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ATTO SECONDO
Galleria dalla quale vedonsi i giardini.

SCENA PRIMA
Alfonso e Don Gasparo.

ALFONSO
Giardini d'Alcazar, de' mauri regi
care delizie, oh, quanto
alla vostr'ombra riandar m'è grato
i dolci sogni dell'amore,
onde s'inebria il cor.

GASPARO
Del vinto il tetto
è premio al vincitor, per te la fede
trionfa, e Ismael fugge e paventa.

ALFONSO
Sì, di Marocco i regi
e di Granata insiem, vider la luna
a Tariffa crollar.

GASPARO
Fu la tua gloria,
signor.

ALFONSO
Fu mia? Non mai.
Fu Fernando, fu quel garzon valente,
che un giorno sol fe' noto,
che rannodò l'armata
salvando il suo signor. Ogg'io l'attendo
a Siviglia e innanzi a tutti
il suo valore d'onorar desio.

GASPARO
Della tua sposa or giunse
sdegnoso il genitor.

ALFONSO
con impazienza
Alcun gli fea
già chiaro il mio pensiero.

Don Gasparo a cui don Alfonso fa cenno di uscire, s'inchina con rispetto e parte.

SCENA SECONDA
Alfonso solo.

ALFONSO
seguendo con lo sguardo Don Gasparo
Ma de' malvagi invan sul capo mio
sventure impreca invida rabbia, invano
contro il mio amor congiurano; di tutti
l'inique trame io scerno.
Per te, mia vita, affronterei l'averno.

Vien, Leonora, a' piedi tuoi
serto e soglio il cor ti pone.
Ah! se amare il re tu puoi,
mai del don si pentirà,
lo splendor delle corone
cede innanzi alla beltà.

De' nemici tuoi lo sdegno
disfidar saprò per te;
se a te cessi e l'alma e il regno,
io per gli altri ancor son re.

De' miei dì compagna io voglio
farti, o bella, innanzi al ciel,
al mio fianco unita in soglio,
al mio fianco nell'avel.
movendo incontro a Don Gasparo, che ritorna, e col quale s'intrattiene
Per la festa previen tutta mia corte.

SCENA TERZA
Leonora discorrendo a voce bassa con Ines, Alfonso e Don Gasparo.

LEONORA
Ebben, così si narra!

INES
Ei prode vincitor.

LEONORA
Egli è Fernando!
A lui la gloria!...
O cielo! a me l'infamia! .
fa cenno ad Ines di ritirarsi e il re s'avvicina a Leonora

ALFONSO
Ah, Leonora, il guardo
perché mesta inclinar?

LEONORA
Lieta tu credi
sia la tua donna teco!... il cor non vedi!
Quando le soglie paterne varcai
debol fanciulla, delusa nel cor,
giunta qui teco, divider sperai
il talamo, offerto di sposa all'amor.

ALFONSO
sommessamente
Taci.

LEONORA
Sì, Alfonso, me traviata, avvilita
m'hai tolto il padre, I'onore, la fé,
tacita e sola, da tutti schernita
tra l'ombre ascosa, la bella è del re.

ALFONSO
In questo suol a lusingar tua cura
regna il piacer, la via sparsa è di fior.
Se intorno a te più bella appar natura,
ahi, donde avvien che tanto è il tuo dolor?

LEONORA
In questo suol s'ammanta la sventura
di gemme, d'oro, e di leggiadri fior,
ma vede il cielo la mortal mia cura;
se ride il labbro, disperato è il cor.

ALFONSO
Ma di tue doglie la cagion primiera?

LEONORA
Ah! taci... indarno tu la chiedi a me,
soffri che lungi da tua corte io pera.

ALFONSO
A ogni uomo è noto l'amor mio per te.
Alfin vedrai, se questo cor t'adora.

LEONORA
È vil Leonora, troppo grande è il re.

ALFONSO
(Ah! l'alto amor che nutro in petto
in lei diviene sterile affetto,
non v'ha destin del suo miglior,
pur grave, oh Dio! le pesa in cor.)

LEONORA
(Ah! l'alto amor che nutro in petto
in me divien soave affetto
ma splende invan, come fulgor,
di tomba, oh Dio, nel muto orror.)

Entrano in questo momento dame, cavalieri, paggi, soldati.

ALFONSO
Poni tregua al martir, siedi regina
della festa che amore a te destina.


SCENA QUARTA
Don Gasparo e detti.

GASPARO
Ah! Sire!

ALFONSO
Che mai fu?

GASPARO
sommessamente
Tua fede intera
al suddito fedele ognor negasti:
ebben, lei che colmasti
di fortuna e di gloria, il suo sovrano
nel segreto tradìa.

ALFONSO
Menti.

GASPARO
Uno schiavo
questo foglio recato avea per essa
ad Ines...
Alfonso legge
il labbro mio non mente.

ALFONSO
allontanando d'un gesto Don Gasparo
No, possibil non è.
volgendosi poi a Leonora
Chi scriverti osa,
e parlarti d'amor?

LEONORA
riconoscendo il carattere
Ah! l'uom che adoro!

ALFONSO
Oh, tradimento! il nome?

LEONORA
Ah! pria la morte
che appagar tal desío.

ALFONSO
Forse i tormenti l'otterranno.

LEONORA
Oh! sire!


SCENA QUINTA
I suddetti. Baldassarre penetra improvvisamente nella galleria seguito da monaci che recano una pergamena. Al suo apparire si manifesta in tutti una grande agitazione.

ALFONSO
Qual tumulto! chi ardisce
inoltrar?

BALDASSARRE
Io son quello, io son che vengo
le tue colpe a impedir.

ALFONSO
Veglio! che parli!

BALDASSARRE
Re di Castiglia, Alfonso, io qui reclamo
in faccia al ciel giustizia.
Ove al dover t'opponi, in questa terra
rivi di sangue scorreran fra poco.

ALFONSO
Rispetto io deggio
della mia sposa al genitor, ma oblio
te mai non prenda che il tuo re son'io.

BALDASSARRE
Tu per la scaltra ed abietta
che del tuo amor s'ammanta, a vil ripudio
dannar vuoi la mia prole?

ALFONSO
Io sì, lo voglio.

TUTTI
Oh cielo!

ALFONSO
È sacro il mio voler; la fronte
ornar della corona
d'altra donna mi piace, e sia qualunque
questa regal mia cura,
giudice all'opre, il re son'io.

BALDASSARRE
Sventura!

Paventa del furor
d'un Dio vendicator.
Su' rei terribil scende
e scudo egli è al tapin:
tu le procelle orrende
affronti, sconsigliato;
ma già l'estremo fato
minaccia il tuo destin.

LEONORE
Io fremo dal terror,
e sovra il mesto cor
l'ira terribil scende
del crudo mio destin.
Tra le procelle orrende
agghiaccia il cor turbato,
e vedo estremo fato
sorger d'appresso alfin.

ALFONSO
Agli atti ed al furor,
che gli arde in mezzo al cor,
fiero il rimorso scende
entro il mio petto alfin:
ma le procelle orrende
non mi vedran cangiato.
Tu trema, sconsigliato,
sul nero tuo destin.

GASPARO e CORO
Io fremo dal terror,
e sovra il mesto cor,
l'ira terribil scende
del barbaro destin.
Tra le procelle orrende
agghiaccia il cor turbato,
e vede estremo fato
sorger d'appresso alfin.

BALDASSARRE
Voi tutti che mi udite,
la coppia rea fuggite,
questa perversa femmina
ha maledetto il ciel.

LEONORA
Oh Dio!

ALFONSO
Leonora! ahi, misera!

LEONORA
M'inghiotta omai l'avel.

CORO
Che mai parlò del ciel!

ALFONSO
E con quai dritti!...

BALDASSARRE
In nome
del pastor sommo, maledetti entrambi,
se doman gl'iniqui e stolti
non sian per sempre separati e sciolti.

ALFONSO
(Ah! che diss'egli? Quel labbro insensato
di rovesciare il mio trono ha tentato;
il petto m'arde tremendo di sdegno;
pur la vendetta non scende del re!
Ah! pria ch'io ceda, perisca il mio regno,
lo scettro, il brando, s'infranga con me.)

LEONORA
(Ah! che diss'egli? Quel petto infiammato
me dalla terra, dal cielo ha scacciato;
muta quest'alma non nutre un disegno,
né la vendetta reclama del re:
amor, vergogna m'invade e disdegno,
morte, deh, scendi propizia su me.)

BALDASSARRE
togliendo una pergamena dalle mani dello scudiero
Lo stemma è questo
del sommo pastor.

Sì, che d'un nume terribile, irato,
difende il braccio d'inerme oltraggiato;
Alfonso, trema, vedrassi nel regno
arder di guerra la face per te;
sacro all'infamia, de' popoli a sdegno,
ricada il sangue, sull'empia, sul re.

GASPARO e CORO
(Ah! che diss'egli? Quel labbro infiammato
face di guerra qui in mezzo ha gittato:
il petto gli arde tremendo di sdegno,
pur la vendetta non scende del re;
sia quest'infame bandita dal regno;
sia maledetto chi asilo le diè!)

INES e CORO di DONNE
(Ah! che diss'egli? Quel labbro infiammato
face di guerra qui in mezzo ha gittato:
il petto gli arde tremendo di sdegno,
pur la vendetta non scende del re;
d'amor le gioie, la speme d'un regno,
donna infelice, già tutto perdé.)

Leonora fugge smarrita celandosi il volto fra le mani.
ATTO SECONDO
Galleria dalla quale vedonsi i giardini.

SCENA PRIMA
Alfonso e Don Gasparo.

ALFONSO
Giardini d'Alcazar, de' mauri regi
care delizie, oh, quanto
alla vostr'ombra riandar m'è grato
i dolci sogni dell'amore,
onde s'inebria il cor.

GASPARO
Del vinto il tetto
è premio al vincitor, per te la fede
trionfa, e Ismael fugge e paventa.

ALFONSO
Sì, di Marocco i regi
e di Granata insiem, vider la luna
a Tariffa crollar.

GASPARO
Fu la tua gloria,
signor.

ALFONSO
Fu mia? Non mai.
Fu Fernando, fu quel garzon valente,
che un giorno sol fe' noto,
che rannodò l'armata
salvando il suo signor. Ogg'io l'attendo
a Siviglia e innanzi a tutti
il suo valore d'onorar desio.

GASPARO
Della tua sposa or giunse
sdegnoso il genitor.

ALFONSO
con impazienza
Alcun gli fea
già chiaro il mio pensiero.

Don Gasparo a cui don Alfonso fa cenno di uscire, s'inchina con rispetto e parte.

SCENA SECONDA
Alfonso solo.

ALFONSO
seguendo con lo sguardo Don Gasparo
Ma de' malvagi invan sul capo mio
sventure impreca invida rabbia, invano
contro il mio amor congiurano; di tutti
l'inique trame io scerno.
Per te, mia vita, affronterei l'averno.

Vien, Leonora, a' piedi tuoi
serto e soglio il cor ti pone.
Ah! se amare il re tu puoi,
mai del don si pentirà,
lo splendor delle corone
cede innanzi alla beltà.

De' nemici tuoi lo sdegno
disfidar saprò per te;
se a te cessi e l'alma e il regno,
io per gli altri ancor son re.

De' miei dì compagna io voglio
farti, o bella, innanzi al ciel,
al mio fianco unita in soglio,
al mio fianco nell'avel.
movendo incontro a Don Gasparo, che ritorna, e col quale s'intrattiene
Per la festa previen tutta mia corte.

SCENA TERZA
Leonora discorrendo a voce bassa con Ines, Alfonso e Don Gasparo.

LEONORA
Ebben, così si narra!

INES
Ei prode vincitor.

LEONORA
Egli è Fernando!
A lui la gloria!...
O cielo! a me l'infamia! .
fa cenno ad Ines di ritirarsi e il re s'avvicina a Leonora

ALFONSO
Ah, Leonora, il guardo
perché mesta inclinar?

LEONORA
Lieta tu credi
sia la tua donna teco!... il cor non vedi!
Quando le soglie paterne varcai
debol fanciulla, delusa nel cor,
giunta qui teco, divider sperai
il talamo, offerto di sposa all'amor.

ALFONSO
sommessamente
Taci.

LEONORA
Sì, Alfonso, me traviata, avvilita
m'hai tolto il padre, I'onore, la fé,
tacita e sola, da tutti schernita
tra l'ombre ascosa, la bella è del re.

ALFONSO
In questo suol a lusingar tua cura
regna il piacer, la via sparsa è di fior.
Se intorno a te più bella appar natura,
ahi, donde avvien che tanto è il tuo dolor?

LEONORA
In questo suol s'ammanta la sventura
di gemme, d'oro, e di leggiadri fior,
ma vede il cielo la mortal mia cura;
se ride il labbro, disperato è il cor.

ALFONSO
Ma di tue doglie la cagion primiera?

LEONORA
Ah! taci... indarno tu la chiedi a me,
soffri che lungi da tua corte io pera.

ALFONSO
A ogni uomo è noto l'amor mio per te.
Alfin vedrai, se questo cor t'adora.

LEONORA
È vil Leonora, troppo grande è il re.

ALFONSO
(Ah! l'alto amor che nutro in petto
in lei diviene sterile affetto,
non v'ha destin del suo miglior,
pur grave, oh Dio! le pesa in cor.)

LEONORA
(Ah! l'alto amor che nutro in petto
in me divien soave affetto
ma splende invan, come fulgor,
di tomba, oh Dio, nel muto orror.)

Entrano in questo momento dame, cavalieri, paggi, soldati.

ALFONSO
Poni tregua al martir, siedi regina
della festa che amore a te destina.


SCENA QUARTA
Don Gasparo e detti.

GASPARO
Ah! Sire!

ALFONSO
Che mai fu?

GASPARO
sommessamente
Tua fede intera
al suddito fedele ognor negasti:
ebben, lei che colmasti
di fortuna e di gloria, il suo sovrano
nel segreto tradìa.

ALFONSO
Menti.

GASPARO
Uno schiavo
questo foglio recato avea per essa
ad Ines...
Alfonso legge
il labbro mio non mente.

ALFONSO
allontanando d'un gesto Don Gasparo
No, possibil non è.
volgendosi poi a Leonora
Chi scriverti osa,
e parlarti d'amor?

LEONORA
riconoscendo il carattere
Ah! l'uom che adoro!

ALFONSO
Oh, tradimento! il nome?

LEONORA
Ah! pria la morte
che appagar tal desío.

ALFONSO
Forse i tormenti l'otterranno.

LEONORA
Oh! sire!


SCENA QUINTA
I suddetti. Baldassarre penetra improvvisamente nella galleria seguito da monaci che recano una pergamena. Al suo apparire si manifesta in tutti una grande agitazione.

ALFONSO
Qual tumulto! chi ardisce
inoltrar?

BALDASSARRE
Io son quello, io son che vengo
le tue colpe a impedir.

ALFONSO
Veglio! che parli!

BALDASSARRE
Re di Castiglia, Alfonso, io qui reclamo
in faccia al ciel giustizia.
Ove al dover t'opponi, in questa terra
rivi di sangue scorreran fra poco.

ALFONSO
Rispetto io deggio
della mia sposa al genitor, ma oblio
te mai non prenda che il tuo re son'io.

BALDASSARRE
Tu per la scaltra ed abietta
che del tuo amor s'ammanta, a vil ripudio
dannar vuoi la mia prole?

ALFONSO
Io sì, lo voglio.

TUTTI
Oh cielo!

ALFONSO
È sacro il mio voler; la fronte
ornar della corona
d'altra donna mi piace, e sia qualunque
questa regal mia cura,
giudice all'opre, il re son'io.

BALDASSARRE
Sventura!

Paventa del furor
d'un Dio vendicator.
Su' rei terribil scende
e scudo egli è al tapin:
tu le procelle orrende
affronti, sconsigliato;
ma già l'estremo fato
minaccia il tuo destin.

LEONORE
Io fremo dal terror,
e sovra il mesto cor
l'ira terribil scende
del crudo mio destin.
Tra le procelle orrende
agghiaccia il cor turbato,
e vedo estremo fato
sorger d'appresso alfin.

ALFONSO
Agli atti ed al furor,
che gli arde in mezzo al cor,
fiero il rimorso scende
entro il mio petto alfin:
ma le procelle orrende
non mi vedran cangiato.
Tu trema, sconsigliato,
sul nero tuo destin.

GASPARO e CORO
Io fremo dal terror,
e sovra il mesto cor,
l'ira terribil scende
del barbaro destin.
Tra le procelle orrende
agghiaccia il cor turbato,
e vede estremo fato
sorger d'appresso alfin.

BALDASSARRE
Voi tutti che mi udite,
la coppia rea fuggite,
questa perversa femmina
ha maledetto il ciel.

LEONORA
Oh Dio!

ALFONSO
Leonora! ahi, misera!

LEONORA
M'inghiotta omai l'avel.

CORO
Che mai parlò del ciel!

ALFONSO
E con quai dritti!...

BALDASSARRE
In nome
del pastor sommo, maledetti entrambi,
se doman gl'iniqui e stolti
non sian per sempre separati e sciolti.

ALFONSO
(Ah! che diss'egli? Quel labbro insensato
di rovesciare il mio trono ha tentato;
il petto m'arde tremendo di sdegno;
pur la vendetta non scende del re!
Ah! pria ch'io ceda, perisca il mio regno,
lo scettro, il brando, s'infranga con me.)

LEONORA
(Ah! che diss'egli? Quel petto infiammato
me dalla terra, dal cielo ha scacciato;
muta quest'alma non nutre un disegno,
né la vendetta reclama del re:
amor, vergogna m'invade e disdegno,
morte, deh, scendi propizia su me.)

BALDASSARRE
togliendo una pergamena dalle mani dello scudiero
Lo stemma è questo
del sommo pastor.

Sì, che d'un nume terribile, irato,
difende il braccio d'inerme oltraggiato;
Alfonso, trema, vedrassi nel regno
arder di guerra la face per te;
sacro all'infamia, de' popoli a sdegno,
ricada il sangue, sull'empia, sul re.

GASPARO e CORO
(Ah! che diss'egli? Quel labbro infiammato
face di guerra qui in mezzo ha gittato:
il petto gli arde tremendo di sdegno,
pur la vendetta non scende del re;
sia quest'infame bandita dal regno;
sia maledetto chi asilo le diè!)

INES e CORO di DONNE
(Ah! che diss'egli? Quel labbro infiammato
face di guerra qui in mezzo ha gittato:
il petto gli arde tremendo di sdegno,
pur la vendetta non scende del re;
d'amor le gioie, la speme d'un regno,
donna infelice, già tutto perdé.)

Leonora fugge smarrita celandosi il volto fra le mani.



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