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ATTO SECONDO

SCENA I
Si muta la scena nella villa di Seneca.
Seneca, Mercurio.
Mercurio in terra mandato da Pallade annunzia a Seneca dover egli certo morire
in quel giorno, il quale senza punto smarirsi degl'orrori della morte, rende grazie al Cielo, e Mercurio dopo fatta l'ambasciata se ne vola al Cielo.

SENECA
Solitudine amata,
Eremo della mente,
Romitaggio a' pensieri,
Delizie all'inteletto
Che discorre e contempla
L'immagini celesti
Sotto le forme ignobili, terrene,
A te l'anima mia lieta sen viene,
E lunge dalla corte,
Ch'insolente e superba
Fa della mia pazienza anatomia
Qui tra le frondi, e l'herbe,
M'assido in grembo della pace mia.

MERCURIO
Vero amico del Cielo
Appunto in questa solitaria chiostra
Visitarti io volevo.

SENECA
E quando, e quando mai
Le visite divine io meritai ?

MERCURIO
La sovrana virtù di cui sei pieno
Deifica i mortali,
E perciò son da te ben meritate
Le celesti ambasciate.
Pallade a te mi manda,
E t'annunzia vicina l'ultim'ora
Di questa frale vita,
E'l passaggio all'eterna ed infinita.

SENECA
Oh me felice, adunque
S'ho vivuto sinora
Degl'uomini la vita,
Vivrò dopo la morte
La vita degli dei.
Nume cortese, tu'l morir m'annunzi ?
Or confermo i miei scritti,
Autentico i miei studi;
L'uscir di vita è una beata sorte,
Se da bocca divina esce la morte.

MERCURIO
Lieto dunque t'accingi
Al celeste viaggio,
Al sublime passaggio,
T'insegnerò la strada,
Che ne conduce allo Stellato Polo;
Seneca or colà sù io drizzo il volo.


SCENA II
Seneca, Liberto.
Seneca riceve da Liberto, Capitano della Guardia di Nerone, l'annunzio di morte d'ordine di Nerone; Seneca costante si prepara all'uscir di vita.

LIBERTO
Il comando tiranno
Esclude ogni ragione,
E tratta solo o violenza, o morte.
Io devo riferirlo, e non dimeno
Relator innocente
Mi par d'esser partecipe del male,
Ch'a riferire io vado.
Seneca, assai m'incresce di trovarti
Mentre pur ti ricerco.
Deh, non mi riguardar con occhio torvo
Se a te sarò d'infausto annunzio il corvo.

SENECA
Amico, è già gran tempo,
Ch'io porto il seno armato
Contro i colpi del Fato.
La notizia del secolo in cui vivo,
Forestiera non giunge alla mia mente;
Se m'arrechi la morte,
Non mi chieder perdono:
Rido, mentre mi porti un sì bel dono.

LIBERTO
Nerone...

SENECA
Non più, non più...

LIBERTO
... a te mi manda

SENECA
Non più, t'ho inteso, e ubbidisco or ora.

LIBERTO
E come intendi me pria ch'io m'esprima ?

SENECA
La forma del tuo dir e la persona
Ch'a me ti manda, son due contrassegni
Minacciosi e crudeli
Del mio fatal destino;
Già, già son indovino.
Nerone a me t'invia
A imponermi la morte,
Ed io sol tanto tempo
Frappongo ad ubbidirlo
Quanto bast'a formar ringraziamenti
Alla sua cortesia, che mentre vede
Dimenticato il Ciel de' casi miei,
Gli vuol far sovvenir ch'io vivo ancora,
Per liberar e l'aria e la natura
Dal pagar l'ingustissima angheria
De' fiati e i giorni alla vecchia mia.
Ma di mia vita il fine
Non sazierà Nerone;
L'alimento d'un vizio all'altro è fame,
Il varco ad un eccesso a mille è strada,
Ed è lassù prefisso,
Che cento abissi chiami un sol abisso

LIBERTO
Signor, indovinasti;
Mori, e mori felice,
Che come vanno i giorni
All'impronto del sole
A marcarsi di luce,
Così alle tue scritture
Verran per prender luce i scritti altrui.
I nostri imperatori
Diventan dopo morte eterni numi,
E trionfante Roma,
Quando un prencipe perde, acquista un dio.
Ma tu morendo, o Seneca felice,
Avrai la deitade.
Non l'avrà mai Nerone,
Che non s' ammette in Ciel, nume fellone.
Mori, mori felice.

SENECA
Vanne, vattene omai,
E se parli a Nerone avanti sera,
Ch'io son morto, e sepolto gli dirai.


SCENA III
Seneca, Famigliari.
Seneca consola i suoi famigliari, quali lo dissuadono a morire, e ordina a quelli di prepararli il bagno per ricever la morte.

SENECA
Amici è giunta l'ora
Di praticare in fatti
Quella virtù, che tanto celebrai.
Breve angoscia è la morte;
Un sospir peregrino esce dal core,
Ov'è stato molt'anni,
Quasi in ospizio, come forastiero,
E se ne vola all'Olimpo,
Della felicità soggiorno vero.

FAMIGLIARI
Non morir, Seneca, no.
Io per me morir non vo'.

RITORNELLO
I°: Questa vita è dolce troppo,
II°: Questo ciel troppo è sereno,
III°: Ogni amar, ogni veleno

I TRE
Finalmente è lieve intoppo.

RITORNELLO
I°: Se mi corco al sonno lieve,
II°: Mi risveglio in sul mattino,
III°: Ma un avel di marmo fino,

I TRE
Mai no dà quel che riceve.
Io per me morir non vo'.
Non morir, Seneca.

RITORNELLO

SENECA
Supprimete i singulti,
Rimandate quei pianti
Dai canali degl'occhi
Alle fonti dell'anime, o miei cari.
Vada quell'acqua omai
A lavarvi dai cori
Dell'incostanza vil le macchie indegne.
Altr'esequie ricerca,
Ch'un gemito dolente
Seneca moriente.
Itene tutti, a prepararmi il bagno,
Che se la vita corre
Come il rivo fluente,
In un tepido rivo
Questo sangue innocente io vo' che vada
A imporporarmi del morir la strada.


SCENA IV
Seneca, Coro di Virtù

CHORO di Virtù
Lieto, e ridente
Al fin t'affretta,
Che il ciel t'aspetta.

SENECA
Breve coltello,
Ferro minuto
Sarà la chiave
Che m'aprirà
Le vene in terra,
E in Ciel le porte dell'eternità.

CHORO
Lieto, e ridente...ecc.

SENECA
A Dio grandezze,
Pompe di vetro
Glorie di polve
Larve d' error
Che in un momento
Affascinate, assassinate il cor.

CHORO
Lieto, e ridente...ecc.

SENECA
Già, già dispiego il volo
Da questa mia decrepita mortale
E verso il choro vostro,
Adorate virtudi, inalzo l' ale.
Scena IV
Si muta la scena nella città di Roma.
Valletto, Damigella.
Valletto, paggio, e Damigella dell'imperatrice scherzano amorosamente insieme.

VALLETTO
Sento un certo non so che,
Che mi pizzica, e diletta,
Dimmi tu che cosa egli è,
Damigella amorosetta.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.

RITORNELLO
Se sto teco il cor mi batte,
Se tu parti, io sto melenso,
Al tuo sen di vivo latte,
Sempre aspiro e sempre penso.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.

RITORNELLO

DAMIGELLA
Astutello, garzoncello,
Bamboleggia amor in te.
Se divieni amante, affè,
Perderai tosto il cervello.
Ma sete amor, e tu due malandrini.

VALLETTO
Dunque Amor così comincia ?
È una cosa molto dolce ?
Io darei per godere il tuo diletto
I cireggi, le pera, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel, che sì mi piace,
L'addolciresti tu ?
Dimmelo vita mia, dimmelo, di' ?

DAMIGELLA
L'addolcirei, sì, sì.

DAMIGELLA e VALLETTO
O caro, godiamo! / O cara, cantiamo!
Godiamo, cantiamo,
Andiamo a godere.
Allunga il morire
Chi tarda il piacere.
Godiamo, cantiamo,
Andiamo a godere.
O caro, godiamo! / O cara, cantiamo!

VALLETTO
Dunque Amor così commincia ?
È una cosa molto dolce ?
Io darei per goder il tuo diletto
I cireggi, le pere, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel che sì mi piace, l'addolciresti tu ?
Dimmelo vita mia, dimmelo di'!

DAMIGELLA
S'a te piace così
L' addolcirei, sì, sì.

VALLETTO
Ma come, come poi faresti ?

DAMIGELLA
Che, che, dunque non lo sai ?

VALLETTO
Nol so, cara, nol so.
Dimmi, come si fa;
Fa ch'io lo sappia espresso,
Perché se la superbia si ponesse
Sul grave del sussiego
Io sappia raddolcirmi da me stesso.
Mi par che per adesso,
Se mi dirai, che m'ami,
Io mi contentarò.
Dimmelo, dimmelo dunque, o cara, cara
E se vivo mi vuoi, non dir di no.

DAMIGELLA
T'amo caro, caro Valletto,
E nel mezzo del cor sempre t'avrò.

VALLETTO
E se vivo mi vuoi, non dir di no.
Non vorrei, speme mia, starti nel core,
Vorrei starti più in su.
Non so, se mia voglia o saggia, o sciocca,
Io vorrei, che'l mio cor facesse nido
Nelle fossette belle, e delicate,
Che stan poco discoste, alla tua bocca.

DAMIGELLA
Se ti mordessi poi ?

DAMIGELLA
Ti lagneresti in pianti tutt'un dì.

VALLETTO
Mordimi quanto sai, mordimi sì.
Main mai non mi lagnarò;
Morditure sì dolci
Vorrei, goderle sempre,
Purché baciat'io sia da tuoi rubini
Mi mordan pur le perle.
Mordimi quanto sai, mordimi sì.


SCENA V
Nerone, Lucano.
Nerone intesa la morte di Seneca,
canta amorosamente con Lucano poeta suo famigliare deliriando nell'amor di Poppea.

NERONE
Or che Seneca è morto,
Cantiam, cantiam Lucano,
Amorose canzoni
In lode d'un bel viso,
Che di sua mano Amor nel cor, m'ha inciso.

LUCANO
Cantiam, Signore, cantiamo,

NERONE e LUCANO
Di quel viso ridente,
Che spira glorie, ed influisce amori; cantiam
Di quel viso beato,

LUCANO
In cui l'idea d'Amor se stessa pose,

NERONE e LUCANO
E seppe su le nevi
Con nova meraviglia,
Animar, incantar la granatiglia.
Cantiam, di quella bocca
A cui l'India e l'Arabia
Le perle consacrò, donò gli odori.

LUCANO
Bocca, che se ragiona o ride,
Con invisibil arme punge, e all'alma
Donna felicità mentre l'uccide.
Bocca, che se mi porge
Lasciveggiando il tenero rubino
M'inebria il cor di nettare divino.

NERONE
Bocca, ahi, destino !

LUCANO
Tu vai, signor, tu vai
Nell'estasi d'amor deliciando,
E ti piovon dagl'occhi
Stille di tenerezza,
Lacrime di dolcezza.

NERONE
Idolo mio,
Celebrarti io vorrei,
Ma son minute fiaccole, e cadenti,
Dirimpetto al tuo sole i detti miei.

RITORNELLO
Son rubin preziosi
I tuoi labri amorosi,
Il mio core costante
È di saldo diamante,
Così le tue bellezze, ed il mio core
Di care gemme ha fabbricato Amore.

RITORNELLO

LUCANO
O felice Poppea
Signor nelle tue lodi.
O felice Nerone
In grembo di Poppea.

LUCANO e NERONE
Di Neron, di Poppea
cantiamo i vanti.

NERONE
Apra le cataratte il ciel d'amore.

LUCANO
E diluvi, ed inondi a tutte l'ore

NERONE e LUCANO
Felicità sovra gli amati amanti.

RITORNELLO

NERONE
Son rose senza spine
Le guance tue divine,
Gigli, e ligustri eccede
Il candor di mia fede,
Cosi tra' l tuo bel viso, ed il mio core
La primavera sua divide Amore.
Ond'io lieto men vivo or tra gli amanti.

TIGELLINO
O felice Poppea
Signor nelle tue lodi.

PETRONIO
O felice Nerone
In grembo di Poppea.

TIGELLINO e PETRONIO
Di Neron, di Poppea
cantiamo i vanti.

LUCANO
Apra le cataratte il ciel d'amore.

PETRONIO e TIGELLINO
E diluvi, ed inondi a tutte l'ore

TUTTI
Felicità sovra gli amati amanti.

RITORNELLO

NERONE
Son rose senza spine
Le tue guancie divine,
Gigli, e ligustri eccede
Il candor di mia fede,
Cosi tra' l tuo bel viso, ed il mio core
La primavera sua divide Amore.


SCENA VII
Nerone, Poppea.

NERONE
Ò come, ò come a tempo,
Bella adorata mia, mi sopragiungi.
Io stavo contemplando
Col pensier il tuo volto,
Hor con occhi idolatri io lo vagheggio;
Occhi cari, Occhi dolci,
Al cui negro amoroso
Cede la luce del più caro dì,
Da voi lo strale uscì,
Che mi piagò soavemente il core,
Per voi vive Nerone, e per voi more.

POPPEA
Et io non trovo giorno,
Dove tu non risplendi,
E non vuole il cor mio,
Ch' alcun aria da me sia respirata,
Se non è dal tuo viso illuminata,
Viso che circondato
Di maestà amorosa,
Passando per quest' occhi al cor m' entrò,
Ond' io per sempre havrò,
Del tuo divin sembiante, ò mio Signore,
Un ritratto negl' occhi, et un nel core.

NERONE
Deh perche non son' io
Sottile, e respirabile elemento,
Per entrar mia diletta
In quella bocca amata,
Che passerei per uscio di rubino
A' baciar di nascosto un cor divino.

POPPEA
Deh perche non son' io
L' ombra del tuo bel corpo, ò mio Signore,
Per assisterti sempre
In compagnia d' amore,
Deh faccia il Ciel, per consolar mio duolo
Di te, di me, Signor, un corpo solo.

NERONE e POPPEA
Partiam partiamo,
Ben tosto si unirà.
Nè più si scioglierà la destra, e' l core;
Tu di là,
Io di quà.
Ahi che di pianto hormai le luci hò piene,
Ma ben presto verran l' hore serene.


SCENA VI (1a versione)
Ottavia sola.

OTTAVIA
Eccomi quasi priva
Dell' Impero e'l consorte,
Ma, lassa me, non priva
Del ripudio, e di morte.
Martiri, o m' uccidete,
O speranze alla fin non m'affliggete.
Neron, Nerone mio
Chi mi ti toglie, oh dio,
Come, come ti perdo, ohimè,
Cade l'affetto tuo, mancò la fé.
Poppea crudel,
Poppea, cruda Poppea,
Se lo stato mi togli,
Se de' miei regni, e d'ogni ben mi spogli
Non me ne curo, no, no, prendil'in pace,
Ch'io cedendoli a te, credi, che sono
Fuor d'ogni strazio rio, priva di lutto,
Nulla pretendo, e ti concedo il tutto.
Ma non mi negar, no,
Il mio sposo gradito,
Rendimi, rendimi il mio marito.
Lasciami questo sol, soffri a ragione,
Se mi togli l'imper, dammi Nerone.
Speranze, e che chiedete,
Se disperata son, no, non m'affliggete.
Disumanato cor, barbaro seno;
Neron, Poppea tiranni,
Cagioni de' miei danni,
Farò che'l ferro giunghi
A recider lo stame
D'un affetto impudico, un petto infame,
Così, così fia, che riposi, e non deliri,
Che vendicata offesa
A chi d'oprarla o di trattarla è vaga,
Disacerba la piaga,
Mitiga il duol, e fuor d'ingiuria ascosa,
Rende la cicatrice piu gloriosa:
Ma, ma che parlo ? che parlo ? che tento ?
Uccidemi tormento;
Laceratemi o pene;
Straziatemi martiri;
Soffocatemi voi, caldi sospiri.
Memorie, memorie, e che volete ?
O lasciate i pensieri o m'uccidete.
ATTO SECONDO

SCENA I
Si muta la scena nella villa di Seneca.
Seneca, Mercurio.
Mercurio in terra mandato da Pallade annunzia a Seneca dover egli certo morire
in quel giorno, il quale senza punto smarirsi degl'orrori della morte, rende grazie al Cielo, e Mercurio dopo fatta l'ambasciata se ne vola al Cielo.

SENECA
Solitudine amata,
Eremo della mente,
Romitaggio a' pensieri,
Delizie all'inteletto
Che discorre e contempla
L'immagini celesti
Sotto le forme ignobili, terrene,
A te l'anima mia lieta sen viene,
E lunge dalla corte,
Ch'insolente e superba
Fa della mia pazienza anatomia
Qui tra le frondi, e l'herbe,
M'assido in grembo della pace mia.

MERCURIO
Vero amico del Cielo
Appunto in questa solitaria chiostra
Visitarti io volevo.

SENECA
E quando, e quando mai
Le visite divine io meritai ?

MERCURIO
La sovrana virtù di cui sei pieno
Deifica i mortali,
E perciò son da te ben meritate
Le celesti ambasciate.
Pallade a te mi manda,
E t'annunzia vicina l'ultim'ora
Di questa frale vita,
E'l passaggio all'eterna ed infinita.

SENECA
Oh me felice, adunque
S'ho vivuto sinora
Degl'uomini la vita,
Vivrò dopo la morte
La vita degli dei.
Nume cortese, tu'l morir m'annunzi ?
Or confermo i miei scritti,
Autentico i miei studi;
L'uscir di vita è una beata sorte,
Se da bocca divina esce la morte.

MERCURIO
Lieto dunque t'accingi
Al celeste viaggio,
Al sublime passaggio,
T'insegnerò la strada,
Che ne conduce allo Stellato Polo;
Seneca or colà sù io drizzo il volo.


SCENA II
Seneca, Liberto.
Seneca riceve da Liberto, Capitano della Guardia di Nerone, l'annunzio di morte d'ordine di Nerone; Seneca costante si prepara all'uscir di vita.

LIBERTO
Il comando tiranno
Esclude ogni ragione,
E tratta solo o violenza, o morte.
Io devo riferirlo, e non dimeno
Relator innocente
Mi par d'esser partecipe del male,
Ch'a riferire io vado.
Seneca, assai m'incresce di trovarti
Mentre pur ti ricerco.
Deh, non mi riguardar con occhio torvo
Se a te sarò d'infausto annunzio il corvo.

SENECA
Amico, è già gran tempo,
Ch'io porto il seno armato
Contro i colpi del Fato.
La notizia del secolo in cui vivo,
Forestiera non giunge alla mia mente;
Se m'arrechi la morte,
Non mi chieder perdono:
Rido, mentre mi porti un sì bel dono.

LIBERTO
Nerone...

SENECA
Non più, non più...

LIBERTO
... a te mi manda

SENECA
Non più, t'ho inteso, e ubbidisco or ora.

LIBERTO
E come intendi me pria ch'io m'esprima ?

SENECA
La forma del tuo dir e la persona
Ch'a me ti manda, son due contrassegni
Minacciosi e crudeli
Del mio fatal destino;
Già, già son indovino.
Nerone a me t'invia
A imponermi la morte,
Ed io sol tanto tempo
Frappongo ad ubbidirlo
Quanto bast'a formar ringraziamenti
Alla sua cortesia, che mentre vede
Dimenticato il Ciel de' casi miei,
Gli vuol far sovvenir ch'io vivo ancora,
Per liberar e l'aria e la natura
Dal pagar l'ingustissima angheria
De' fiati e i giorni alla vecchia mia.
Ma di mia vita il fine
Non sazierà Nerone;
L'alimento d'un vizio all'altro è fame,
Il varco ad un eccesso a mille è strada,
Ed è lassù prefisso,
Che cento abissi chiami un sol abisso

LIBERTO
Signor, indovinasti;
Mori, e mori felice,
Che come vanno i giorni
All'impronto del sole
A marcarsi di luce,
Così alle tue scritture
Verran per prender luce i scritti altrui.
I nostri imperatori
Diventan dopo morte eterni numi,
E trionfante Roma,
Quando un prencipe perde, acquista un dio.
Ma tu morendo, o Seneca felice,
Avrai la deitade.
Non l'avrà mai Nerone,
Che non s' ammette in Ciel, nume fellone.
Mori, mori felice.

SENECA
Vanne, vattene omai,
E se parli a Nerone avanti sera,
Ch'io son morto, e sepolto gli dirai.


SCENA III
Seneca, Famigliari.
Seneca consola i suoi famigliari, quali lo dissuadono a morire, e ordina a quelli di prepararli il bagno per ricever la morte.

SENECA
Amici è giunta l'ora
Di praticare in fatti
Quella virtù, che tanto celebrai.
Breve angoscia è la morte;
Un sospir peregrino esce dal core,
Ov'è stato molt'anni,
Quasi in ospizio, come forastiero,
E se ne vola all'Olimpo,
Della felicità soggiorno vero.

FAMIGLIARI
Non morir, Seneca, no.
Io per me morir non vo'.

RITORNELLO
I°: Questa vita è dolce troppo,
II°: Questo ciel troppo è sereno,
III°: Ogni amar, ogni veleno

I TRE
Finalmente è lieve intoppo.

RITORNELLO
I°: Se mi corco al sonno lieve,
II°: Mi risveglio in sul mattino,
III°: Ma un avel di marmo fino,

I TRE
Mai no dà quel che riceve.
Io per me morir non vo'.
Non morir, Seneca.

RITORNELLO

SENECA
Supprimete i singulti,
Rimandate quei pianti
Dai canali degl'occhi
Alle fonti dell'anime, o miei cari.
Vada quell'acqua omai
A lavarvi dai cori
Dell'incostanza vil le macchie indegne.
Altr'esequie ricerca,
Ch'un gemito dolente
Seneca moriente.
Itene tutti, a prepararmi il bagno,
Che se la vita corre
Come il rivo fluente,
In un tepido rivo
Questo sangue innocente io vo' che vada
A imporporarmi del morir la strada.


SCENA IV
Seneca, Coro di Virtù

CHORO di Virtù
Lieto, e ridente
Al fin t'affretta,
Che il ciel t'aspetta.

SENECA
Breve coltello,
Ferro minuto
Sarà la chiave
Che m'aprirà
Le vene in terra,
E in Ciel le porte dell'eternità.

CHORO
Lieto, e ridente...ecc.

SENECA
A Dio grandezze,
Pompe di vetro
Glorie di polve
Larve d' error
Che in un momento
Affascinate, assassinate il cor.

CHORO
Lieto, e ridente...ecc.

SENECA
Già, già dispiego il volo
Da questa mia decrepita mortale
E verso il choro vostro,
Adorate virtudi, inalzo l' ale.
Scena IV
Si muta la scena nella città di Roma.
Valletto, Damigella.
Valletto, paggio, e Damigella dell'imperatrice scherzano amorosamente insieme.

VALLETTO
Sento un certo non so che,
Che mi pizzica, e diletta,
Dimmi tu che cosa egli è,
Damigella amorosetta.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.

RITORNELLO
Se sto teco il cor mi batte,
Se tu parti, io sto melenso,
Al tuo sen di vivo latte,
Sempre aspiro e sempre penso.
Ti farei, ti direi,
Ma non so quel ch'io vorrei.

RITORNELLO

DAMIGELLA
Astutello, garzoncello,
Bamboleggia amor in te.
Se divieni amante, affè,
Perderai tosto il cervello.
Ma sete amor, e tu due malandrini.

VALLETTO
Dunque Amor così comincia ?
È una cosa molto dolce ?
Io darei per godere il tuo diletto
I cireggi, le pera, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel, che sì mi piace,
L'addolciresti tu ?
Dimmelo vita mia, dimmelo, di' ?

DAMIGELLA
L'addolcirei, sì, sì.

DAMIGELLA e VALLETTO
O caro, godiamo! / O cara, cantiamo!
Godiamo, cantiamo,
Andiamo a godere.
Allunga il morire
Chi tarda il piacere.
Godiamo, cantiamo,
Andiamo a godere.
O caro, godiamo! / O cara, cantiamo!

VALLETTO
Dunque Amor così commincia ?
È una cosa molto dolce ?
Io darei per goder il tuo diletto
I cireggi, le pere, ed il confetto.
Ma se amaro divenisse
Questo miel che sì mi piace, l'addolciresti tu ?
Dimmelo vita mia, dimmelo di'!

DAMIGELLA
S'a te piace così
L' addolcirei, sì, sì.

VALLETTO
Ma come, come poi faresti ?

DAMIGELLA
Che, che, dunque non lo sai ?

VALLETTO
Nol so, cara, nol so.
Dimmi, come si fa;
Fa ch'io lo sappia espresso,
Perché se la superbia si ponesse
Sul grave del sussiego
Io sappia raddolcirmi da me stesso.
Mi par che per adesso,
Se mi dirai, che m'ami,
Io mi contentarò.
Dimmelo, dimmelo dunque, o cara, cara
E se vivo mi vuoi, non dir di no.

DAMIGELLA
T'amo caro, caro Valletto,
E nel mezzo del cor sempre t'avrò.

VALLETTO
E se vivo mi vuoi, non dir di no.
Non vorrei, speme mia, starti nel core,
Vorrei starti più in su.
Non so, se mia voglia o saggia, o sciocca,
Io vorrei, che'l mio cor facesse nido
Nelle fossette belle, e delicate,
Che stan poco discoste, alla tua bocca.

DAMIGELLA
Se ti mordessi poi ?

DAMIGELLA
Ti lagneresti in pianti tutt'un dì.

VALLETTO
Mordimi quanto sai, mordimi sì.
Main mai non mi lagnarò;
Morditure sì dolci
Vorrei, goderle sempre,
Purché baciat'io sia da tuoi rubini
Mi mordan pur le perle.
Mordimi quanto sai, mordimi sì.


SCENA V
Nerone, Lucano.
Nerone intesa la morte di Seneca,
canta amorosamente con Lucano poeta suo famigliare deliriando nell'amor di Poppea.

NERONE
Or che Seneca è morto,
Cantiam, cantiam Lucano,
Amorose canzoni
In lode d'un bel viso,
Che di sua mano Amor nel cor, m'ha inciso.

LUCANO
Cantiam, Signore, cantiamo,

NERONE e LUCANO
Di quel viso ridente,
Che spira glorie, ed influisce amori; cantiam
Di quel viso beato,

LUCANO
In cui l'idea d'Amor se stessa pose,

NERONE e LUCANO
E seppe su le nevi
Con nova meraviglia,
Animar, incantar la granatiglia.
Cantiam, di quella bocca
A cui l'India e l'Arabia
Le perle consacrò, donò gli odori.

LUCANO
Bocca, che se ragiona o ride,
Con invisibil arme punge, e all'alma
Donna felicità mentre l'uccide.
Bocca, che se mi porge
Lasciveggiando il tenero rubino
M'inebria il cor di nettare divino.

NERONE
Bocca, ahi, destino !

LUCANO
Tu vai, signor, tu vai
Nell'estasi d'amor deliciando,
E ti piovon dagl'occhi
Stille di tenerezza,
Lacrime di dolcezza.

NERONE
Idolo mio,
Celebrarti io vorrei,
Ma son minute fiaccole, e cadenti,
Dirimpetto al tuo sole i detti miei.

RITORNELLO
Son rubin preziosi
I tuoi labri amorosi,
Il mio core costante
È di saldo diamante,
Così le tue bellezze, ed il mio core
Di care gemme ha fabbricato Amore.

RITORNELLO

LUCANO
O felice Poppea
Signor nelle tue lodi.
O felice Nerone
In grembo di Poppea.

LUCANO e NERONE
Di Neron, di Poppea
cantiamo i vanti.

NERONE
Apra le cataratte il ciel d'amore.

LUCANO
E diluvi, ed inondi a tutte l'ore

NERONE e LUCANO
Felicità sovra gli amati amanti.

RITORNELLO

NERONE
Son rose senza spine
Le guance tue divine,
Gigli, e ligustri eccede
Il candor di mia fede,
Cosi tra' l tuo bel viso, ed il mio core
La primavera sua divide Amore.
Ond'io lieto men vivo or tra gli amanti.

TIGELLINO
O felice Poppea
Signor nelle tue lodi.

PETRONIO
O felice Nerone
In grembo di Poppea.

TIGELLINO e PETRONIO
Di Neron, di Poppea
cantiamo i vanti.

LUCANO
Apra le cataratte il ciel d'amore.

PETRONIO e TIGELLINO
E diluvi, ed inondi a tutte l'ore

TUTTI
Felicità sovra gli amati amanti.

RITORNELLO

NERONE
Son rose senza spine
Le tue guancie divine,
Gigli, e ligustri eccede
Il candor di mia fede,
Cosi tra' l tuo bel viso, ed il mio core
La primavera sua divide Amore.


SCENA VII
Nerone, Poppea.

NERONE
Ò come, ò come a tempo,
Bella adorata mia, mi sopragiungi.
Io stavo contemplando
Col pensier il tuo volto,
Hor con occhi idolatri io lo vagheggio;
Occhi cari, Occhi dolci,
Al cui negro amoroso
Cede la luce del più caro dì,
Da voi lo strale uscì,
Che mi piagò soavemente il core,
Per voi vive Nerone, e per voi more.

POPPEA
Et io non trovo giorno,
Dove tu non risplendi,
E non vuole il cor mio,
Ch' alcun aria da me sia respirata,
Se non è dal tuo viso illuminata,
Viso che circondato
Di maestà amorosa,
Passando per quest' occhi al cor m' entrò,
Ond' io per sempre havrò,
Del tuo divin sembiante, ò mio Signore,
Un ritratto negl' occhi, et un nel core.

NERONE
Deh perche non son' io
Sottile, e respirabile elemento,
Per entrar mia diletta
In quella bocca amata,
Che passerei per uscio di rubino
A' baciar di nascosto un cor divino.

POPPEA
Deh perche non son' io
L' ombra del tuo bel corpo, ò mio Signore,
Per assisterti sempre
In compagnia d' amore,
Deh faccia il Ciel, per consolar mio duolo
Di te, di me, Signor, un corpo solo.

NERONE e POPPEA
Partiam partiamo,
Ben tosto si unirà.
Nè più si scioglierà la destra, e' l core;
Tu di là,
Io di quà.
Ahi che di pianto hormai le luci hò piene,
Ma ben presto verran l' hore serene.


SCENA VI (1a versione)
Ottavia sola.

OTTAVIA
Eccomi quasi priva
Dell' Impero e'l consorte,
Ma, lassa me, non priva
Del ripudio, e di morte.
Martiri, o m' uccidete,
O speranze alla fin non m'affliggete.
Neron, Nerone mio
Chi mi ti toglie, oh dio,
Come, come ti perdo, ohimè,
Cade l'affetto tuo, mancò la fé.
Poppea crudel,
Poppea, cruda Poppea,
Se lo stato mi togli,
Se de' miei regni, e d'ogni ben mi spogli
Non me ne curo, no, no, prendil'in pace,
Ch'io cedendoli a te, credi, che sono
Fuor d'ogni strazio rio, priva di lutto,
Nulla pretendo, e ti concedo il tutto.
Ma non mi negar, no,
Il mio sposo gradito,
Rendimi, rendimi il mio marito.
Lasciami questo sol, soffri a ragione,
Se mi togli l'imper, dammi Nerone.
Speranze, e che chiedete,
Se disperata son, no, non m'affliggete.
Disumanato cor, barbaro seno;
Neron, Poppea tiranni,
Cagioni de' miei danni,
Farò che'l ferro giunghi
A recider lo stame
D'un affetto impudico, un petto infame,
Così, così fia, che riposi, e non deliri,
Che vendicata offesa
A chi d'oprarla o di trattarla è vaga,
Disacerba la piaga,
Mitiga il duol, e fuor d'ingiuria ascosa,
Rende la cicatrice piu gloriosa:
Ma, ma che parlo ? che parlo ? che tento ?
Uccidemi tormento;
Laceratemi o pene;
Straziatemi martiri;
Soffocatemi voi, caldi sospiri.
Memorie, memorie, e che volete ?
O lasciate i pensieri o m'uccidete.

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