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Sinfonia avanti il Opera

PROLOGO


L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana.
Tutto mi turba,
un soffio sol m'abbatte,
il tempo, che mi crea,
quel mi combatte.

IL TEMPO
Salvo è niente
dal mio dente.
Ei rode,
ei gode.
Non fuggite, o mortali,
ché, se ben zoppo, ho l'ali.

L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana,
senza periglio
in va ricerco loco,
ché frale vita
è di Fortuna un gioco.

LA FORTUNA
Mia vita son voglie,
le gioie, le doglie.
Son cieca, son sorda
non vedo, non odo.
Ricchezze, grandezze
dispenso a mio modo.

L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana.
Al Tiranno d'Amor
serva sen giace
la mia fiorita età,
verde e fugace.

AMORE
Dio de' Dèi feritor,
mi dice il mondo Amor.
Cieco saettator, alato, ignudo,
contro il mio stral non val difesa o scudo.

L'UMANA FRAGILITÀ
Misera, son ben io,
fattura umana,
creder a ciechi e zoppi
è cosa vana.

IL TEMPO
Per me fragile

LA FORTUNA
Per me misero

AMORE
Per me torbido

TUTTI
Quest'uom sarà.

IL TEMPO
Il Tempo ch'affretta

LA FORTUNA
Fortuna ch'alletta

AMORE
Amor che saetta

TUTTI
Pietate non ha.
Fragile, misero, torbido
quest'uom sarà.


ATTO I


Scena Prima

(Reggia)

PENELOPE
Di misera Regina
non terminati mai dolenti affanni!
L'aspettato non giunge,
e pur fuggono gli anni.
La serie del penare è lunga, ahi troppo.
A chi vive in angoscie il tempo è zoppo.
Fallacissima speme,
speranze non più verdi ma canute,
all'invecchiato male
non promettete più pace o salute.
Scorsero quattro lustri
dal memorabil giorno,
in cui con sue rapine,
il superbo Troiano
chiamò l'alta sua patria alle ruine.
A ragion arse Troia,
poiché l'Amore impuro
ch'è un delitto di foco,
si purga con le fiamme.
Ma ben contro ragione
per l'altrui fallo
condannata innocente,
dell'altrui colpe io sono
l'afflitta penitente.
Ulisse accorto, e saggio,
tu, che punir gli adulteri ti vanti,
aguzzi l'armi
e susciti le fiamme
per vendicar gli errori
d'una profuga greca;
e intanto lasci
la tua casta consorte
fra i nemici rivali,
in dubbio dell'onore,
in forse a morte.
Ogni partenza attende
desiato ritorno,
tu sol del tuo tornar
perdesti il giorno.

ERICLEA
Infelice Ericlea, nutrice sconsolata,
compiangi il duol de la regina amata.

PENELOPE
Non è dunque per me varia la sorte?
Cangiò forse fortuna
La volubile ruota in stabil seggio?
E la sua pronta vela,
ch'ogn'uman caso porta
fra l'incostanza a volo,
sol per me non raccoglie un fiato solo?
Cangia per altri pur l'aspetto il Cielo,
le Stelle erranti e fisse.
Torna, deh, torna Ulisse!
Deh, torna Ulisse!
Penelope t'aspetta.
L'innocente sospira,
piange l'offesa,
e contro il tenace offensor
né pur s'adira.
All'anima affannata
porto le sue discolpe
acciò non resti
di crudeltà macchiato,
ma, fabbro de' miei danni
incolpo il fato.
Così, per tua difesa,
Col Destino, col Cielo,
Fomento guerra, e stabilisco risse.
Torna, deh, torna Ulisse!

ERICLEA
Partir senza ritorno
non può Stella influir,
non è partir, ahi, che non è partir.

PENELOPE
Torna il tranquillo al mare,
torna il Zeffiro al prato,
l'Aurora mentre al sol fa dolce invito
è un ritorno del dì ch'è pria partito.
Tornan le brine in terra,
tornano al centro i sassi,
e, con lubrici passi
torna all'oceano il rivo.
L'uomo qua giù, ch'è vivo
lunge da' suoi princìpi,
porta un'alma celeste
e un corpo frale.
Tosto more il mortale,
e torna l'Alma in Cielo,
e torna il corpo in polve
dopo breve soggiorno.
Tu sol del tuo tornar
perdesti il giorno.
Torna, ché mentre porti empie dimore
al mio fiero dolore
veggio del morir mio l'ore prefisse.
Torna, deh, torna Ulisse!

Scena Seconda

MELANTO
Duri e penosi
son gli amorosi
fieri desir;
ma alfin son cari,
se prima amari,
gli aspri martir;
Ché s'arde un cor,
è d'allegrezza un foco,
né mai perde in amor
chi compie il gioco.

EURIMACO
Bella Melanto mia,
graziosa Melanto
il tuo canto è un incanto,
il tuo volto è magia.
Bella Melanto mia,
è tutto laccio in te ciò ch'altri ammaga;
ciò che laccio non è, fa tutto piaga.

MELANTO
Vezzoso garruletto,
oh, come ben tu sai
ingemmar le bellezze,
illustrar a tuo pro
d'un volto i rai.
Lieto vezzeggia pur
le glorie mie
con tue dolci bugie.

EURIMACO
Bugia sarebbe, s'io
lodando non t'amassi,
ché il negar d'adorar
confessata deità
è bugia d'empietà.

MELANTO, EURIMACO
De' nostri amor concordi
sia pur la fiamma accesa
ché, amato, il non amar arreca offesa,
né con ragion s'offende
colui che per offese amor ti rende.

MELANTO
Come il desio m'invoglia,
Eurimaco mia vita,
Senza fren, senza morso
dar nel tuo sen alle mie gioie il corso!

EURIMACO
Oh, come volentieri
cangerei questa Reggia in un deserto
ove occhio curioso
a veder non giungesse i nostri errori!

MELANTO, EURIMACO
Ché ad un focoso petto
il rispetto è dispetto.

EURIMACO
Se Penelope la bella
non si piega alle voglie
de' rivali amatori,
mal sicuri saranno
i nostri occulti amori.
Tu dunque t'affatica,
suscita in lei la fiamma!

MELANTO
Ritenterò quell'alma
pertinace, ostinata,
ritoccherò quel core
ch'indiamanta l'onore.

EURIMACO
Va, va, Melanto, e t'adopra
che d'ammollir parlando
femminil contumacia
non è piccola l'opra.

MELANTO
Dolce mia vita, mia vita sei!

EURIMACO
Lieto mio bene, mio ben sarai!

MELANTO, EURIMACO
Nodo si bel non di disciolga mai!

Scena Terza

(Una riva in Itaca)

NEREIDI
Fermino i sibili,
sibili e fremiti,
il venti e il mar!

SIRENE
Aura tranquillati,
bell'onda calmati!
L'addormentato, deh, non svegliar.

NEREIDI
Tacete, Sirene,
se tace l'irato.

SIRENE
Nereidi, tacete,
se tace Nettuno.

NEREIDI
Tacete, venti,
silenzio mar.

SIRENE
Ulisse dorme,
non lo destar.

Scena Quarta

(Passano i Feaci in Mare, e sbarcano Ulisse dormiente, e lo pongono appresso l'antro de Naiadi col suo bagaglio. E questa scena è muta, accompagnata con Sinfonia. Poi entra la Nave)

Scena Quinta

NETTUNO
(sorge dal mare)
Superbo è l'uom, ed è del suo peccato
Cagion, benché lontana, il Ciel cortese,
Facile, ahi, troppo in perdonar l'offese.
Fa guerra col destin, pugna con fato,
tutt'osa, tutt'ardisce,
l'umana libertade,
indomita si rende,
e l'arbitrio dell'uom
col Ciel contende.
Ma se Giove benigno
i trascorsi dell'uom troppo perdona,
tenga egli a voglia sua nella gran destra
il fulmine ozioso,
tengalo invendicato.
Ma non soffra Nettuno
col proprio disonor
l'uman peccato.

GIOVE
(in Cielo)
Gran Dio de' salsi flutti,
che mormori e vaneggi
contro l'alta bontà del Dio sovrano?
Mi stabili per Giove
la mente mie pietosa
più ch'armata la mano.
Questo fulmine atterra,
la pietà persuade,
fa adorar la pietade,
ma non adora più chi cade a terra.
Ma qual giusto desio d'aspra vendetta
furioso ti move
ad accusar l'alta bontà di Giove?

NETTUNO
Hanno i Feaci arditi
contro l'alto voler del mio decreto,
han Ulisse condotto
in Itaca sua patria, onde rimane
dall'uman ardimento,
dell'offesa deitade
ingannato l'intento.
Vergogna e non pietade
comanda il perdonar fatti si rei.
Così di nome solo
son divini gli dèi?

GIOVE
Non fien discare al Ciel le tue vendette,
ché comune ragion ci tien'uniti;
puoi da te stesso castigar gl'arditi.

NETTUNO
Or già che non dissente
il tuo divin volere,
darò castigo
al temerario orgoglio.
La nave loro andante
farò immobile scoglio.

GIOVE
Facciasi il tuo comando,
veggansi l'alte prove,
abbian l'onde il suo Giove.
E chi andando
Peccò, pera restando.

Scena Sesta

(Feaci in nave)

FEACI
In questo basso mondo
l'uomo può quanto vuol.
Tutto fa,
ch'il Ciel del nostro oprar
pensier non ha.

NETTUNO
(cangia la nave in un scoglio)
Ricche d'un nuovo scoglio
sien quest'onde fugaci.
Imparino i Feaci in questo giorno
che l'umano viaggio,
quand'ha contrario il Ciel,
non ha ritorno.

Scena Settima

ULISSE
(si risveglia)
Dormo ancora, o son desto?
Che contrade rimiro,
e che terren calpesto?
Dormo ancora, o son desto?
Chi fece in me, chi fece
il sempre dolce e lusinghevol sonno
ministro de' tormenti?
Chi cangiò il mio riposo in ria sventura?
Qual deità de' dormienti ha cura?
O sonno, o mortal sonno,
fratello della morte altri ti chiama!
Solingo, e trasportato
deluso ed ingannato,
ti conosco ben io padre d'errori!
Pur, degli errori miei son io la colpa,
ché se l'ombra è del sonno
sorella o pur compagna,
chi si confida all'ombra,
perduto alfin,
contro ragion si lagna.
O dèi sempre sdegnati,
numi non mai placati,
contro Ulisse, che dorme, anco severi,
vostri divini imperi
contro l'uman voler sien fermi e forti,
ma non tolgano, ahimè, la pace ai morti.
Feaci ingannatori!
Voi pur mi prometteste
di ricondurmi salvo
in Itaca mia patria
con le ricchezze mie, co' miei tesori.
Feaci mancatori,
or non s come,
ingrati, mi lasciaste
in questa riva aperta,
su spiaggia erma e deserta,
misero abbandonato.
e vi porta fastosi
e per l'aure e per l'onde
così enorme peccato!
Se puniti non son sì gravi errori,
lascia Giove, deh, lascia
de' fulmini la cura,
Ché la legge del caso è più sicura.
Sia delle vostre vele,
falsissimi Feaci,
sempre Borea nemico,
e se qual piuma al vento
o scogli in mare,
le vostre infide navi
leggere agli aquiloni,
all'aure gravi!

Scena Ottava

(Minerva in abito da pastorello)

MINERVA
Cara e lieta gioventù,
che disprezza empio desir,
non dà a lei noia o martir
ciò che viene, e ciò che fu.
Cara e lieta gioventù.

ULISSE
(fra sé)
Sempre l'uman bisogno il Ciel soccorre.
Quel giovinetto tenero negl'anni,
mal pratico d'inganni,
forse ch'il mio pensier farà contento,
ché non ha frode in seno
chi non ha pelo al mento.

MINERVA
Giovinezza è un bel tesor
che fa ricco in gioia un sen.
Per lei zoppo il tempo vien,
per lei vola alato Amor.
Giovinezza è un bel tesor.

ULISSE
Vezzoso pastorello,
deh, sovvieni un perduto
di consiglio e d'aiuto,
e dimmi pria di questa spiaggia
e questo porto il nome.

MINERVA
Itaca è questa in sen di questo mare,
porto famoso e spiaggia
felice, avventurata.
Faccia gioconda e grata
a sì bel nome fai.
Ma tu come venisti e dove vai?

ULISSE
Io greco sono ed or di Creta io vengo
per fuggir del castigo
d'omicidio eseguito.
M'accolsero i Feaci
e m'han promesso
in Elide condurmi.
Ma dal cruccioso mar, dal vento infido
fummo a forza cacciati in questo lido.
Poi sbarcato al riposo
per veder quieto il mar,
secondi i venti,
colà m'addormentai sì dolcemente,
ch'io non udii né vidi
de' Feaci crudeli
la furtiva partenza,
ond'io rimasi
con le mie spoglie
in su l'arena ignuda
isconosciuto e solo.
E il sonno che partì
lasciommi il duolo.

MINERVA
Ben lungamente addormentato fosti,
ch'ancor ombre racconti e sogni narri.
È ben accorto Ulisse,
ma più saggia è Minerva.
Tu dunque, Ulisse, i miei precetti osserva.

ULISSE
Chi crederebbe mai
la deità vestite in uman velo!
Si fanno queste mascherate in Cielo?
Grazie ti rendo, o protettrice dea!
Ben so che per tuo amore
furon senza periglio i miei pensieri.
Or consigliato seguo i tuoi saggi consigli.

MINERVA
Incognito sarai,
non conosciuto andrai
sinché tu vegga
dei Proci tuoi rivali
la sfacciata baldanza.
Di Penelope casta
l'immutabil costanza.

ULISSE
Oh fortunato Ulisse!

MINERVA
Or t'adacqua la fronte
nella vicina fonte,
che anderai sconosciuto
in sembiante canuto.

ULISSE
Ad obbedirti vado,
indi ritorno.

MINERVA
Io vidi per vendetta,
incenerirsi Troia,
ora mi resta
Ulisse ricondur in patria, in regno.
D'un'oltraggiata dea
questo è lo sdegno.
Quinci imparate, voi, stolti mortali,
al litigio divin non poner bocca!
Il giudizio del Ciel a voi non tocca,
ché son di terra i vostri tribunali.

ULISSE
Eccomi, saggia dea.
Questi peli che guardi
sono di mia vecchiaia
testimoni bugiardi.

MINERVA
Or poniamo in sicuro
queste tue spoglie amate
entro quel antro oscuro
delle Naiadi,
ninfe al Ciel sacrate.

MINERVA, ULISSE
Ninfe serbate
le gemme e gli ori,
spoglie e tesori
tutto serbate,
ninfe sacrate!

Scena Nona

NAIADI
(mentre l'altre portano nell'Antro il bagaglio)
Bella diva, eccoci pronte
al tuo cenno, al tuo voler,
e quest'antro, e quella fonte
spruzza e s'apre a tuo voler.
Itaca lieta si mostri, sì,
al bel ristoro d'Ulisse un dì!

MINERVA
(ad Ulises)
Tu d'Aretusa al fonte in tanto vanne,
ove il pastor Eumete,
tuo fido antico servo,
custodisce la gregge;
ivi m'attendi
in sin che pria di Sparta
io ti conduca
Telemaco tuo figlio;
poi d'eseguir t'appresta
il mio consiglio.

ULISSE
O fortunato Ulisse!
Fuggi dal tuo dolor
l'antico error,
lascia il pianto,
dolce canto
dal tuo cor lieto disserra.
Non si disperi più
mortale in terra.
O fortunato Ulisse!
Cara vicenda
si può soffrir,
or diletto, or martir,
or pace, or guerra,
non si disperi più
mortale in terra.
Sinfonia avanti il Opera

PROLOGO


L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana.
Tutto mi turba,
un soffio sol m'abbatte,
il tempo, che mi crea,
quel mi combatte.

IL TEMPO
Salvo è niente
dal mio dente.
Ei rode,
ei gode.
Non fuggite, o mortali,
ché, se ben zoppo, ho l'ali.

L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana,
senza periglio
in va ricerco loco,
ché frale vita
è di Fortuna un gioco.

LA FORTUNA
Mia vita son voglie,
le gioie, le doglie.
Son cieca, son sorda
non vedo, non odo.
Ricchezze, grandezze
dispenso a mio modo.

L'UMANA FRAGILITÀ
Mortal cosa son io,
fattura umana.
Al Tiranno d'Amor
serva sen giace
la mia fiorita età,
verde e fugace.

AMORE
Dio de' Dèi feritor,
mi dice il mondo Amor.
Cieco saettator, alato, ignudo,
contro il mio stral non val difesa o scudo.

L'UMANA FRAGILITÀ
Misera, son ben io,
fattura umana,
creder a ciechi e zoppi
è cosa vana.

IL TEMPO
Per me fragile

LA FORTUNA
Per me misero

AMORE
Per me torbido

TUTTI
Quest'uom sarà.

IL TEMPO
Il Tempo ch'affretta

LA FORTUNA
Fortuna ch'alletta

AMORE
Amor che saetta

TUTTI
Pietate non ha.
Fragile, misero, torbido
quest'uom sarà.


ATTO I


Scena Prima

(Reggia)

PENELOPE
Di misera Regina
non terminati mai dolenti affanni!
L'aspettato non giunge,
e pur fuggono gli anni.
La serie del penare è lunga, ahi troppo.
A chi vive in angoscie il tempo è zoppo.
Fallacissima speme,
speranze non più verdi ma canute,
all'invecchiato male
non promettete più pace o salute.
Scorsero quattro lustri
dal memorabil giorno,
in cui con sue rapine,
il superbo Troiano
chiamò l'alta sua patria alle ruine.
A ragion arse Troia,
poiché l'Amore impuro
ch'è un delitto di foco,
si purga con le fiamme.
Ma ben contro ragione
per l'altrui fallo
condannata innocente,
dell'altrui colpe io sono
l'afflitta penitente.
Ulisse accorto, e saggio,
tu, che punir gli adulteri ti vanti,
aguzzi l'armi
e susciti le fiamme
per vendicar gli errori
d'una profuga greca;
e intanto lasci
la tua casta consorte
fra i nemici rivali,
in dubbio dell'onore,
in forse a morte.
Ogni partenza attende
desiato ritorno,
tu sol del tuo tornar
perdesti il giorno.

ERICLEA
Infelice Ericlea, nutrice sconsolata,
compiangi il duol de la regina amata.

PENELOPE
Non è dunque per me varia la sorte?
Cangiò forse fortuna
La volubile ruota in stabil seggio?
E la sua pronta vela,
ch'ogn'uman caso porta
fra l'incostanza a volo,
sol per me non raccoglie un fiato solo?
Cangia per altri pur l'aspetto il Cielo,
le Stelle erranti e fisse.
Torna, deh, torna Ulisse!
Deh, torna Ulisse!
Penelope t'aspetta.
L'innocente sospira,
piange l'offesa,
e contro il tenace offensor
né pur s'adira.
All'anima affannata
porto le sue discolpe
acciò non resti
di crudeltà macchiato,
ma, fabbro de' miei danni
incolpo il fato.
Così, per tua difesa,
Col Destino, col Cielo,
Fomento guerra, e stabilisco risse.
Torna, deh, torna Ulisse!

ERICLEA
Partir senza ritorno
non può Stella influir,
non è partir, ahi, che non è partir.

PENELOPE
Torna il tranquillo al mare,
torna il Zeffiro al prato,
l'Aurora mentre al sol fa dolce invito
è un ritorno del dì ch'è pria partito.
Tornan le brine in terra,
tornano al centro i sassi,
e, con lubrici passi
torna all'oceano il rivo.
L'uomo qua giù, ch'è vivo
lunge da' suoi princìpi,
porta un'alma celeste
e un corpo frale.
Tosto more il mortale,
e torna l'Alma in Cielo,
e torna il corpo in polve
dopo breve soggiorno.
Tu sol del tuo tornar
perdesti il giorno.
Torna, ché mentre porti empie dimore
al mio fiero dolore
veggio del morir mio l'ore prefisse.
Torna, deh, torna Ulisse!

Scena Seconda

MELANTO
Duri e penosi
son gli amorosi
fieri desir;
ma alfin son cari,
se prima amari,
gli aspri martir;
Ché s'arde un cor,
è d'allegrezza un foco,
né mai perde in amor
chi compie il gioco.

EURIMACO
Bella Melanto mia,
graziosa Melanto
il tuo canto è un incanto,
il tuo volto è magia.
Bella Melanto mia,
è tutto laccio in te ciò ch'altri ammaga;
ciò che laccio non è, fa tutto piaga.

MELANTO
Vezzoso garruletto,
oh, come ben tu sai
ingemmar le bellezze,
illustrar a tuo pro
d'un volto i rai.
Lieto vezzeggia pur
le glorie mie
con tue dolci bugie.

EURIMACO
Bugia sarebbe, s'io
lodando non t'amassi,
ché il negar d'adorar
confessata deità
è bugia d'empietà.

MELANTO, EURIMACO
De' nostri amor concordi
sia pur la fiamma accesa
ché, amato, il non amar arreca offesa,
né con ragion s'offende
colui che per offese amor ti rende.

MELANTO
Come il desio m'invoglia,
Eurimaco mia vita,
Senza fren, senza morso
dar nel tuo sen alle mie gioie il corso!

EURIMACO
Oh, come volentieri
cangerei questa Reggia in un deserto
ove occhio curioso
a veder non giungesse i nostri errori!

MELANTO, EURIMACO
Ché ad un focoso petto
il rispetto è dispetto.

EURIMACO
Se Penelope la bella
non si piega alle voglie
de' rivali amatori,
mal sicuri saranno
i nostri occulti amori.
Tu dunque t'affatica,
suscita in lei la fiamma!

MELANTO
Ritenterò quell'alma
pertinace, ostinata,
ritoccherò quel core
ch'indiamanta l'onore.

EURIMACO
Va, va, Melanto, e t'adopra
che d'ammollir parlando
femminil contumacia
non è piccola l'opra.

MELANTO
Dolce mia vita, mia vita sei!

EURIMACO
Lieto mio bene, mio ben sarai!

MELANTO, EURIMACO
Nodo si bel non di disciolga mai!

Scena Terza

(Una riva in Itaca)

NEREIDI
Fermino i sibili,
sibili e fremiti,
il venti e il mar!

SIRENE
Aura tranquillati,
bell'onda calmati!
L'addormentato, deh, non svegliar.

NEREIDI
Tacete, Sirene,
se tace l'irato.

SIRENE
Nereidi, tacete,
se tace Nettuno.

NEREIDI
Tacete, venti,
silenzio mar.

SIRENE
Ulisse dorme,
non lo destar.

Scena Quarta

(Passano i Feaci in Mare, e sbarcano Ulisse dormiente, e lo pongono appresso l'antro de Naiadi col suo bagaglio. E questa scena è muta, accompagnata con Sinfonia. Poi entra la Nave)

Scena Quinta

NETTUNO
(sorge dal mare)
Superbo è l'uom, ed è del suo peccato
Cagion, benché lontana, il Ciel cortese,
Facile, ahi, troppo in perdonar l'offese.
Fa guerra col destin, pugna con fato,
tutt'osa, tutt'ardisce,
l'umana libertade,
indomita si rende,
e l'arbitrio dell'uom
col Ciel contende.
Ma se Giove benigno
i trascorsi dell'uom troppo perdona,
tenga egli a voglia sua nella gran destra
il fulmine ozioso,
tengalo invendicato.
Ma non soffra Nettuno
col proprio disonor
l'uman peccato.

GIOVE
(in Cielo)
Gran Dio de' salsi flutti,
che mormori e vaneggi
contro l'alta bontà del Dio sovrano?
Mi stabili per Giove
la mente mie pietosa
più ch'armata la mano.
Questo fulmine atterra,
la pietà persuade,
fa adorar la pietade,
ma non adora più chi cade a terra.
Ma qual giusto desio d'aspra vendetta
furioso ti move
ad accusar l'alta bontà di Giove?

NETTUNO
Hanno i Feaci arditi
contro l'alto voler del mio decreto,
han Ulisse condotto
in Itaca sua patria, onde rimane
dall'uman ardimento,
dell'offesa deitade
ingannato l'intento.
Vergogna e non pietade
comanda il perdonar fatti si rei.
Così di nome solo
son divini gli dèi?

GIOVE
Non fien discare al Ciel le tue vendette,
ché comune ragion ci tien'uniti;
puoi da te stesso castigar gl'arditi.

NETTUNO
Or già che non dissente
il tuo divin volere,
darò castigo
al temerario orgoglio.
La nave loro andante
farò immobile scoglio.

GIOVE
Facciasi il tuo comando,
veggansi l'alte prove,
abbian l'onde il suo Giove.
E chi andando
Peccò, pera restando.

Scena Sesta

(Feaci in nave)

FEACI
In questo basso mondo
l'uomo può quanto vuol.
Tutto fa,
ch'il Ciel del nostro oprar
pensier non ha.

NETTUNO
(cangia la nave in un scoglio)
Ricche d'un nuovo scoglio
sien quest'onde fugaci.
Imparino i Feaci in questo giorno
che l'umano viaggio,
quand'ha contrario il Ciel,
non ha ritorno.

Scena Settima

ULISSE
(si risveglia)
Dormo ancora, o son desto?
Che contrade rimiro,
e che terren calpesto?
Dormo ancora, o son desto?
Chi fece in me, chi fece
il sempre dolce e lusinghevol sonno
ministro de' tormenti?
Chi cangiò il mio riposo in ria sventura?
Qual deità de' dormienti ha cura?
O sonno, o mortal sonno,
fratello della morte altri ti chiama!
Solingo, e trasportato
deluso ed ingannato,
ti conosco ben io padre d'errori!
Pur, degli errori miei son io la colpa,
ché se l'ombra è del sonno
sorella o pur compagna,
chi si confida all'ombra,
perduto alfin,
contro ragion si lagna.
O dèi sempre sdegnati,
numi non mai placati,
contro Ulisse, che dorme, anco severi,
vostri divini imperi
contro l'uman voler sien fermi e forti,
ma non tolgano, ahimè, la pace ai morti.
Feaci ingannatori!
Voi pur mi prometteste
di ricondurmi salvo
in Itaca mia patria
con le ricchezze mie, co' miei tesori.
Feaci mancatori,
or non s come,
ingrati, mi lasciaste
in questa riva aperta,
su spiaggia erma e deserta,
misero abbandonato.
e vi porta fastosi
e per l'aure e per l'onde
così enorme peccato!
Se puniti non son sì gravi errori,
lascia Giove, deh, lascia
de' fulmini la cura,
Ché la legge del caso è più sicura.
Sia delle vostre vele,
falsissimi Feaci,
sempre Borea nemico,
e se qual piuma al vento
o scogli in mare,
le vostre infide navi
leggere agli aquiloni,
all'aure gravi!

Scena Ottava

(Minerva in abito da pastorello)

MINERVA
Cara e lieta gioventù,
che disprezza empio desir,
non dà a lei noia o martir
ciò che viene, e ciò che fu.
Cara e lieta gioventù.

ULISSE
(fra sé)
Sempre l'uman bisogno il Ciel soccorre.
Quel giovinetto tenero negl'anni,
mal pratico d'inganni,
forse ch'il mio pensier farà contento,
ché non ha frode in seno
chi non ha pelo al mento.

MINERVA
Giovinezza è un bel tesor
che fa ricco in gioia un sen.
Per lei zoppo il tempo vien,
per lei vola alato Amor.
Giovinezza è un bel tesor.

ULISSE
Vezzoso pastorello,
deh, sovvieni un perduto
di consiglio e d'aiuto,
e dimmi pria di questa spiaggia
e questo porto il nome.

MINERVA
Itaca è questa in sen di questo mare,
porto famoso e spiaggia
felice, avventurata.
Faccia gioconda e grata
a sì bel nome fai.
Ma tu come venisti e dove vai?

ULISSE
Io greco sono ed or di Creta io vengo
per fuggir del castigo
d'omicidio eseguito.
M'accolsero i Feaci
e m'han promesso
in Elide condurmi.
Ma dal cruccioso mar, dal vento infido
fummo a forza cacciati in questo lido.
Poi sbarcato al riposo
per veder quieto il mar,
secondi i venti,
colà m'addormentai sì dolcemente,
ch'io non udii né vidi
de' Feaci crudeli
la furtiva partenza,
ond'io rimasi
con le mie spoglie
in su l'arena ignuda
isconosciuto e solo.
E il sonno che partì
lasciommi il duolo.

MINERVA
Ben lungamente addormentato fosti,
ch'ancor ombre racconti e sogni narri.
È ben accorto Ulisse,
ma più saggia è Minerva.
Tu dunque, Ulisse, i miei precetti osserva.

ULISSE
Chi crederebbe mai
la deità vestite in uman velo!
Si fanno queste mascherate in Cielo?
Grazie ti rendo, o protettrice dea!
Ben so che per tuo amore
furon senza periglio i miei pensieri.
Or consigliato seguo i tuoi saggi consigli.

MINERVA
Incognito sarai,
non conosciuto andrai
sinché tu vegga
dei Proci tuoi rivali
la sfacciata baldanza.
Di Penelope casta
l'immutabil costanza.

ULISSE
Oh fortunato Ulisse!

MINERVA
Or t'adacqua la fronte
nella vicina fonte,
che anderai sconosciuto
in sembiante canuto.

ULISSE
Ad obbedirti vado,
indi ritorno.

MINERVA
Io vidi per vendetta,
incenerirsi Troia,
ora mi resta
Ulisse ricondur in patria, in regno.
D'un'oltraggiata dea
questo è lo sdegno.
Quinci imparate, voi, stolti mortali,
al litigio divin non poner bocca!
Il giudizio del Ciel a voi non tocca,
ché son di terra i vostri tribunali.

ULISSE
Eccomi, saggia dea.
Questi peli che guardi
sono di mia vecchiaia
testimoni bugiardi.

MINERVA
Or poniamo in sicuro
queste tue spoglie amate
entro quel antro oscuro
delle Naiadi,
ninfe al Ciel sacrate.

MINERVA, ULISSE
Ninfe serbate
le gemme e gli ori,
spoglie e tesori
tutto serbate,
ninfe sacrate!

Scena Nona

NAIADI
(mentre l'altre portano nell'Antro il bagaglio)
Bella diva, eccoci pronte
al tuo cenno, al tuo voler,
e quest'antro, e quella fonte
spruzza e s'apre a tuo voler.
Itaca lieta si mostri, sì,
al bel ristoro d'Ulisse un dì!

MINERVA
(ad Ulises)
Tu d'Aretusa al fonte in tanto vanne,
ove il pastor Eumete,
tuo fido antico servo,
custodisce la gregge;
ivi m'attendi
in sin che pria di Sparta
io ti conduca
Telemaco tuo figlio;
poi d'eseguir t'appresta
il mio consiglio.

ULISSE
O fortunato Ulisse!
Fuggi dal tuo dolor
l'antico error,
lascia il pianto,
dolce canto
dal tuo cor lieto disserra.
Non si disperi più
mortale in terra.
O fortunato Ulisse!
Cara vicenda
si può soffrir,
or diletto, or martir,
or pace, or guerra,
non si disperi più
mortale in terra.



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