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Scena Sesta

(Aspetto esteriore del gran tempio di Giove Olimpico, dal quale si scende per lunga e magnifica scala divisa in diversi piani. Piazza innanzi al medesimo con ara ardente nel mezzo. Bosco all'intorno de' sacri ulivi silvestri, donde formavansi le corone per gli atleti vincitori. Clistene, che scende dal tempio, preceduto da un numeroso popolo, da' suoi custodi, da Licida in bianca veste coronato di fiori, da Alcandro e dal Coro de' sacerdoti, de' quali alcuni portano sopra i bacili d'oro gli stromenti del sacrificio)

CLISTENE
Giovane sventurato, ecco vicino
de' tuoi miseri dì l'ultimo istante.
Tanta pietade (e mi punisca Giove
se adombro il ver) tanta pietà mi fai,
che non oso mirarti. Il Ciel volesse
che potess'io dissimular l'errore:
Pur se nulla ti resta
a desiar, fur che la vita, esponi
il tuo libero desire. Esserne io giuro
fedele esecutor. Quanto ti piace,
figlio, prescrivi e chiudi i lumi in pace.

LICIDA
Padre (che ben di padre, non di giudice e re, que' detti sono),
l'unico de' miei voti
è il riveder l'amico
pria di spirar. Già ch'ei rimase in vita,
l'ultima grazia imploro
d'abbracciarlo una volta, e lieto io moro.

CLISTENE
T'appagherò. Custodi,

(alle guardie)

Megacle a me.

ALCANDRO
Signor, tu piangi! E quale
eccessiva pietà l'alma t'ingombra?

CLISTENE
Alcandro, lo confesso,
stupisco di me stesso. Il volto, il ciglio,
la voce di costui nel cor mi desta
un palpito improvviso,
che lo risente in ogni fibra il sangue.
Fra tutti i miei pensieri
la cagion ne ricerco, e non la trovo.
Che sarà, giusti dei, questo ch'io provo?

Non so donde viene
quel tenero affetto,
quel moto, che ignoto
mi nasce nel petto;
quel gel, che le vene
scorrendo mi va.
Nel seno a destarmi
sì fieri contrasti
non parmi che basti
la sola pietà.

Scena Settima

(Megacle entra)

LICIDA
O delle gioie mie, de' miei martiri,
finché piacque al destin, dolce compagno,
separarci convien. Poiché siam giunti
agli ultimi momenti,
quella destra fedel porgimi, e senti.
Sia preghiera, o comando,
vivi; io bramo così. Pietoso amico
chiudimi tu di propria mano i lumi.
Ricordati di me. Ritorna in Creta
al padre mio... Povero padre! A questo
preparato non sei colpo crudele.
Deh tu l'istoria amara
raddolcisci narrando. Il vecchio afflitto
reggi, assisti, consola; lo raccomando a te.
Se piange, il pianto tu gli asciuga sul ciglio;
e in te, se un figlio vuol, rendigli un figlio.

MEGACLE
Taci. Mi fai morir.

ALCANDRO
Signor, trascorre l'ora permessa al sacrificio.

CLISTENE
È vero.
Olà, sacri ministri,
la vittima prendete. E voi, custodi,
dall'amico infelice
dividete colui.

(son divisi da' sacerdoti e da' custodi)

MEGACLE
Barbari! Ah voi
avete nel mio sen svelto il cor mio!

LICIDA
Ah dolce amico!

MEGACLE
Ah caro prence!

LICIDA, MEGACLE
(guardandosi da lontano)
Addio.

CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi,
ah! deponi, gran nume de' re.

(Nel tempo che si canta il coro, Licida va ad inginocchiarsi a' piè dell'ara oppressa al sacerdote. Il re prende la sacra scure, che gli vien presentata sopra un bacile da una de' ministri del tempio; e, nel porgerla al sacerdote canta i seguenti si, accompagnati da grave sinfonia)

CLISTENE
O degli uomini padre, e degli Dei,
onnipotente Giove,
al cui cenno si muove
il mar, la terra, il ciel; di cui ripieno
è l'universo, e dalla man di cui
prende d'ogni cagione e d'ogni evento
la connessa catena;
questa che a te si svena,
sacra vittima accogli. Essa i funesti
che ti splendono in man, folgori arresti.

(nel porgere la scure al sacerdote viene interrotto da Argene)

Scena Ottava

ARGENE
Fermati, o re. Fermate,
sacri ministri.

CLISTENE
Oh insano ardir! Non sai,
ninfa, qual opra turbi?

ARGENE
Anzi più grata
vengo a renderla a Giove. Una io vi reco
vittima volontaria ed innocente,
che ha valor, che ha desio
di morir per quel reo.

CLISTENE
Qual'è?

ARGENE
Son io.

MEGACLE
(fra sé)
Oh bella fede!

LICIDA
(fra sé)
Oh mio rossor!

CLISTENE
Dovresti
saper che al debil sesso
pel più forte morir non è permesso.

ARGENE
Ma il morir non si vieta
per lo sposo ad una sposa.
Ei me ne diede
in pegno la sua destra e la sua fede.

CLISTENE
Licori, io, che t'ascolto,
son più folle di te. D'un regio erede
una vil pastorella
dunque...

ARGENE
Né vil son io,
né son Licori. Argene ho nome: in Creta
chiara è del sangue mio la gloria antica:
e, se giurommi fé, Licida il dica.

CLISTENE
Licida, parla.

LICIDA
(fra sé)
È l'esser menzognero questa volta pietà.

(a Clistene)

No, non è vero.

ARGENE
Come! E negar lo puoi? Volgiti, ingrato;
riconosci tuoi doni,
se me non vuoi. L'aurea catena è questa,
che nell'ora funesta
di giurarmi tua sposa
ebbi da te. Ti risovvenga almeno
che di tua man ne adornasti il seno.

LICIDA
(fra sé)
Pur troppo è ver.

ARGENE
Guardalo, o re.

CLISTENE
(alle guardie che vogliono allontanarla a forza)
Dinanzi mi si tolga costei.

ARGENE
Popoli, amici,
sacri ministri,
principessa, ah! vieni;
soccorrimi: non vuole
udirmi il padre tuo.

Scena Nona

ARISTEA
Credimi, o padre,
è degna di pietà.

CLISTENE
Dunque volete ch'io mi riduca a delirar con voi?

(ad Argene)

Parla. Ma siano brevi i detti tuoi.

ARGENE
Parlino queste gemme,

(porge il monile a Clistene)

io tacerò. Van di tai fregi adorne
in Elide le ninfe?

CLISTENE
(lo guarda e si turba)
Ahimè, che miro!
Alcandro, riconosci questa catena?

ALCANDRO
Se la conosco?
E' quella che al collo avea,
quando l'esposi all'onde,
il tuo figlio bambin.

CLISTENE
Licida,
- oh Dio! tremo da capo a piè -
Licida, sorgi,
guarda: è ver che costei l'ebbe in dono da te?

LICIDA
Però non debbe
morir per me. Fu la promessa occulta,
non ebbe effetto; e col solenne rito
l'imeneo non si strinse.

CLISTENE
Io chiedo solo se'l dono è tuo.

LICIDA
Sì.

CLISTENE
Da qual man ti venne?

LICIDA
A me donollo Aminta.

CLISTENE
E questo Aminta, chi è?

LICIDA
Meco venne; meco in Elide è giunto.

CLISTENE
Questo Aminta si cerchi.

ARGENE
Eccolo appunto.

Scena Decima

AMINTA
Ah Licida...

(vuol abbracciarlo)

CLISTENE
T'accheta.
Rispondi e non mentir. Questo monile
donde avesti?

AMINTA
Signor, da mano ignota,
già scorse il quinto lustro,
ch'io ebbi in don.

CLISTENE
Dov'eri allor?

AMINTA
Là, dove
in mar presso a Corinto
sbocca il torbido Asopo.

ALCANDRO
(guardando attentamente Aminta. Fra sé)
Ah! ch'io rivengo delle note sembianze
qualche traccia in quel volto, Io non m'inganno:
certo egli è desso.

(inginocchiandosi)

Ah! d'un antico errore,
mio re, son reo. Deh mel perdona: io tutto
fedelmente dirò.

CLISTENE
Sorgi, favella.

ALCANDRO
Al mar, come imponesti,
non esposi il bambin: pietà mi vinse.
Costui straniero, ignoto
mi venne innanzi, e gliel donai, sperando
che in rimote contrade
tratto l'avrebbe.

CLISTENE
E quel fanciullo, Aminta,
dov'è? Che ne facesti?

AMINTA
Io...
- Quale arcano ho da scoprir! -

CLISTENE
Tu impallidisci! Parla,
empio; di, che ne fu? Tacendo aggiungi
all'antico delitto error novello.

AMINTA
L'hai presente, o signor:
Licida è quello.

CLISTENE
Come! non è di Creta
Licida il prence?

AMINTA
Il vero prence in fasce
fini la vita. Io, ritornato appunto
con lui bambino in Creta, al re dolente
l'offersi in dono: ei dell'estinto in vece
al trono l'educò per mio consiglio.

CLISTENE
Oh numi! ecco Filinto, ecco mio figlio.

(abbracciandolo)

ARISTEA
Stelle!

LICIDA
Io tuo figlio?

CLISTENE
Sì. Tu mi nascesti
gemello ad Aristea. Delfo m'impose
d'esporti al mar bambino, un parricida
minacciandomi in te.

LICIDA
Comprendo adesso
l'orror che mi gelò quando la mano
sollevai per ferirti.

CLISTENE
Adesso intendo
l'eccessiva pietà, che nel mirarti
mi sentivo nel cor.

AMINTA
Felice padre!

ALCANDRO
Oggi molti in un punto puoi render lieti.

CLISTENE
E lo desio. D'Argene
Filinto il figlio mio,
Megacle d'Aristea vorrei consorte;
ma Filinto, il mio figlio, è reo di morte.

MEGACLE
Non è più reo, quando è tuo figlio.

CLISTENE
È forse
la libertà de' falli
permessa al sangue mio?
Olà, ministri,
risvegliate su l'ara il sacro fuoco.
Va, figlio, e mori. Anch'io morro tra poco.

AMINTA
Che giustizia inumana!

ALCANDRO
Che barbara virtù!

MEGACLE
Signor, t'arresta.
Tu non puoi condannarlo. In Sicione
sei re, non in Olimpia. È scorso il giorno,
a cui tu presiedesti. Il reo dipende
dal pubblico giudizio.

CLISTENE
E ben s'ascolti
dunque il pubblico voto. A prò del reo
non prego, non comando e non consiglio.

SACERDOTI, POPOLO
Viva il figlio delinquente,
perché in lui non sia punito
l'innocente genitor.
Né funesti il di presente,
né disturbi il sacro rito
un'idea di tanto orror
Scena Sesta

(Aspetto esteriore del gran tempio di Giove Olimpico, dal quale si scende per lunga e magnifica scala divisa in diversi piani. Piazza innanzi al medesimo con ara ardente nel mezzo. Bosco all'intorno de' sacri ulivi silvestri, donde formavansi le corone per gli atleti vincitori. Clistene, che scende dal tempio, preceduto da un numeroso popolo, da' suoi custodi, da Licida in bianca veste coronato di fiori, da Alcandro e dal Coro de' sacerdoti, de' quali alcuni portano sopra i bacili d'oro gli stromenti del sacrificio)

CLISTENE
Giovane sventurato, ecco vicino
de' tuoi miseri dì l'ultimo istante.
Tanta pietade (e mi punisca Giove
se adombro il ver) tanta pietà mi fai,
che non oso mirarti. Il Ciel volesse
che potess'io dissimular l'errore:
Pur se nulla ti resta
a desiar, fur che la vita, esponi
il tuo libero desire. Esserne io giuro
fedele esecutor. Quanto ti piace,
figlio, prescrivi e chiudi i lumi in pace.

LICIDA
Padre (che ben di padre, non di giudice e re, que' detti sono),
l'unico de' miei voti
è il riveder l'amico
pria di spirar. Già ch'ei rimase in vita,
l'ultima grazia imploro
d'abbracciarlo una volta, e lieto io moro.

CLISTENE
T'appagherò. Custodi,

(alle guardie)

Megacle a me.

ALCANDRO
Signor, tu piangi! E quale
eccessiva pietà l'alma t'ingombra?

CLISTENE
Alcandro, lo confesso,
stupisco di me stesso. Il volto, il ciglio,
la voce di costui nel cor mi desta
un palpito improvviso,
che lo risente in ogni fibra il sangue.
Fra tutti i miei pensieri
la cagion ne ricerco, e non la trovo.
Che sarà, giusti dei, questo ch'io provo?

Non so donde viene
quel tenero affetto,
quel moto, che ignoto
mi nasce nel petto;
quel gel, che le vene
scorrendo mi va.
Nel seno a destarmi
sì fieri contrasti
non parmi che basti
la sola pietà.

Scena Settima

(Megacle entra)

LICIDA
O delle gioie mie, de' miei martiri,
finché piacque al destin, dolce compagno,
separarci convien. Poiché siam giunti
agli ultimi momenti,
quella destra fedel porgimi, e senti.
Sia preghiera, o comando,
vivi; io bramo così. Pietoso amico
chiudimi tu di propria mano i lumi.
Ricordati di me. Ritorna in Creta
al padre mio... Povero padre! A questo
preparato non sei colpo crudele.
Deh tu l'istoria amara
raddolcisci narrando. Il vecchio afflitto
reggi, assisti, consola; lo raccomando a te.
Se piange, il pianto tu gli asciuga sul ciglio;
e in te, se un figlio vuol, rendigli un figlio.

MEGACLE
Taci. Mi fai morir.

ALCANDRO
Signor, trascorre l'ora permessa al sacrificio.

CLISTENE
È vero.
Olà, sacri ministri,
la vittima prendete. E voi, custodi,
dall'amico infelice
dividete colui.

(son divisi da' sacerdoti e da' custodi)

MEGACLE
Barbari! Ah voi
avete nel mio sen svelto il cor mio!

LICIDA
Ah dolce amico!

MEGACLE
Ah caro prence!

LICIDA, MEGACLE
(guardandosi da lontano)
Addio.

CORO
I tuoi strali terror de' mortali
ah! sospendi, gran padre de' numi,
ah! deponi, gran nume de' re.

(Nel tempo che si canta il coro, Licida va ad inginocchiarsi a' piè dell'ara oppressa al sacerdote. Il re prende la sacra scure, che gli vien presentata sopra un bacile da una de' ministri del tempio; e, nel porgerla al sacerdote canta i seguenti si, accompagnati da grave sinfonia)

CLISTENE
O degli uomini padre, e degli Dei,
onnipotente Giove,
al cui cenno si muove
il mar, la terra, il ciel; di cui ripieno
è l'universo, e dalla man di cui
prende d'ogni cagione e d'ogni evento
la connessa catena;
questa che a te si svena,
sacra vittima accogli. Essa i funesti
che ti splendono in man, folgori arresti.

(nel porgere la scure al sacerdote viene interrotto da Argene)

Scena Ottava

ARGENE
Fermati, o re. Fermate,
sacri ministri.

CLISTENE
Oh insano ardir! Non sai,
ninfa, qual opra turbi?

ARGENE
Anzi più grata
vengo a renderla a Giove. Una io vi reco
vittima volontaria ed innocente,
che ha valor, che ha desio
di morir per quel reo.

CLISTENE
Qual'è?

ARGENE
Son io.

MEGACLE
(fra sé)
Oh bella fede!

LICIDA
(fra sé)
Oh mio rossor!

CLISTENE
Dovresti
saper che al debil sesso
pel più forte morir non è permesso.

ARGENE
Ma il morir non si vieta
per lo sposo ad una sposa.
Ei me ne diede
in pegno la sua destra e la sua fede.

CLISTENE
Licori, io, che t'ascolto,
son più folle di te. D'un regio erede
una vil pastorella
dunque...

ARGENE
Né vil son io,
né son Licori. Argene ho nome: in Creta
chiara è del sangue mio la gloria antica:
e, se giurommi fé, Licida il dica.

CLISTENE
Licida, parla.

LICIDA
(fra sé)
È l'esser menzognero questa volta pietà.

(a Clistene)

No, non è vero.

ARGENE
Come! E negar lo puoi? Volgiti, ingrato;
riconosci tuoi doni,
se me non vuoi. L'aurea catena è questa,
che nell'ora funesta
di giurarmi tua sposa
ebbi da te. Ti risovvenga almeno
che di tua man ne adornasti il seno.

LICIDA
(fra sé)
Pur troppo è ver.

ARGENE
Guardalo, o re.

CLISTENE
(alle guardie che vogliono allontanarla a forza)
Dinanzi mi si tolga costei.

ARGENE
Popoli, amici,
sacri ministri,
principessa, ah! vieni;
soccorrimi: non vuole
udirmi il padre tuo.

Scena Nona

ARISTEA
Credimi, o padre,
è degna di pietà.

CLISTENE
Dunque volete ch'io mi riduca a delirar con voi?

(ad Argene)

Parla. Ma siano brevi i detti tuoi.

ARGENE
Parlino queste gemme,

(porge il monile a Clistene)

io tacerò. Van di tai fregi adorne
in Elide le ninfe?

CLISTENE
(lo guarda e si turba)
Ahimè, che miro!
Alcandro, riconosci questa catena?

ALCANDRO
Se la conosco?
E' quella che al collo avea,
quando l'esposi all'onde,
il tuo figlio bambin.

CLISTENE
Licida,
- oh Dio! tremo da capo a piè -
Licida, sorgi,
guarda: è ver che costei l'ebbe in dono da te?

LICIDA
Però non debbe
morir per me. Fu la promessa occulta,
non ebbe effetto; e col solenne rito
l'imeneo non si strinse.

CLISTENE
Io chiedo solo se'l dono è tuo.

LICIDA
Sì.

CLISTENE
Da qual man ti venne?

LICIDA
A me donollo Aminta.

CLISTENE
E questo Aminta, chi è?

LICIDA
Meco venne; meco in Elide è giunto.

CLISTENE
Questo Aminta si cerchi.

ARGENE
Eccolo appunto.

Scena Decima

AMINTA
Ah Licida...

(vuol abbracciarlo)

CLISTENE
T'accheta.
Rispondi e non mentir. Questo monile
donde avesti?

AMINTA
Signor, da mano ignota,
già scorse il quinto lustro,
ch'io ebbi in don.

CLISTENE
Dov'eri allor?

AMINTA
Là, dove
in mar presso a Corinto
sbocca il torbido Asopo.

ALCANDRO
(guardando attentamente Aminta. Fra sé)
Ah! ch'io rivengo delle note sembianze
qualche traccia in quel volto, Io non m'inganno:
certo egli è desso.

(inginocchiandosi)

Ah! d'un antico errore,
mio re, son reo. Deh mel perdona: io tutto
fedelmente dirò.

CLISTENE
Sorgi, favella.

ALCANDRO
Al mar, come imponesti,
non esposi il bambin: pietà mi vinse.
Costui straniero, ignoto
mi venne innanzi, e gliel donai, sperando
che in rimote contrade
tratto l'avrebbe.

CLISTENE
E quel fanciullo, Aminta,
dov'è? Che ne facesti?

AMINTA
Io...
- Quale arcano ho da scoprir! -

CLISTENE
Tu impallidisci! Parla,
empio; di, che ne fu? Tacendo aggiungi
all'antico delitto error novello.

AMINTA
L'hai presente, o signor:
Licida è quello.

CLISTENE
Come! non è di Creta
Licida il prence?

AMINTA
Il vero prence in fasce
fini la vita. Io, ritornato appunto
con lui bambino in Creta, al re dolente
l'offersi in dono: ei dell'estinto in vece
al trono l'educò per mio consiglio.

CLISTENE
Oh numi! ecco Filinto, ecco mio figlio.

(abbracciandolo)

ARISTEA
Stelle!

LICIDA
Io tuo figlio?

CLISTENE
Sì. Tu mi nascesti
gemello ad Aristea. Delfo m'impose
d'esporti al mar bambino, un parricida
minacciandomi in te.

LICIDA
Comprendo adesso
l'orror che mi gelò quando la mano
sollevai per ferirti.

CLISTENE
Adesso intendo
l'eccessiva pietà, che nel mirarti
mi sentivo nel cor.

AMINTA
Felice padre!

ALCANDRO
Oggi molti in un punto puoi render lieti.

CLISTENE
E lo desio. D'Argene
Filinto il figlio mio,
Megacle d'Aristea vorrei consorte;
ma Filinto, il mio figlio, è reo di morte.

MEGACLE
Non è più reo, quando è tuo figlio.

CLISTENE
È forse
la libertà de' falli
permessa al sangue mio?
Olà, ministri,
risvegliate su l'ara il sacro fuoco.
Va, figlio, e mori. Anch'io morro tra poco.

AMINTA
Che giustizia inumana!

ALCANDRO
Che barbara virtù!

MEGACLE
Signor, t'arresta.
Tu non puoi condannarlo. In Sicione
sei re, non in Olimpia. È scorso il giorno,
a cui tu presiedesti. Il reo dipende
dal pubblico giudizio.

CLISTENE
E ben s'ascolti
dunque il pubblico voto. A prò del reo
non prego, non comando e non consiglio.

SACERDOTI, POPOLO
Viva il figlio delinquente,
perché in lui non sia punito
l'innocente genitor.
Né funesti il di presente,
né disturbi il sacro rito
un'idea di tanto orror



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