, la fede,
l’amore, la pietà! Se questi iniqui
incenerir non sanno,
numi, i fulmini vostri in ciel che fanno?

LICIDA
Son fuor di me!
Di, chi t’offese, o cara?
Parla. Brami vendetta? Ecco il tuo sposo,
ecco Licida...

ARISTEA
Oh Dei!
Tu quel Licida sei! Fuggi, t’invola,
nasconditi da me. Per tua cagione,
perfido, mi ritrovo a questo passo.

LICIDA
E qual colpa ho commessa? Io son di sasso!

ARISTEA
Tu da me dividi;
barbaro, tu m’uccidi:
tutto il dolor, ch’io sento,
tutto mi vien da te.
No, non sperar mai pace.
Odio quel cor fallace:
oggetto di spavento
sempre sarai per me.

(parte)

Scena Dodicesima

LICIDA
A me "barbaro"! Oh numi!
"Perfido" a me! Voglio seguirla; e voglio
sapere almen che strano enigma è questo.

ARGENE
Fermati, traditor.

LICIDA
(riconosce Argene)
Sogno, o son desto!

ARGENE
Non sogni no: son io,
l’abbandonata Argene. Anima ingrata,
riconosci quel volto,
che fu gran tempo il tuo piacer; se pure
in sorte si funesta
delle antiche sembianze orma vi resta.

LICIDA
(fra sé)
Donde viene; in qual punto
mi sorprende costei! Se più mi fermo,
Aristea non raggiungo.

(Ad Argene)

Io non intendo,
bella ninfa, i tuoi detti. Un’altra volta
potrai meglio spiegarti.

(vuol partire)

ARGENE
(trattenendolo)
Indegno, ascolta.

LICIDA
(fra sé)
Misero me!

ARGENE
Tu non mi intendi? Intendo
ben io la tua perfidia. I nuovi amori,
le frodi tue tutte riseppi; e tutto
saprà da me Clistene
per tua vergogna.

(vuol partire)

LICIDA
(trattenendola)
Ah no! Sentimi, Argene.
Non sdegnarti: perdona,
se tardi ti ravviso. Io mi rammento
gli antichi affetti; e, se tacer saprai,
forse... chi sa.

ARGENE
Si può soffrir di questa
ingiuria più crudel? "Chi sa", mi dici?
In vero io son la rea. Picciole prove
di tua bontà non sono
le vie che m’offri a meritar perdono.

LICIDA
Ascolta. Io volli dir...

(vuol prenderla per mano)

ARGENE
(lo rigetta)
Lasciami ingrato: non ti voglio ascoltar.

LICIDA
(fra sé)
Son disperato.

Scena Tredicesima

LICIDA
In angustia più fiera
io non mi vidi mai. Tutto è in ruina,
se parla Argene. È forza
raggiungerla, placarla... E chi trattiene
la principessa intanto? Il solo amico
potria... Ma dove andò? Si cerchi. Almeno
e consiglio e conforto
Megacle mi darà.

(vuol partire)

AMINTA
Megacle è morto.

LICIDA
Che dici, Aminta!

AMINTA
Io dico pur troppo il ver.

LICIDA
Come! Perchè! Qual empio
sì bei giorni troncò? Trovisi: io voglio
ch’esempio di vendetta altrui ne resti.

AMINTA
Principe, noi cercar: tu l’uccidesti.

LICIDA
Io! Deliri?

AMINTA
Volesse
il Ciel ch’io delirassi. Odimi. In traccia
mentre or te venia, fra quelle piante
un gemito improvviso
sento: mi fermo: al suon mi volgo; e miro
uom, che sul nudo acciaro
prono già s’abbandona. Accorro. Al petto
fo d’una man sostegno;
con l’altra il ferro svio. Ma, quando al volto
Megacle ravvisai,
pensa com’ei restò, com’io restai!
Dopo un breve stupore: "Ah qual follia
bramar ti fa la morte!"
io volea dirgli. Ei mi prevenne: "Aminta,
ho vissuto abbastanza."
sospirando mi disse
dal profondo del cor. "Senza Aristea
non so viver, né voglio. Ah! Son due lustri
che non vivo che in lei. Licida, oh Dio!
m’uccide, e non lo sa; ma non m’offende:
suo dono è questa vita, ei la riprende."

LICIDA
Oh amico! E poi?

AMINTA
Fugge da me, ciò detto,
come partico stral. Vedi quel sasso,
signor, colà, che il sottoposto Alfeo
signoreggia ed adombra? Egli v’ascende
in men che non balena. Il mezzo al fiume
si scaglia: io grido in van. L’onda percossa
balzò, s’aperse, in frettolosi giri
si riunì, l’ascose. Il colpo, i gridi
replicaron le sponde; e più non vidi.

LICIDA
Ah qual orrida scena
or si scuopre al mio sguardo!

(rimane stupito)

AMINTA
Almen la spoglia,
che albergò si bell’alma,
vadasi a ricercar.
Da’ mesti amici
questi a lui son dovuti ultimi uffici.

(parte)

Scena Quattordicesima

LICIDA
Dove son! Che m’avvenne!
Ah dunque il cielo tutte sopra il mio capo
rovesciò l’ire sue! Megacle, oh Dio!
Megacle, dove sei? Che fo nel mondo
senza di te? Rendetemi l’amico,
ingiustissimi Dei.

ALCANDRO
Olà!

(Licida non l’ode)

LICIDA
Del guado estremo...

ALCANDRO
Olà!

LICIDA
Chi sei tu,
che audace interrompi le smanie mie?

ALCANDRO
Regio ministro io sono.

LICIDA
Che vuole il re?

ALCANDRO
Che in vergognoso esiglio
quindi lungi tu vada. Il sol candente
se in Elide ti lascia,
sei reo di morte.

LICIDA
A me tal cenno?

ALCANDRO
Impara a mentir nome, a violar la fede,
a deludere il re.

LICIDA
Come! Ed ardisci, temerario...

ALCANDRO
Non più.
Principe, è questo
mio dover; l’ho adempito: adempi il resto.

(parte)

Scena Quindicesima

LICIDA
(snuda la spada)
Con questo ferro indegno, il sen ti passerò...
Folle, che dico?
che fo? Con chi mi sdegno? Il reo son io,
io son lo scellerato. In queste vene
con più ragion l’immergerò. Sì, mori,
Licida sventurato... Ah perchè tremi,
timida man? Chi ti ritiene? Ah questa
è ben miseria estrema.
Ah chi mai vide
anima lacerata
da tanti affetti e sì contrari? Io stesso
non so come si possa
minacciando tremare, arder gelando,
piangere in mezzo all’ire
bramar la morte, e non saper morire.

Gemo in un punto e fremo:
fosco mi sembra il giomo:
ho cento larve intorno;
ho mille furie in sen.
Con la sanguigna face
m’arde Megera il petto;
m’empie ogni vena Aletto
del freddo suo velen.

(parte)



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